Tesi di Laurea di Silvia Dalla Costa


Ringrazio Silvia Dalla Costa che ha voluto ricordarmi nella sua Tesi di Laurea.

Presentazione

Questa mia memoria nasce innanzitutto dalla volontà di mettermi in gioco, di sentirmi anch’io, nel mio piccolo, un po’ giornalista, di vivere un’utile esperienza di crescita, di entrare in contatto con esperienze importanti e realtà curiose e di poterle raccogliere in un elaborato pienamente personale, frutto del mio lavoro. Inoltre, questa memoria rappresenta l’occasione per coniugare una passione ormai consolidata per il giornalismo e una viva curiosità verso il ruolo della donna nel mondo dell’informazione sportiva, in particolare di matrice calcistica, mondo da sempre popolato per lo più da figure maschili. Ho pertanto tentato di indagare quello che è stato l’inserimento del gentil sesso in questo universo e il ruolo che vi svolge, grazie anche all’aiuto di figure cui va il merito di aver indicato  una strada professionale nuova alle donne o di aver proseguito su questa strada con indiscusso successo. E’ proprio questo il filo conduttore del mio lavoro, suddiviso in tre capitoli, in ognuno dei quali mi concentrerò su un diverso mezzo di comunicazione. All’inizio di ciascun capitolo, inoltre, proporrò una breve, ma doverosa introduzione con il proposito di indicare come ciascun mezzo abbia storicamente sviluppato un interesse verso il settore del giornalismo sportivo. Nel primo capitolo indagherò l’inserimento della donna nel mondo dell’informazione sportiva di carta stampata. Ovviamente, irrinunciabile a questo riguardo è la testimonianza di Rosanna Marani, giornalista oggi non più in attività, affermatasi negli anni Settanta grazie alla sua collaborazione con La Gazzetta dello Sport

1.2   –   Lo sport raccontato dalle donne nel mondo della carta stampata

 Se il giornalismo sportivo nasce nella seconda metà dell’Ottocento e La Gazzetta dello Sport vede la luce nel 1896, bisognerà attendere quasi un secolo, precisamente il 1973, perché una donna vi trovi spazio. Si tratta di Rosanna Marani, prima giornalista in campo sportivo non solo in Italia, ma addirittura a livello europeo che, forte di una lunga e faticosa gavetta per altre pubblicazioni a stampa e perfino di collaborazioni televisive, vanta oggi un bagaglio di esperienze di cui non si può che essere orgogliosi. Educata fin dall’infanzia ad una cultura di tipo calcistico grazie alla madre che, racconta, era una grande appassionata di questo sport, ha avuto modo di sviluppare gradualmente una competenza sportiva che le ha permesso di diventare una brillante giornalista della rosea (“In fondo quale quotidiano, con il colore delle sue pagine , è più adatto di questo ad una donna?” dice quasi provocatoriamente la stessa Marani), pur non senza difficoltà. Negli anni Settanta, quando il mondo dell’informazione sportiva era ancora illibato da una qualsiasi presenza femminile, la comparsa di Rosanna Marani ha infatti destato stupore, incredulità, diffidenza ed invidia. Per lo meno inizialmente, quindi, l’essere donna non le è stato d’aiuto e nemmeno il suo bagaglio di conoscenze calcistiche, indubbiamente superiore a quello di molti uomini, è bastato ad aprirle, né tantomeno a spalancarle, le porte del successo nel mondo dell’informazione sportiva. Rosanna Marani insomma, come lei stessa ha raccontato con una punta di orgoglio, non deve la sua affermazione ad una serie di coincidenze fortuite. Al contrario, il suo successo è il risultato più che meritato di tanti sforzi, di una passione ed una tenacia, una grinta ed una dedizione che l’hanno portata a “violentare un destino”, per usare le stesse parole con cui la giornalista definisce la sua esperienza.  Racconta così gli anni della sua gavetta e della sua affermazione, innanzitutto nel difficile mondo del giornalismo, e quindi nel campo sportivo, universo allora avvolto da una sorta di sfera di sacralità in cui gli uomini giocavano un ruolo da protagonisti che non erano disposti a perdere, e che difendevano in ogni modo:

[1]Iniziai a scrivere a sedici anni per i piccoli giornali locali della città in cui sono nata, Imola; a diciotto anni, poi, mi trasferii a Roma per poter proseguire gli studi, ospite di amici di famiglia. Già allora la mia aspirazione era quella di diventare una giornalista sportiva, ma ero ben consapevole delle difficoltà che avrei incontrato nell’intraprendere una carriera del genere, ero ben consapevole che sarei stata guardata con circospezione. Senza arrendermi, iniziai a sfogliare le Pagine Gialle per cercare i numeri delle redazioni più importanti ed avere così un colloquio con i rispettivi direttori. Svolsi la mia prima esperienza in un quotidiano nazionale a Il Tempo, dove Erminio Iattarelli, caporedattore, mi affidò il compito di occuparmi delle lettere sugli “ospiti” del canile di Porta Portese. Approdai poi a Agenzia Italia, Paese Sera e Momento Sera. L’incontro con Mino Doletti mi portò a specializzarmi nello spettacolo: la paga di quel tempo era piuttosto modesta, ma occuparmi di questo settore mi diede la possibilità di frequentare luoghi prestigiosi, come il Teatro delle Vittorie a Roma, e di fare la conoscenza di personaggi illustri, come la grande Mina. Continuando su questo filone, ebbi l’opportunità di lavorare per riviste femminili come Sogno e Gioia e di conoscere Maurizio Costanzo, a quel tempo a Grazia. Rientrai a Imola poco prima della morte di mio padre, dopo essermi sposata, aver avuto il mio primo figlio ed essermi separata. L’incontro con Pirazzoli, un giornalista sportivo del Resto del Carlino, mi permise di iniziare una collaborazione con il quotidiano, per il quale mi occupai della cronaca della città. Pur non sapendo nulla di marketing, mi inventai anche altri incarichi, con lo scopo di vendere il maggior numero di copie: nominai ad esempio la “parrucchiera del mese”, il “nipote del mese”, e così via. A quel tempo, il caporedattore dello sport era Italo Cucci, che mi diede il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi”. E’ questo il primo contatto di Rosanna Marani con il mondo dell’informazione sportiva; la svolta alla sua carriera arrivò tuttavia nel 1973, quando la giornalista incontrò Mottana, allora direttore de La Gazzetta dello Sport . Se crearsi uno spazio nel mondo del giornalismo era stata già impresa piuttosto dura (Rosanna Marani se ne andò poi dal Resto del Carlino poiché, nonostante le vendite andassero più che bene nella zona di Imola grazie anche alle inedite rubriche da lei create, non venne mai assunta regolarmente), obiettivo ancor più arduo si rivelò da subito farsi un nome nel mondo del giornalismo sportivo, che la stessa Marani definisce “Maschilista, usando un eufemismo”. Infatti Mottana, dapprima incuriosito dalle ambizioni di questa giovane donna, si rivelò presto incatenato dai luoghi comuni del tempo, che vedevano in una giornalista sportiva un soggetto quantomeno inusuale e, come molti altri avevano fatto prima, le consigliò di rivolgersi a riviste femminili, più consone a quelle che, secondo lui, avrebbero dovuto essere le inclinazioni di una donna. L’ennesima porta in faccia chiusa davanti ai suoi sogni provocò in Rosanna Marani una fortissima delusione e, rossa in volto, scoppiò in un sincero pianto:”Così Mottana, commosso da questa mia reazione, mi affidò un compito che si presentò subito piuttosto arduo: intervistare Gianni Rivera, allora capitano del Milan, in silenzio stampa da ben sei mesi, che non voleva essere disturbato da nessuno, tantomeno da una donna. Infatti inizialmente Rivera si negò più e più volte al telefono, ogni volta con una scusa diversa: prima era occupato, poi era appena uscito… Io non mi arresi, lo raggiunsi di persona ad Ancona, e alla fine l’intervista venne realizzata. Portai così l’articolo in redazione, ma per il responso dovetti attendere ventiquattro ore durante le quali, per sconfiggere l’ansia e il nervosismo, cercai di tenermi impegnata il più possibile e di distrarmi in qualsiasi modo. Ma l’attesa venne pagata: l’articolo uscì il giorno successivo, il 18 novembre 1973, domenica, quando la Gazzetta è più venduta, pubblicato a pagina tre, occupando ben nove colonne e con perfino una mia foto!

[2] Ero davvero orgogliosa di me stessa e, compiaciuta e con un pizzico di vanità, mi chiesi come avesse fatto fino a quel momento il mondo del giornalismo sportivo a sopravvivere senza di me!Potrebbe sembrare il lieto fine di una bella storia: Rosanna Marani aveva finalmente realizzato il suo sogno, era finalmente diventata una giornalista sportiva a tutti gli effetti. Invece, al posto di riconoscere i meriti di questa ragazza che, grazie alle sue sole forze, era riuscita a realizzare l’intervista con Rivera tanto agognata dai più blasonati colleghi maschi, sui giornali dell’epoca comparvero senza sosta invidie e gelosie, malelingue e sospetti. Iniziarono quindi da subito gli attacchi a questa giovane donna (all’epoca del suo debutto alla Gazzetta aveva ventisette anni) che aveva coraggiosamente deciso di intraprendere una via professionale nuova alle donne: come sempre accade nella storia, chiunque modifichi lo status quo delle cose, combatta i luoghi comuni e sia, anche nel suo piccolo, un riformatore, va inevitabilmente contro a quella paura dell’opinione pubblica che accompagna l’avvento di qualcosa di nuovo. Così accadde anche a Rosanna Marani, che, come lei stessa mi ha narrato in modo molto coinvolgente durante il nostro incontro, inizialmente dovette affrontare numerose difficoltà. Credo sia esplicativo a questo riguardo un aneddoto curioso: la giornalista racconta che, le prime volte che si recava negli spogliatoi delle squadre per poter realizzare le interviste del dopopartita con i giocatori, cosa consueta per i colleghi maschi, veniva bloccata dai carabinieri, che addirittura le coprivano gli occhi con la mano, affermando che non era consentito l’accesso alle donne. Un affronto, questo, alla sua professionalità, cui lei si difese sempre dichiarandosi giornalista sportiva, e guadagnandosi così l’accesso agli spogliatoi. Oltre a ciò, Rosanna Marani dovette sopportare anche lo scetticismo degli “addetti ai lavori”, che ritenevano una donna occupata nel campo sportivo poco competente e in grado di fare sempre e solo le stesse domande, e perfino le loro invidie, poiché l’avvento della Marani nel mondo della Gazzetta creò una curiosità tale per cui divenne lei la più intervistata e la più richiesta a presenziare a inaugurazioni di qualsiasi tipo. A questi attacchi alla sua professionalità si aggiunsero da subito violazioni alla sua privacy, violenze alla sua intimità: immediatamente dopo la pubblicazione dell’intervista a Rivera iniziarono a susseguirsi senza sosta illazioni ed ipotesi per cui la giovane giornalista sarebbe stata l’amante del capitano rossonero o di altri personaggi influenti del mondo calcistico, “Voci, superfluo dire, infondate”. E come se tutto ciò non bastasse, perfino La Gazzetta dello Sport, quello stesso giornale che le aveva permesso di realizzare il suo sogno, dopo la pubblicazione del suo primo pezzo tentò di escludere la Marani, di annullarla. L’amministrazione, infatti, le offrì una grossa somma per convincerla ad abbandonare il quotidiano, ma la giornalista, invece di arrendersi, reagì facendo causa alla rosea e, vincendola, si ritagliò ancora una volta un suo spazio. Tutte queste tensioni, questi problemi, queste discriminazioni, queste battaglie per farsi accettare, questa circospezione e diffidenza fecero ovviamente crollare Rosanna Marani, che venne addirittura ricoverata in ospedale, esasperata e con i nervi a fior di pelle. Penso basterebbe semplicemente questo aneddoto a testimoniare come sia stato difficile per una donna incarnare il ruolo dell’alfiere in una guerra per l’affermazione del gentil sesso in un campo allora inesplorato, essere il portabandiera di ambizioni inedite,  la testimonianza vivente che i tempi stavano cambiando e che anche il giornalismo sportivo non poteva più fare a meno di una presenza femminile. Infatti, col tempo, la stessa Marani superò queste iniziali, traumatiche difficoltà, divenendo una giornalista affermata, ammirata e rispettata anche dai colleghi maschi. Col tempo, il mondo del giornalismo sportivo di carta stampata si è aperto con meno pregiudizi alle donne, riconoscendo che la loro presenza all’interno di una redazione non è solo necessaria, ma addirittura indispensabile per interpretare nuove tendenze e per proporre un punto di vista innovativo e personale, diverso insomma. Credo che questo processo di trasformazione ed apertura alla figura della giornalista che racconta lo sport sia indiscutibilmente iniziato, ma che non abbia ancora raggiunto la sua più piena fase evolutiva.  Problemi di tipo “logistico”, come quelli incontrati da Rosanna Marani ai suoi esordi, non esistono più: da quando faccio la giornalista, l’ingresso agli spogliatoi nel dopopartita è ormai negato tanto agli uomini, quanto alle donne. Anche altri tipi di ostacoli sono oggigiorno decisamente meno rilevanti, dal momento che attualmente sempre più donne si occupano, a vario titolo, di sport, soprattutto nel mondo della televisione, quindi anche un giocatore, trovandosi di fronte una ragazza, non percepisce più questa presenza come una stravaganza, non vive più l’intervista con imbarazzo. Per quanto riguarda la mia esperienza, inoltre, posso dire di non aver mai avuto nemmeno particolari problemi con i dirigenti, sia ora che sto seguendo il Milan, sia precedentemente, quando mi occupavo di squadre più piccole. Le uniche difficoltà che si possono incontrare riguardano la credibilità: gli allenatori vecchio stile vedono ancora in modo strano una donna che parla di calcio e talvolta questo può accadere anche con i colleghi. Recentemente ho avuto un battibecco scherzoso, al quale ormai sono abituata, con un collega di Repubblica,  il quale sostiene che è inutile parlare di tattica con noi donne, visto che non abbiamo mai giocato a calcio e quindi non ne possiamo capire nulla! Altri problemi possono essere relativi ai rapporti: ovviamente, un giocatore non avrà mai con me la confidenza che può avere con un collega maschio, non instaurerà mai con me lo stesso cameratismo. Al contrario spesso molti giocatori, soprattutto quelli più giovani, sentono che in una giornalista troveranno protezione, clemenza, per una nostra indole meno incline a scatenare polemiche e polveroni. Di certo è un vantaggio, nel senso che l’intervista si svolge la maggior parte delle volte in un clima di particolare serenità e tranquillità, ma altrettanto sicuramente non è nemmeno un sintomo del tutto positivo! Altre volte invece, i giocatori si tengono volutamente alla larga da alcune giornaliste, soprattutto da quelle più “esuberanti”, per evitare di far nascere possibili fraintendimenti…Quindi, se inizialmente furono dei puri retaggi culturali a rendere tanto difficoltosa la realizzazione del sogno di Rosanna Marani, probabilmente oggi una “discriminazione”, se così la si può chiamare, esiste per quella che è la “disponibilità di mercato”, il numero di ragazze, oggettivamente piuttosto esiguo, interessate di calcio e con una competenza tale da consentire una scalata nel mondo dell’informazione sportiva. Il giornalista è il regista, l’attore della parola: così come un attore interpreta un personaggio e il regista interpreta una realtà secondo la propria sensibilità, allo stesso modo il giornalista è chiamato ad interpretare queste realtà e questi personaggi, con il compito di regalarli al lettore attraverso le parole. Parole che, fra l’altro, non sono e non saranno mai a loro volta totalmente imparziali, poiché sempre caricate di un peso intrinseco, indiscutibilmente rilevante, interpretativo e di giudizio, che coinvolge valori umani e morali.Per riuscire ad essere una buona regista della parola, Rosanna Marani dice di chiudere gli occhi, per tentare di indossare i panni del personaggio che ha di fronte, di calarsi nella sua realtà, per imparare a descrivere tutto ciò nel minor tempo possibile (si sa che le scadenze giornalistiche sono spesso incalzanti) con la massima fedeltà, pur non trascurando le proprie preferenze. Così, la Marani non rinuncia mai allo stile forbito che tanto ama.

2.2 – Lo sport raccontato dalle donne nel mondo della televisione

Il mondo della televisione è stato fin dagli esordi popolato da figure femminili, ed è stato così anche per quanto riguarda l’universo dell’informazione sportiva. Diverse donne, a vario titolo, hanno prestato il loro volto a trasmissioni di questo tipo; figura fra queste, ancora una volta, Rosanna Marani, che nella sua carriera annovera esperienze da conduttrice di programmi sportivi per Rai, Mediaset ed altre emittenti quali Telemontecarlo ed Odeon tv. La  stessa giornalista della rosea decise di abbandonare il mondo dell’informazione sportiva di carta stampata nel 1984 proprio per dedicarsi alla carriera sul piccolo schermo, meno impegnativa in quanto le apparizioni televisive si limitano al solo momento della messa in onda della trasmissione, a quello del trucco che la precede e a qualche ora di preparazione degli argomenti da trattare. Decisione, questa, presa per la volontà di poter essere maggiormente presente

coi suoi figli ed essere più attenta alla loro crescita ed educazione.

Rosanna Marani, nata come giornalista di carta stampata, ammette di adorare il medium televisivo e racconta che, nelle sue esperienze sul piccolo schermo, ha sempre tentato di stupire, scioccare lo spettatore grazie ad un connubio ironico di immagini e parole che, in un certo senso, smitizzasse il calcio, costruendo così a mio parere le basi per i futuri programmi di ibridazione fra intrattenimento e giornalismo sportivo: “Nella mia esperienza televisiva, apporto nel modo di parlare di calcio qualcosa, a mio parere, di estremamente innovativo per l’epoca: uso il linguaggio sportivo per poi trasformarlo in immagini figurate. Numerosi sono gli aneddoti che ricordo a questo proposito: chiedendo a Trapattoni quale formazione avrebbe schierato in campo, una volta gli porsi dei soldatini per poterla realizzare materialmente in miniatura, o quando stuzzicai spesso i giocatori pronti a scendere in campo dicendo loro: “Andate alla guerra? E allora travestitevi da soldati!”. Sorrido ancora quando ripenso ai travestimenti improbabili cui ho sottoposto grandi personaggi del mondo del calcio: ha fatto il giro del mondo la mia fotografia di Maradona travestito da Babbo Natale!”

APPENDICE

 

 

 

 

Intervista a Rosanna Marani

 

Milano, 4 ottobre 2005

 Vorrei innanzitutto sapere cosa l’ha spinta a diventare una giornalista sportiva perché, se sono ben informata, lei è stata in assoluto la prima donna ad intraprendere questa carriera professionale…

Effettivamente sì, e qualcuno l’ha riconosciuto: al tempo, Francesco Cossiga mi nominò Cavaliere della Repubblica per meriti professionali, per aver aperto una strada nuova alle donne. Mi è stato detto che sono stata addirittura la prima in Europa, negli anni Settanta vennero ad intervistarmi anche dall’estero, dalla Grecia ad esempio: conservo tuttora alcuni degli articoli che  mi dedicarono oltreconfine. Ho iniziato a lavorare nel 1970, e nel 1973 sono approdata alla Gazzetta: il mio primo pezzo è uscito il 18 novembre 1973, me lo ricorderò per il resto dei miei giorni… sulla rosea poi, quale giornale più adatto ad una donna che vuole intraprendere questo mestiere? Ho deciso che avrei fatto la giornalista quando avevo appena una decina d’anni: mi piaceva leggere, scrivere, e a scuola, durante le lezioni d’italiano ero attentissima; adoravo la magia delle frasi che, concatenandosi, diventavano una sorte di grimaldello per volare con le ali della fantasia, per vivere mille vite… e quindi decisi di raccontare proprio queste mille vite! Per quanto riguarda il perché dello sport, è presto detto: mia madre era una grande appassionata di calcio, la domenica non perdeva mai nessuna trasmissione a riguardo, quasi “trascurando” me e mio padre.

 Da qui si spiega la sua decisione. Come ha mosso i primi passi nel mondo del giornalismo? Ha fatto degli studi specifici?

Non ho raggiunto la Laurea, ma ho comunque svolto una carriera che definirei più che brillante, di cui mi ritengo soddisfatta in pieno. Ho frequentato il liceo classico, la scuola per interpreti, poi il liceo linguistico e infine ho conseguito il diploma alla scuola magistrale. Ho iniziato il magistero di filosofia (allora non esistevano le scuole di giornalismo), senza però terminarlo, privilegiando l’esperienza pratica e spinta dalla forte volontà di lavorare e poter dimostrare la mia bravura.

Iniziai a scrivere a sedici anni per i piccoli giornali della città in cui sono nata, Imola, e col passare del tempo ho sempre desiderato di più. A diciotto anni mi trasferii a Roma per poter proseguire gli studi, ospite di amici di famiglia. Già allora la mia aspirazione era quella di diventare una giornalista sportiva, ma ero ben consapevole delle difficoltà che avrei incontrato nell’intraprendere una carriera del genere, ero ben consapevole che sarei stata guardata con circospezione. Senza arrendermi, iniziai a sfogliare le Pagine Gialle per cercare i numeri delle redazioni più importanti ed avere così un colloquio con i rispettivi direttori. Svolsi la mia prima esperienza in un quotidiano nazionale a “Il Tempo”, dove Erminio Iattarelli, caporedattore, mi affidò il compito di occuparmi delle lettere sugli “ospiti” del canile di Porta Portese. Approdai poi a “Agenzia Italia”, “Paese Sera” e “Momento Sera”. L’incontro con Mino Doletti mi portò a specializzarmi nello spettacolo: la paga di quel tempo era piuttosto modesta, ma occuparmi di questo settore mi diede la possibilità di frequentare luoghi prestigiosi, come il Teatro delle Vittorie a Roma, e di fare la conoscenza di personaggi illustri, come la grande Mina. Continuando su questo filone, ebbi l’opportunità di lavorare per riviste femminili come “Sogno” e “Gioia” e di conoscere Maurizio Costanzo, a quel tempo a “Grazia”. Rientrai a Imola poco prima della morte di mio padre, dopo essermi sposata, aver avuto il mio primo figlio ed essermi separata. L’incontro con Pirazzoli, un giornalista sportivo del “Resto del Carlino”, mi permise di iniziare una collaborazione con il quotidiano, per il quale mi occupai della cronaca della città. Pur non sapendo nulla di marketing, mi inventai anche altri incarichi, con lo scopo di vendere il maggior numero di copie: nominai ad esempio la “parrucchiera del mese”, il “nipote del mese”, e così via. A quel tempo, il caporedattore dello sport era Italo Cucci, che mi diede il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi.

Come è approdata, invece, al mondo dell’informazione sportiva?

Un giorno, parlando con mia madre, feci una battuta che aveva il sapore di una sfida con lei, ma soprattutto con me stessa: “Io continuerò a fare la giornalista, però diventerò la prima giornalista sportiva della Gazzetta dello Sport!”. Ovviamente, lei rimase perplessa, ma io ero fortemente motivata e, decisa a sfruttare l’unica carta che avevo, vale a dire l’impudenza, venni a Milano. Qui conobbi Sansoni, l’editore di Diabolik, emiliano come me; quando gli confidai la mia ambizione, mi guardò anch’egli perplesso e mi rispose: “Vuoi fare calcio? Ma non sarai matta? Non sarai matta? Non sarai… geniale?”. Probabilmente, lo intrigai molto, e per questo decise di presentarmi, durante Milan – Rapid Vienna a San Siro, a Mottana, allora direttore della Gazzetta. Questi era in lutto per la morte della madre, e forse anche per questo motivo, mi salutò piuttosto freddamente e non mi dedicò particolari attenzioni. Infuriata dalla sua indifferenza, lo inseguii, mi precipitai in tribuna stampa e insistetti, in modo anche indisponente, per avere un colloquio, per essere messa alla prova. Mottana, basito di fronte alla mia sfacciataggine, esaudì la mia richiesta, ma quando lo incontrai il giorno dell’appuntamento fissato, aveva già cambiato idea: considerava “fuori dal mondo” che una donna si occupasse di sport, ritenendo più opportuno che mi rivolgessi a riviste femminili, come “Grazia” ed “Amica”. Io, irritata e delusa, risposi, rossa in volto e con le lacrime lungo le guance: “Basta! Non ne posso più di Grazia, Oggi ed Amica! VOGLIO la Gazzetta dello Sport! Mettetemi alla prova, non chiedo nessuna raccomandazione, mi raccomando da sola!”. Mottana, da un lato commosso da questa mia reazione, e dall’altro ormai quasi esasperato perché aveva capito che non si sarebbe liberato facilmente di me, decise di mettermi effettivamente alla prova: avrei dovuto portargli un’intervista a Gianni Rivera. Compito piuttosto arduo direi, dato che l’allora capitano del Milan era in silenzio stampa da ben sei mesi e non voleva essere disturbato da nessuno, tantomeno da una donna; per scoraggiarmi ulteriormente, inoltre, prima che abbandonassi il suo ufficio, Mottana aggiunse che avrebbe voluto leggere nel mio pezzo qualcosa di nuovo, e non tutto quanto era già stato sentito più e più volte. L’impresa di incontrare Rivera si rivelò ovviamente ardua fin dall’inizio, dal momento che il giocatore si negò più e più volte al telefono con scuse banali e poco credibili, ogni volta diverse: prima era occupato, poi era appena uscito… Ma io non mi arresi nemmeno quella volta e lo raggiunsi di persona ad Ancona a bordo della mia Cinquecento, con la complicità di Sansoni e di Benetti. Lo incontrai nella hall di un albergo, e fu con quell’intervista che mi inventai la mia carriera, oserei dire violentando un destino; giocai tutte le mie carte, presentandomi come una donna separata con un figlio piccolo, la cui carriera di giornalista alla “Gazzetta” dipendeva da quella missione impossibile, da quella intervista, e mi dichiarai disponibile a fargli rileggere il pezzo una volta steso, e addirittura a distruggerlo, se non avesse ritenuta opportuna la sua pubblicazione. Insomma, ho usato tutte le armi a mia disposizione, ed è andata decisamente bene: alla fine l’intervista venne realizzata. Portai così l’articolo in redazione, ma per il responso dovetti aspettare ventiquattro ore durante le quali, per sconfiggere l’ansia e il nervosismo, cercai di tenermi impegnata il più possibile e di distrarmi in qualsiasi modo. Ma l’attesa venne pagata: l’articolo uscì il giorno successivo, il 18 novembre 1973, domenica, quando la “Gazzetta” è più venduta, pubblicato a pagina tre, occupando ben nove colonne e con perfino una mia foto! Ero davvero orgogliosa di me stessa e, compiaciuta e con un pizzico di vanità, mi chiesi come avesse fatto fino a quel momento il mondo del giornalismo sportivo a sopravvivere senza di me!

Globalmente, devo dire che ho patito, che negli anni della mia gavetta ho avuto momenti davvero difficili, di forte frustrazione e sconforto, ma che alla fine sono stata premiata! Vado fiera del fatto che non mi ha regalato niente nessuno!

Immagino sia proprio questo suo primo pezzo quello a cui lei si sente più legata…

Sì, sicuramente questo è un pezzo molto importante! E’ un’intervista, un pezzo “umano”, ma nella mia carriera ho avuto modo di scrivere anche articoli più tecnici, di calcio, cui sono altrettanto legata e di cui vado altrettanto orgogliosa. In ogni caso, all’intervista a Gianni Rivera va il merito indiscutibile di avermi aperto le porte del giornalismo. Ma non di avermele spalancate!

Cosa intende dire? Che ci sono state reazioni per così dire “forti” di fronte al fatto che una donna fosse riuscita in un’impresa tanto ardua, quella di intervistare Rivera, con un risultato così brillante?

Esatto! Successivamente, ho dovuto addirittura fare causa alla “Gazzetta” per poter essere assunta, si erano presto rimangiati tutte le promesse che mi avevano fatto! In seguito alla pubblicazione del mio primo pezzo, infatti, vi fu un gran parlare, uno scandalo: una donna che parlava di sport non si era mai vista prima! Nacquero presto anche invidie e gelosie nei miei colleghi uomini, perché tutti mi cercavano, ero richiestissima come madrina per qualsiasi manifestazione. Pensi che non potevo nemmeno rispondere al telefono, poiché i miei colleghi maschi non volevano creare possibili fraintendimenti con le loro mogli, le quali non erano a conoscenza della mia presenza in redazione!

Aneddoti sicuramente curiosi, ma che penso dimostrino anche quanto fosse maschilista il mondo dello sport in quegli anni…

Sì, fortemente maschilista. Anzi, forse definirlo tale è addirittura soft: è ancora di più! Gli uomini difendevano questo mondo con ogni mezzo, consideravano a propri la donna come un qualcuno che non potesse trovarvi assolutamente posto. Da parte mia, posso dire di aver fatto di tutto per abbattere questi luoghi comuni, direi anche con mala grazia, non con buona educazione! Mi sentivo sempre chiedere come facevo a conciliare un lavoro tanto impegnativo con i miei doveri di genitore, ed io, senza spendere troppe parole, ogni volta rispondevo proponendo loro la stessa domanda, ed aggiungendo poco garbatamente che avrebbero fatto meglio a pensare per sé. Altro esempio: i loro discorsi erano sempre infarciti di parolacce, allora io ho iniziato a parlare come uno scaricatore di porto! Fu così che nel giro di un mese e mezzo smisero di prendermi di mira, ed iniziarono a vedermi come un essere umano.

Posso dire di aver patito anche una violazione della mia intimità, della mia privacy, della mia femminilità, del mio essere donna, e ovviamente non è stato facile: orgogliosa, quando dovevo piangere mi rifugiavo in bagno, di modo che nessuno mi vedesse.

Sono stata sola per molto, moltissimo tempo, nel senso che a lungo non mi sono sentita parte della redazione, mi sentivo sempre un’estranea, Davide di fronte a Golia. E quel che era più frustrante, sconfortante, era il fatto che dovevo andare avanti grazie alle mie sole forze e alle mie capacità, non potevo appoggiarmi a nessuno, se non a quelli stessi uomini che inizialmente mi guardavano con diffidenza. Fortunatamente, poi ci fu un collega che passò dalla mia parte, che mi aiutò e mi diede una mano… insomma, che mi capì, perché in fondo io chiedevo solo di essere messa alla prova, di essere giudicata per quello che ero in grado di fare, per le mie capacità.

Insomma, direi che non è stato affatto facile inserirsi in questo mondo!

No, non posso proprio definire facile la mia esperienza; è stata sicuramente esaltante, ma tremenda sotto il profilo personale. Sono addirittura finita in ospedale con un attacco di panico, perché mi rendevano la vita difficile. Non solo emotivamente, ma anche a livello pratico: l’ultimo pezzo da scrivere era sempre il mio, di modo che fossi obbligata a rimanere in redazione fino alla sera tardi. A lungo andare, queste tensioni mi distrussero, e finii appunto in ospedale, con i nervi a fior di pelle.

Ho raccontato proprio tutto questo, mi sono soffermata sulla mia esperienza lavorativa di donna che ha tanto faticato ad emergere in un mondo pieno di pregiudizi verso l’universo femminile, nei tre libri che ho scritto, “Una donna in campo”, “La testa nel pallone” e “L’anima del palio”.

 Se non sbaglio, però, la sua esperienza non si limita a quella di scrittrice di libri e per carta stampata: ha a lungo lavorato anche in televisione. Cosa mi può dire di questo mondo?

Ricordo con piacere le mie esperienze televisive: adoro il piccolo schermo perché permette di esprimersi a tutto campo. Ho collaborato con la Rai, con Mediaset quando Canale Cinque era una rete ancora nascente e si chiamava TeleMilano, e anche con numerose emittenti locali.

Per quanto riguarda la mia esperienza di narratrice sportiva in ambito televisivo, ho condotto il rotocalco “Bar Sport”, un’ora settimanale su Telenord Italia, diventando grazie a questo programma la prima donna a presentare una trasmissione che si occupa di solo sport.

Nel 1984, poi, decisi di dimettermi dal mio incarico alla “Gazzetta dello Sport”, per poter stare maggiormente vicina ai miei figli e potermi occupare più da vicino della loro crescita ed educazione. Le apparizioni televisive, infatti, mi portavano via meno tempo, visto che si limitavano semplicemente al momento della messa in onda della trasmissione, a quello del trucco e a qualche ora di preparazione degli argomenti da trattare.

Nella mia esperienza televisiva, apporto nel modo di parlare di calcio qualcosa, a mio parere, di estremamente innovativo per l’epoca: uso il linguaggio sportivo per poi trasformarlo in immagini figurate. Numerosi sono gli aneddoti che ricordo a questo proposito: chiedendo a Trapattoni quale formazione avrebbe schierato in campo, una volta gli porsi dei soldatini per poterla realizzare materialmente in miniatura, o che stuzzicai spesso i giocatori pronti a scendere in campo dicendo loro: “Andate alla guerra? E allora travestitevi da soldati!”. Sorrido ancora quando ripenso ai travestimenti improbabili cui ho sottoposto grandi personaggi del mondo del calcio: ha fatto il giro del mondo la mia fotografia di Maradona travestito da Babbo Natale!

 Per quanto riguarda le difficoltà che ha incontrato nella sua esperienza, pensa che, grazie anche a lei, attualmente la situazione sia cambiata? Ritiene che una donna che oggi voglia inserirsi nel mondo del giornalismo sportivo abbia ormai la strada spianata, o crede che incontrerebbe ancora lungo il suo cammino degli ostacoli, che esista tuttora una certa ritrosia?

Penso che ancora oggi non sia un percorso facile. Molto più soft, questo sì, grazie anche a tutte le donne che ad oggi si sono affermate come giornaliste sportive, e grazie all’appoggio che si può trovare in loro e nelle colleghe della redazione. Invece, come le ho detto, io allora non potevo affidarmi a nessuno, se non ad un uomo!

Anche gli uomini però, col tempo, si sono ricreduti sul suo conto, evidentemente aveva tutte le carte in regola per poter parlare di sport ! Come nasce un suo articolo?

Ancora oggi, quando scrivo, chiudo gli occhi e provo ad immedesimarmi nella realtà che devo raccontare, pur non rinnegando me stessa: amo l’eloquio corretto e forbito, quindi non rinuncio mai alla parola atipica, ma cerco sempre di calarla nel mondo di cui devo parlare. Mondo che può essere curioso, intrigante, ma che è sempre inevitabilmente diverso da quello di chi scrive. Un buon articolo, inoltre, nasce anche dalla capacità di non avere fretta: certo, le scadenze sono spesso brevi e i ritmi imposti da necessità oggettive di pubblicazione, ma col tempo si impara il metodo, si impara a saper sfruttare i pochi minuti o le poche ore a disposizione senza farsi prendere dal panico e dall’angoscia, si impara a dare il meglio sfruttando al massimo il tempo a disposizione! Visione, riflessione e commento a questo punto nascono tutti con molto automatismo, quasi naturalmente. E una cosa fondamentale: rileggere sempre quanto si ha scritto!

 E se dovesse rileggere la sua vita? Me ne può tracciare un bilancio?

La mia vita è stata bella, ma faticosa: una vita in guardia, sempre in difesa, pronta all’attacco, senza padroni né padrini, senza santi in Paradiso, senza conoscenze né raccomandazioni. Ma sono molto soddisfatta.

Rosanna Marani, nata a Imola il 12 ottobre 1946, è giornalista professionista dal 1976. Dal 1973 al 1984 collabora con La Gazzetta dello Sport, diventando la prima giornalista sportiva a livello italiano ed europeo. Proprio per questo diviene, nel 1987, Cavaliere della Repubblica, per aver indicato una strada professionale nuova alle donne.

Ha inoltre collaborato con Amica, Grazia, Il Guerin Sportivo, Il Resto del Carlino, Tempo, Momento Sera.

Nella sua carriera televisiva ha preso parte a trasmissioni per la Rai (Giorni d’Europa, Sette Giorni al Parlamento, E’ quasi gol, Il processo del Lunedì, Tv7 e TG3 Telesogni), Mediaset (Buongiorno Italia, News, Record, Superflash, Gli speciali), Tmc (Sport Show, Mondocalcio), Telenorditalia (Bar Sport), Odeon tv (Forza Italia), Canale 31 (Number One, Number Two), Telelombardia (Novantesimo donna) e Antenna 3 (Cabrioflipper, Non solo bici, Antenna tredici, Visti a San Siro, Speciali cronaca e politica).

Ha collaborato con numerose emittenti radiofoniche fra le quali Radiomontecarlo, Radio Milano International, Rai Stereouno, Radionova e Radiojukebox.

E’ autrice di tre libri, Una donna in campo, La testa nel pallone e L’anima del palio, in cui racconta la sua esperienza di giornalista sportiva.

 


[1]Per la trascrizione completa dell’intervista e la biografia di Rosanna Marani, si veda Appendice, pag.  68: Intervista a Rosanna Marani

[2]  L’articolo è riportato in Appendice, pag. 79: Il primo articolo di Rosanna Marani sulla rosea

 

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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