Alleluhia!

Alleluhia!

Oggi celebro un anniversario. Oggi celebro la vita. La mia vita.

Scadono i cinque anni contemplati dalla ..cura.. della chemioterapia, per svelenire il corpo, il midollo, il sangue dalle sue tossine.

Per la radio, beh, qualcosina me la debbo tenere…..Un ricordino…

Sono tornata alla esistenza del cristiano normale. L’ufo tumore, è sparito rosso di vergogna, dalla mia essenza. I medici li vedrò…ogni tanto.

Chiuso, finito, sepolto il periodo dalle parentesi quadre.

Lui. Non io. Per fortuna, che sono qui a raccontarlo.

E allora regalo volentieri un po’ della mia impazienza, della mia frenesia alla lotta, del mio coraggio, della mia cocciutaggine, della mia fede, della mia determinazione a vendere cara la pelle, ai malati che mi scrivono.

Aggiungo anche della mia curiosità. Si, quella che mi ha permesso la ribellione a determinati medici. Siate voi a domandare, ad interrogare. Non accettate supinamente i loro dettami. Che se l’avessi fatto…….ella fu!

Sarei stata un loro, umano e statistico errore.. di sbaglio, nascosto sottoterra.

Grazie, grazie, a tutti coloro che mi hanno sostenuta nelle mie crisi, nelle mie depressioni e nei miei crolli. Che mi hanno….. stampellato la paura!

La mia famiglia, i miei dottori buoni, i miei amici. I miei lettori!

Mi hanno detto spesso, che sono una forza della natura.

Sbagliato.

E’ la natura che mi ha dato forza. Ho voluto immergermi , nascondermi e scoprirmi, nelle sue stagioni.

Sono stata inverno, sono stata estate, sono stata autunno.

Da oggi, sono soltanto primavera.

Alleluhia!

Ieri

Oggi

Qui la storia dell’ufo tumore

Il mio ufo tumore http://wp.me/p15KMZ-I6

NOTA

Io ci penso alla mia morte e mi preparo.

Cercavo un nome d’amore da regalare alle mie labbra,

da pronunciare per ultimo saluto,

uno sguardo da racchiudere dentro di me

e una mano da stringere, come carezza d’addio.

Ho trovato, ora, nella mia primavera, tutto quello che mi occorre……

E sono immensamente felice!

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Il silenzio

Il silenzio

O si esiste

O si resiste

Non c’è pezza

Verità mezza?

Il silenzio è ghiaccio

Che toglie il respiro

Ti fa statua

Sul sentiero bagnato

Di sentimento assiderato

Il silenzio è anche lava

Che scende

Su papille

Già scorticate

Già intirizzite

Ma sono conchiglie

Quelle di lava

Che producono

Ustione

Fusione di

Cicatrici

Pensate

Già rimarginate

Invece

Cheloide

Duro come

Il filo snello

Del baccello

Di un verde pisello

Che traspira

Fiato

Appannato

Sfumato

Il silenzio

Ribolla

Di tutto e di niente

La gente

Si cela

In quel tutto

Non trova

In quel niente

Un appiglio essenziale

Il silenzio non parla

Non cura

Per paura

La sua afona parola

Sottile come carta stagnola

Il silenzio pensa

Pensiero pesante

Molto eminente

A scappare

Fuggire

Sparire

Il silenzio aggredisce

Le corde vocali

Le spezza

In un rauco dolore

Di chi aspetta

Una parola

Un cenno

Anche sghembo

Di carola

Il silenzio

Non è mare

E’ solo il suo sale

Nel silenzio di tomba

Neanche un fischio

Di tromba

E’ come trovarsi

Stonati ad incidere un disco

Un vecchio vinile

Nell’abboracciato studio

Di un gonfio fienile

Senza testo

Senza musica

Nemmeno ad orecchio

Ed avere davanti

Un microfono muto

Lo spartito scarabocchiato

Di una spaiata nota danzante

C’è solo un musicante

Incostante

Insipiente

Nel tono

Nel suono

La stecca

Ci azzecca

Nel silenzio

È perfetta

È assolo saetta

Modulata stordita

Empatita

Senza eco

Che rechi seco

Almeno

Un si

Un no

Di rimpallo

Un chicchirichì di gallo

Forse ho sbagliato

Interlocutore

Attirata dal suo fulgore

Ancora una volta

Sbadata cretina

Molta parte

Bambina

Nell’affidare speranze

A

Chi pare non conoscere creanze

A chi non risponde

Dell’anima coscienza

Che nega il sentore

D’insieme

Comune

Del maschio ha solo l’odore

Magari dell’uomo possiede

Soltanto sentenza

Del cuore di me donna

Parva conoscenza

Ma c’è auspicio

Di reminescenza

E di volontà

Di sapienza

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Sapor di elisir non di cicuta

Sapor di elisir non di cicuta

Ho da sempre cercato

L’orgasmo dell’anima

La sua libidine

Il suo coito

La sua copula

Il suo amplesso

Convesso

In ogni dove

In ogni come

Complesso

Ottuso

Colluso

Concavo

Della mia carne e spirito

Cavo

Nella mia vita

E non li ho trovati

Li ho soltanto

Sentiti

Avvertiti

Patiti

Bramati

Desiderati

Agognati

Or so che esistono

Or so che insistono

Tali languori

Sapori

Odori

Quel battito

Quel tocco

Del fiocco

Di furore

D’amore

Di purezza

Di sensuale richiamo

Rimpallo

Rimando

Di entusiasmo sballo

Sono tutti sospiri

Respiri

Causa ed effetti

Che scorrono

Dentro e fuori

La mia pelle

Imbelle

Con palpitanti affetti

Abitano nella musica

Colonna sonora del tempo

Che rende il mio corpo

Il suo tempio

Che eccita

Educe

La poesia

Dell’essenza mia

Mi rende viva

Vivace

Vitale

Appaga

Il mio spirito

Fatale

Evviva

La mia sfiancante

Ricerca costante

E’ finita

Terminata

Compiuta

Ormai è

Sapor di elisir

Non

Di cicuta

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Quarto libro 12°Lettera Alla cortese attenzione del mio io mio ego

Alla cortese attenzione del mio io mio ego

Vivere con te è un tormento. Sei sempre pronto a stuzzicare. A prevaricare la mia ragione, ad ubriacare la mia ambizione, a confondere le idee che portano dentro, il vero senso che ho di me.

Io, io, io. Ego, ego, ego.

Mi soffi alle orecchie quanto sia brava, buona, intelligente, bella…..e ancora e ancora e ancora…..sensibile, generosa, idealista, paziente, comprensiva  …..e ancora e ancora e ancora… profonda, romantica, altruista, attenta, affidabile, responsabile…..e ancora e ancora e ancora… leale, onesta!

Una conclusione umana a due gambe, addirittura, un pianeta che dà luce, che non ha alcuna necessità di riceverla, perche’ splende da sola.

Da una parte il mio io, il mio ego e dall’altra il resto del mondo.

In mezzo, l’abisso che ci separa!

Ti detesto profondamente, mi riempi d’aria, mi insufli elio per farmi diventare una mongolfiera.

Noi, andiamo in giro erranti alla ricerca di altri nobilissimi io, ego solitari ed alteri, emarginati, isolati, incompresi, tanto da non confondersi con la plebaglia.

Ma chi sei, mio io, mio ego?

Basta. Falla finita, ridicolo leinonsachisonoio!

Si che lo so, sei un imbecille!

Ora te lo spiego io chi sei tu, mio io, mio ego.

Non ti rendi conto di quanto tu sia anacronistico, abusato?

Chi ti credi di essere, l’origine della vita, la fontana dell’universo?

Da solo mio io, mio ego, non vali niente.

Nulla. Sei lo zero assoluto!

Quante volte mi hai fatto perdere di vista la realtà.

Mi hai sospinto crudelmente allo scoperto, facendomi fare la figura della saccente, della presuntuosa, della secchiona, della maestrina, della invadente zanzara che punge, senza umiltà, ne dell’altro considerazione.

Già, partendo dal presupposto che loro, il nostro prossimo, sono i nostri parametri, che ci educono splendori e miserie dello spirito, tu, ti sei accanito a lusingami con l’offerta del ventaglio del privilegio, dove nascondere i rossori della superbia.

Si, lo ammetto, sono intelligente, dinamicamente intelligente.

Si, lo ammetto, sono fantasiosa, emozionalmente fantasiosa.

Si, lo ammetto, sono creativa, figurativamente creativa.

Si, lo ammetto, sono talentuosa, allegoricamente talentuosa.

Della mia vita tendo a fare un capolavoro. Per una antica rivalsa. Per cancellare ditate oscene sulla sua tela.

Ma, sacripante quanti limiti devo superare ogni giorno, con sfide spesso perse, rivolte all’ultima cellula di malinconia dell’essere imperfetta?

Mio io, mio ego, saresti potuto crescere e albergare meglio, dentro di me.

Essermi d’aiuto, compagno, sfoglia della mia anima, nata gentile.

Tu, invece sei soltanto la mia rabbia, il mio furore, per quello che sappiamo noi due e che mi punge da troppo il cuore e che ancor sulla labbra non sale.

Non ne posso parlare. Forse un giorno, che verrà, ma quando, chissà, scriverò del suo strazio, della sua bruttura che mi condiziona l’agire.

Ti ho dato ascolto, ma come si ascolta un soldato.

Ti ho comandato di attivarti per coprire lacune, mancanze in modo da indurmi a credere di essere speciale, per consumare la mia vendetta.

Mio io, mio ego!

Mi sono accontentata di bearmi del tuo egoismo che non ho trasformato, lassù qualcuno mi vuole bene, in egotismo!

Fresca di sera sarei stata, persa per sempre, che oggi almeno, una speranza di diventare normale, la tengo.

I tuoi sussurri hanno coperto col cemento dell’eccesso di tutta me stessa, i miei effetti e le mie cause distorte.

Mi sono ritrovata a blablablare con il linguaggio della prosopopea.

Sfilavo bene sulla passerella, ero una bella pavona, non lo posso negare.

Ma te, mio io, mio ego, io posso annegare, nella tristezza di sapere che sei l’alternativa, la reazione ad un torto subito che non voglio patire da sola, la compensazione di una disgrazia.

Non sei affatto la mia grazia.

Ho avuto bisogno della mano altrui per risalire la china, anche se non l’ho mai chiesta.

Troppo orgoglio, vero mio io, mio ego? Troppa solitudine, mio io, mio ego!

Già, le ferite si devono leccar con la propria lingua.

Spesso, però mi sono dimenticata, come un aquilone appeso ad un ramo troppo alto, che da sola non potevo, non sapevo scendere.

Per questo ho pagato con la sofferenza di me, di te, mio io, mio ego.

Sono stata il giocattolo di qualche deficiente che ha cercato di trascinarmi nella sua scia, depauperata da ogni qualsivoglia valore.

Credo che ancor adesso, se ne penta.

Come quel tipo che disse di avermi scopata, in redazione e tutti a darsi di gomito al mio passaggio.

Unica donna in mezzo a maschi, il gruppo dei maschi che si sente fortezza.

Beh, quel giorno, lo ricordo come resurrezione, vicino alla macchinetta del caffè, gli feci, davanti ai colleghi della rosea, che c’erano tutti:” Ehi sciupone di femmine, dove e quando sarebbe accaduta la nostra scopata? Me lo ricorderesti, per favore, perché se c’è stata, è stata davvero scadente. Senza lasciare traccia. Aggiungo che guardandoti bene, anzi osservando la tua patta, credo che quel tuo coso, lì, in mezzo alle gambe, per me non vada bene. E’ sesso piccolino, striminzito, da quello che appare, come il tuo povero cervello!”

Glielo spiattellai tutto d’un sorso, mentre gli offrivo la tazzina: “ Come lo desideri, caro, dolce o amaro?”

Ecco, mio io, mio ego, in quella occasione ti ho apprezzato.

Non mi piace però confondere etichette, galatei, inchini, formalità e intrugli di civiltà varia. Direi avariata, ma soprattutto mendace.

Per esempio, se la disperazione per avere perduto la sedia, al giornale, non mi avesse insegnato a coagulare le ferite, sarei ancora a maledire la sorte e gli aguzzini invidiosi.

Allora quando sei di tono dimesso, mio io, mio ego, sei molto utile.

Di questo si, posso vantarmene.

Non che il mio vocabolario dove è sottolineata col lapis rosso, la parola sensibilità, sentore universale, sia già completato.

Ci sono grinze su quella carta.

No, non sono le rughe, non ne ho ancora sulla pelle liscia e ben tesa.

Sono le sconfitte che frantumano quel piedistallo sul quale, mio io, mio ego, hai scommesso di tenermi fino alla fine dei miei giorni.

Lo so, in una mia era futura se mai vivrò abbastanza, dovrò spurgarmi di te, mio io, mio ego, come fan fare alle lumache prima di essere cucinate.

A volte mi sento come una bambina che ha appena compiuto l’ennesima marachella. Me la rido, ora che veramente avrai di che piangere.

Il lavoro come va? Mi chiedono i più maliziosi che loro han già la risposta in tasca.

Lo dovresti sapere  anche tu, mio io, mio ego, visto  che proprio tu mi hai spinto a ritenermi una penna sublime, una star parolaia.

Certo, certo, non merito la gogna, d’altronde se non mi salvo da me, cosa pretendo, i prati fioriti e i baciamani alla bella giornalista che tanto scalpore ha generato nelle bocche dei sepolcri imbiancati, per germinazione spontanea?

Però a quei signori, si, proprio quelli che mi facevano la corte allora, al mio apparire sulla scena del giornalismo, devo dire grazie.

Sono state le tue spie, mio io, mio ego.

Mi hanno insegnato a burlarmi della tua indefessa, pressante apprensione, mi hanno permesso di non essere sciupata, gettata dopo l’uso come fiore all’occhiello appassito. Dopo che decadde il rango da loro attribuitomi.

Dall’altare alla polvere o preferisci, dalle stelle alle stalle?

La vetrina è opaca, cosa vuoi caro io, caro ego, la tua figlioccia, non più burattina usata a loro vantaggio, è in castigo da molti mesi.

Ha osato ribellarsi ai grandi capi, della Gazzetta dello Sport, quelli che sono pieni, tronfi di te, mio io, mio ego.

Loro io, loro ego.

Ho osato chiedere più fatti e meno parole d’elogio, gratuite e insipite.

Ho avuto l’ardire di domandare l’assunzione!

Mi hanno spento la lampada, la mia scrivania al giornale è rimasta vuota di me e al posto della macchina da scrivere mi hanno offerto una cintura di castità. La chiave l’avrebbe tenuta il direttore.

Ho prodotto fastidiosi pruriti al Giro d’Italia, ho evocato insani dispetti erettili al maschilismo imperante tutt’ora.

Mi sono dimostrata …immorale… io!

Solo perché sono di bell’aspetto?

Solo perché dico no al loro io, al loro ego?

Solo perché mi nego?

Una giovane donna che osa profanare il tempio degli uomini, ha il permesso d’ingresso,  una volta sola.

Abbattuta, che tu allora mio io, mio ego avresti dovuto schioccarmi la schiena, ho corso il rischio di scomparire, spiegando al direttore, al caporedattore, che non ero obbligata ad esibirle le mie lenzuola, macchiate di sangue, per testimoniare la mia verginità professionale. A gente, gentucola che al posto del sangue ha purtroppo acqua.

Tranquillo mio io, tranquillo mio ego.

E’ roba da avvocati questa, roba che merita vittoria di purezza su meschinità.

Di donna su uomo.

Nell’attesa della contesa, ora godo in tua compagnia, mio io, mio ego.

Ferito, mio io, dilaniato, mio ego.

Mi hanno offerto soldi e tanti perché togliessi il disturbo.

Non sanno che io ho te, mio io, mio ego.

Non sanno di che io, di che ego, allor che mi sovvieni, sono impastata.

Ferro, acciaio, platino, oro zecchino.

Lo scopriranno e allora si, mio io, mio ego, celebreremo insieme e ti amerò. Tanto.

Sapessi però, ora come sei buffo, quasi romantico, mio io, mio ego.

Sei spiumazzato, pulcino bagnato. Altro che aquila fiera!

Mi sostieni, per fortuna, rilanci i tuffi della mestizia, quando mi afferra con la sua mano, la gola.

La cenere sul capo, mi suggerisci di mettere, mio io, mio ego. Non ti sembra eccessiva?

Vedi, una volta qualcuno mi insegnò, che fortuna incontrare quel maestro, che era inutile lamentarsi al risultato ottenuto. Qualsiasi fosse.

Cioè era  inutile giustificarsi, se mancavi di centrare l’obbiettivo.

Una legge dura che non tiene conto del traffico umano fermo al semaforo per scantonare i pericoli incombenti del fato.

Per cui dovrei ammettere, mio io, mio ego, che ho sbagliato.

Non mi faccio pregare, so chiedere scusa. Se e quando scusa devo chiedere.

In questa storia, fammi capire, dove ho combinato guai?

Va beh, a che pro recriminare?

Certo non perdono ma continuo.

Nonostante tu, mio io, mio ego, me lo mi suggerisca a sproposito e spesso, lo sappiamo noi due che sono indomabile.

Selvaggia.

E furiosa. E rocciosa. E costante. E perseverante. E determinata.

E….. fragile. Ma che nessuno per favore dammi conforto, mio io, mio ego,  che nessuno se ne accorga.

Meglio essere odiata, malparlata, che mendicare, pietire una carezza.

Perché anche io, come tutti, sono soltanto figlia della speranza. Di essere giusta.

A costo di martoriarmi, di fustigarmi, devo mettere a nudo le matrici che mi stampano il giudizio, la stima di me.

Devo conoscerli questi marchi, marchi e non tatuaggi che si cancellano col sapone, per tenerli scoloriti, sotto controllo.

Sono consapevole, che dentro di ognuno, esista la cattiveria, la scemenza, la crudeltà e via coi difetti più truci, quelli che stanno nella nostra parte al di sotto dell’ombelico.

Ma sono altresì certa che soltanto la nostra buona comprensione, il buon senso, l’empatia di sé, siano lo stantuffo che equilibrino il tutto.

Il carattere della convivenza. La sapienza della civiltà.

E’ negli eccessi, che si annida la stupidità, non nella reazione pacata agli accadimenti. Serve quel distacco da te, mio io, mio ego, che dona lucidità.

Tu caro io, caro ego, d’accordo o meno con me, sei il perno di questa bilancia.

Anche se puoi farti scoprire che sai di tutto, tranne che di pacato.

Per cui ti avverto, ti amo e ti odio, ti combatto e ti servo.

Non  mi stancare, non mi pesare sulle spalle.

Sarei capace di disconoscerti, di estirparti, di tagliuzzarti le radici che hai dentro di me, mio io, mio ego, appena riconoscessi la tua assoluta supremazia sui miei accaniti sforzi.

Di essere me stessa e non te, mio io, mio ego.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…


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Quarto libro 11°Lettera Alla cortese attenzione del tempo

Alla cortese attenzione del tempo

Ladro sei. Forse il nostro peggior nemico.

Di te non so nulla, giacché non ti contengo. Non ti afferro, sfuggi dalle mie dita.

Non riesco a seguirti, sei tu che mi perseguiti.

Ed io non ho scampo.

Ti scosti al suono dei miei passi, allarghi con occhi iniettati di libidine, i lembi del tuo tabarro e mi irridi.

Una piroetta, ti strofini le mani e richiudi quel lembo, al nostro passaggio. Siamo schiavi, in file scomposte, nel tuo tunnel oscuro, assurde e obbligate forche caudine del nostro esistere.

Nel tuo bosco, senza le molliche di pane di Pollicino per ritrovare il sentiero che ogni secondo lasciamo e mai più ritroviamo.

Di Pollicino non abbiamo la sua astuzia, ne i sassolini bianchi, ne gli stivali rubati, per colmare la distanza che ci lascia in perenne squilibrio sul filo teso, da te, tempo, fin dal nostro principio, fino alla nostra fine.

Acrobati siamo e cadiamo e ruzzoliamo e scivoliamo e caschiamo e precipitiamo e ci accasciamo e ci abbattiamo e capitomboliamo e sdruccioliamo.

Certo, ci rialziamo, ma sempre ammaccati, feriti e contusi. Disanimati.

Ieri? Oggi? Domani?

Solo essenze temporali sfilate che si fluidificano tra loro.

Un frullato di attimi dal sapore di aceto. Sempre, anche quando sa di fruttata ambrosia.

Ieri? Oggi? Domani?

A che serve la memoria, la sola misura di te, tempo, quando riconosco che la vita è la mia malattia cronica, senza cura?

Ti appalesi sulla nostra decadenza, disfacendo i nostri corpi, coprendoli di piaghe, si, le tue carezze di rughe, sul collo, sulle mani, vicino agli occhi.

Non ci regali neppure saggezza.

Nulla in cambio ci offri, se non la nostalgia e il rimpianto.

A volte addirittura il rimorso!

Vale un ricordo il minuetto dell’anno vecchio che cede il testimone all’anno nuovo, allo scoccare di te, tempo finito e appena rinato?

Visto che consideriamo il passato come un disordinato, raffazzonato magazzino di tutte le maschere di cera, da giorno e da sera, da festa e da lutto, che abbiamo indossato.

Oplà e vanamente tento di rilassarmi , tu mi costringi a seguirti anche se invoco l’aiuto, senza emettere suono alcuno, quando mi aggrappo, a costo di sfiancarmi fiducia e unghie, quando mi appoggio ai muri ciechi, dove sono piantate le fotografie del mio fu.

Mi placo, che ogni tanto devo trovare la pace, a rivedere la mente che vomita immagini, situazioni vissute, patite, reagite, mentre inghiotto saliva stanca e risento l’odore delle sensazioni, delle emozioni che mi hanno liberato od oppresso.

Non mi benedici, non mi vuoi bene, non mi consideri.

La tua indifferenza, la mancanza di un segno di tua partecipazione al nostro dolore dell’essere, seppur minimo accenno, mi sgomenta e mi lascia prima che stecchita, ansimante.

I tuoi trucchi, li so a menadito.

Lo specchio è la tua illusione più grande in cui confidiamo.

Filtra, riflette soltanto ombre bianche. Sorrisi dei quali non rimane traccia. Un buco nell’acqua, uno squarcio nello spazio e bagliori ammiccanti che ci portano alla rovina.

Immobile pari, mentre noi ti muoviamo, alitando con la nostra corsa affannata l’aria che non sai respirare.

Risulta falsa la tua seduzione come il tic tac di quegli orologi, le tue lance avvelenate, che scandiscono soltanto il silenzio di te, tempo.

Lancette che ci rendono muti ma non sordi.

Inconsapevoli, ma non incoscienti.

Abbiamo lasciato sui foglietti del calendario, gocce di sudore, di sangue, sterili lacrime senza gusto.

Sei tu, tempo, il nostro tiranno, il nostro padrone.

Sotto la tua buia aureola compiamo violenze, invadendo, scambiando il nostro, di tempo con quello degli altri, senza essere puniti. Od essere sfiorati dal tocco del pentimento.

Non c’è castigo o premio, non c’è gioia o dolore, non c’è fantasia, non c’è logica, spirito o materia.

Ci sei solo tu, tempo.

Maledetto, benedetto, venerato, emarginato e sempre temuto.

Si, tu tempo e la pazienza di te, tempo.

Tempo e sofferenza del tuo tempo. Che è il nostro tempo per come ti viviamo.

Un ibrido, tra la leggerezza della piuma e la nodosità del bastone che ci sorregge nel mistero di questa nostra avventura,  che è l’entusiasmo di vita, il prosciugamento delle stille delle nostre giornate, la disperazione di ciò che poteva essere e non è stato, l’esasperazione di quando e quanto ci manchi per finire i nostri progetti.

Paradossi per un diagramma che sale e scende sui tuoi pendii.

Sempre scoscesi e scivolosi.

Dobbiamo andare avanti, avanti, avanti, giacché neppure l’indecisione ci concedi.

Per tentare di evitare quell’errore che ci ammorba con la sua paura e che poi ci lascia l’angoscia dell’errore sbagliato, ahimè compiuto. Il rimorso, questa è la moneta da pagare.

Siamo dunque solo robot al tuo servizio, votati all’alienazione della nostra personalità, alla negazione della nostra individualità?

Tu, tempo, cosa ci guadagni?

A quale fine mirano i tuoi lerci traffici di anime contrite?

Dove celi il ricavato dei tuoi misfatti?

A chi rendi conto di questa tua quotidiana falcidia?

Ah, ai tuoi secoli! Che son quelli che fanno la nostra storia!

I nostri nomi e cognomi, sui quali incidiamo la nostra frenesia, sono pietruzze scolorite, per le tue tante collane di tempo sprecato.

Noi sgobbiamo, noi lavoriamo e tu, tempo, che sei soltanto spettatore del nostro affanno, te ne prendi tutti i meriti!

La tua età! Il segreto della tua evanescenza sono le tue orbite vuote, la tua perpetua danza, sfuggevole e inutile,  ballata sull’eco dei tuoi anatemi.

Mi piace pensare che tu, tempo sia la reincarnazione di qualcuno che osò ribellarsi a te, tempo.

E che hai patito sulla tua pelle quel che fai patire a noi.

Ma probabilmente sei soltanto la reincarnazione di te stesso, dannato spettro, privo di ciclo vitale, che non ha pacificazione, sosta, requie.

Solo un requiem conclusivo. Eterno

Un riciclato soffio di natura. Ti distruggi della tua stessa sostanza e ricompari come massa senza corpo, dietro un angolo, masticando polvere di secondi e ossa di quello che, grazie a Dio, non ti potrà appartenere mai in piena autonomia.

La vita.

Che quella te la concediamo noi.

Povero tempo costretto senza sufficiente tempo, a vagolare pigolante, coperto dai cirri e dalle nuvole, stracciato a brandelli da una qualsiasi istantanea, prova delle nostre accuse.

Prova delle tue colpe.

La prova provata senza possibilità di alibi astrusi, inconsistenti che ti inchioda alle tue responsabilità.

Che tu ci infliggi, privandoci di te, tempo.

Mentre noi ci aggrappiamo alla sola speranza di impiegarti, te tempo, con lealtà, onestà e onore.

Si, di onorarti per quel che ci viene permesso.

Concesso.

Chi ha tempo non aspetti tempo, di avere tempo, per essere in tempo poi, di pentirsi di non avere più tempo.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…

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Titoli di coda

Titoli di coda

Finalmente

Alla buon’ora

Si

Il tuo dentro

Non mente

Sente

La verità

La chiarezza

Di cui non posso

Che apprezzare

La brezza

Allora mi va di spiegare

Per l’ultima volta

Parlare

E perché no

Ringraziare

Quest’amor che ti porto

Da allora

Granelli

Di splendore

Di ore

Trapassate

Remote

Che per man mi conduco

All’odor di sambuco

Un amor emozione

Un amor vibrazione

Un amor poesia

Un amor che non fa

Ormai più

Ne bene ne male

E’ soltanto vitale

Non è tuo

Non è mio

E’ solo suo

E’ di sé

Lui esso

Vive in perfetta armonia

In assoluta sintonia

Con esso stesso

Dove è nato

Dove si è partorito

Nel cosmo infinito

D’altronde

Sono io che t’ho cercato

Sono io che t’ho scovato

Per colmare la sofferenza

Della tua prolungata assenza

Non tu

Che se accadeva il contrario

Ad alzare il tuo culo

Sbizzarrito mulo

Non avresti frapposto

Ne indugio ne orario

Dunque?

Amor come prisma

Che ha riflesso

I tuoi lati ideati?

Immaginati?

Trasfigurati?

Amor come genuflessione?

Venerazione?

Sicuro

Il mio sentire è forte

Non ha ali contorte

Incrollabile come un muro

Duro

E’ quel che avverte

La mia mente di te

E contiene tutti

Questi perché

Sono i come

Rimasti senza risposta

Ho fiducia

Fede

Riposta

Che tu sia musa

Orgogliosa e felice

Del sentimento totale

Abnegato

Mai negato

Che sorte da me

Che si innalza oltre e fuori

Dai miei fisici limiti e contorni

Che ti ho addosso riversato

Tanto

Troppo

Con i suoi storni e ritorni

Lui esso

L’amore di te

Non ahimè

Per te

E’ libero di fare

Ciò che gli pare

Volare e volare e volare

Librare

Scoppiar di salute

Ubriacarsi

Di tante parole

Ariose

Giocose ricevute

Lui esso

L’amore di te

Si dedica a

Render le mie giornate

Piene di vita

Impreziosite di linfa

Di gusto

Trambusto

Non avremo

Nessun domani

Insieme

Come a coppia

Conviene

Attiene

Ma vedo

La strada

Che ognuno

Per proprio conto

Tornaconto

Ha da seguire

Parallela

In qualche modo

Comune

Questo mi basta

Per dirti addio

Con la fronte di rughe spianata

Leggo i titoli di coda

Nella pagina nuova

Appena arrivata

Questo mi appaga

Per dirti

Alla fine della

Coinvolgente saga

Grazie

Tu mi hai liberato

Da antiche cavigliere

D’acciaio

Per riporre

Quei dolori

Nel medagliere

Dell’oblio

Del mio io

Mi hai offerto

Gloria di orizzonti

Prima sbiaditi

Sfuocati

Allora grazie ridico

A te

Che hai provato

A rinvigorire ricordi sopiti

Per tentare un spazio

Rimasto vuoto di indizio

E non ci sei riuscito

Ti regalo metà merito

L’altra metà

La conservo per me

Nessuna colpa

Nessun rimorso

Nessun rimpianto

Semmai vanto

D’aver contribuito

Magnifico medium

A dar la sterzata

Ad un futuro che pareva

Indirizzato

Precipitato

In abitudine noiosa

Fumosa

Appassita

Arrossita

Questo futuro

L’hai reso

Gaudente

Sempre splendente

Ora faccio da me

Dimentico

Una nota stonata

Che è il più del meno

Che ho ricevuto

Da questa affabulata

Avventura

Di ciò che dico sono sicura

Soprassiedo in fretta

Al morso che mi duole

Preferisco indossare

Indifferenza

Per l’insofferenza

Per l’irriverenza

Niente e nessuno

Una pena di strazio

Ancorché

Sazio

Vale

Ah

Grazie ancora

Alla tua buon’ora

Alla tua chiarezza

Tanto

Di quel che sarà come disse qualcuno

Non c’è certezza

Io però una ce l’ho

Non ti sono più vicino

Ti auguro dunque

Un lungo

Felice

Luminoso

Cammino

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Nella terra

Nella terra

Voglio restare

Nel totale contemplo

Perciò

Mi concentro

Sdraiata e coperta

Nella terra

Dalla terra

L’unica madre bella

Sentirmi da lei protetta

Che ora

La mia verde di bile veste

Mi sta un po’ stretta

Per riflettere

Pensare

Elaborare

La sòla

Che ho staccato da un ramo

Spezzato

Sconquassato

Da sola

Scavar con le mani

Il terriccio

Per reperire

Molliccio

Il dolor del mio canto

Per trasformarlo

In di gloria vanto

Ecco devo far a meno del pene

No non è sesso di cui accenno

E’ il senso del proprio io

Che all’uomo appartiene

E ‘da quel di carne gingillo

che sorte il suo mondo birillo

Le femminucce

Contrite

Con fantasie ritrite

Illusorie

Come e quanto poetiche fanno

Di noi  e loro insieme

Le storie

Che a da forca quel pendaglio

Terribile fatale sbaglio

Fan girotondo

Devo

Dicevo far a meno

Del pene come concetto

Buttare il suo perfido

Di irrealtà getto

Fuori di me

Staccarmi dal vagheggio

Privo di solfeggio

Inesistente nel pentagramma

Dell’uomo ideale

Striminzire il suo aculeo

Dalla foce del cuore

Gorgheggio

Di un mito del mito

Che non c’è

Non esiste

Anche se in un sogno

Da fanciulla

Si è scolpito una culla

Resiste

Persiste

Insiste

E’ soltanto

Un vigliacco cristiano mortale

Quello che punge di tanto male

Farò prima o poi

Sfilando

L’anello catena dal dito

Di quel mito

Partorito

Dall’arzigogolo

Di un pensiero malnato

Di sicuro malato

Il suo funerale

Ci penso bene

Al pene

Alla sua legge penante

Pesante

L’uomo si sputa

La donna si prende

Quel che proviene

Dall’onda d’amore

Con ogni suo sapore

Di dolce

Di amaro

Di salato

Fino a quando non ha

La lezione imparato

E’ l’imperio

Della natura

Cambiare le regole scritte

E’ dura

Troppo dura

Dunque

Aspettare

Come donna

Come regina

Conviene

Mettere in fila

Gli aspiranti amanti

Spasimanti

Sperar di capire

Quale sia

Dell’uomo

Del re

Il suo fluire

Se ti concede

L’onore di essere

Suo specchio

Del suo sentimento abortito

Striminzito

Della sua inconiugata emozione

Che noi femmine dense

A volte melense

Facciamo volare

Come impazzito aquilone

O se davvero

Quell’uomo

Quel re

Riesce ad amar

Te regina

Te donna

Per quel

Che la donna

Che la regina

E’

Mi pare difficile il paradigma

Io so che

La donna

La regina

E’ vincente

Per suo connaturato mordente

Dona la vita

Pienezza infinita

L’uomo

Il re

Per sua costituzione

Ahimè

Spesso

E’ perdente

Tante volte

Coglione

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