TESI DI LAUREA DI ALESSIA NAPOLI


Ringrazio Alessia che ha voluto ricordare la mia carriera.

 TESI DI LAUREA DI ALESSIA NAPOLI

Alla mia nonna Amelia e ai miei genitori, guide e stimoli per la mia crescita personale e professionale.

Sommario

INTRODUZIONE……………………………………………………………………………………………… 1

  1. LE DONNE NEL CAMPO GIORNALISTICO………………………………………………….. 3

1.1 LA PRESENZA FEMMINILE NEL GIORNALISMO: ALTA VISIBILITÀ, SCARSO POTERE…………………………………………………………………………………………………………………….. 3

1.2 L’INDAGINE EURISKO…………………………………………………………………………. 10

1.2.1 LE DONNE: ’SOGGETTO’ DI COMUNICAZIONE……………………………. 11

1.2.2. LE DONNE: OGGETTO DI COMUNICAZIONE……………………………….. 14

1.3 ‘GIORNALISMO SPORTIVO: SINGOLARE FEMMINILE?’ – PERUGIA 2015 16

  1. PAROLA ALLE PROTAGONISTE……………………………………………………………….. 21

2.1 L’INIZIO……………………………………………………………………………………………….. 21

2.2 LE DONNE CE L’HANNO FATTA, IN PARTE……………………………………….. 25

2.3 LE DIFFICOLTÀ …………………………………………………………………………………… 28

2.4 LA GIORNALISTA SPORTIVA IN TELEVISIONE………………………………….. 33

2.5 UNO STILE INCONFONDIBILMENTE FEMMINILE……………………………… 35

  1. ROSANNA MARANI: UNA PIONIERA CHE HA APERTO UN MONDO ALLE DONNE 41

3.1 L’ESORDIO…………………………………………………………………………………………… 42

3.2. RIVERA, E LE DONNE? LA GAZZETTA DELLO SORT, DOMANICA 18 NOVEMBRE 1973, PAGINA 3…………………………………………………………………………………………………… 45

3.3 UN PERCORSO A OSTACOLI……………………………………………………………….. 55

3.4 DICONO DI LEI…………………………………………………………………………………….. 58

3.5 INTERVISTA A ROSANNA MARANI …………………………………………………… 62

CONCLUSIONI………………………………………………………………………………………………. 69

BIBLIOGRAFIA……………………………………………………………………………………………… 73

SITOGRAFIA………………………………………………………………………………………………….. 75

 

INTRODUZIONE

Discriminazione: distinzione, diversificazione o differenziazione operata fra persone, cose, casi o situazioni; diversità di comportamento o di riconoscimento di diritti nei riguardi di determinati gruppi politici, razziali, etnici o religiosi[1]. Questa è la definizione dell’enciclopedia Treccani.

E la donna ne è stata spesso oggetto. Solo negli ultimi due secoli, il genere femminile ha iniziato a imporsi e affermarsi, conquistando sempre più posizioni in diversi ambiti della società che prima gli erano preclusi. Questo è avvenuto anche nel giornalismo sportivo, area di particolare interesse per me poiché unisce due mie grandi passioni: la scrittura e lo sport.

Per questo motivo ho pensato di analizzare il processo di inserimento della donna in questo campo.

Nel primo capitolo ho trattato l’ingresso della figura femminile nel settore giornalistico, avvenuto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Mi sono soffermata poi sul tema dell’informazione sportiva, trattando un’indagine condotta da Eurisko nel 2002, sul tema del rapporto tra donne e comunicazione. Quindi, servendomi di un panel dal titolo Giornalismo sportivo: singolare femminile? organizzato durante il Festival Internazionale del giornalismo, tenutosi a Perugia il 18 aprile 2015, mi sono soffermata sulle testimonianze di quattro giornaliste sportive che vi hanno partecipato: Rosanna Marani, prima donna a scrivere di sport ne La Gazzetta dello Sport, Elisa Calcamuggi di Sky Sport 24, Simona Rolandi di Rai Sport, Nicoletta Grifoni di Rai Marche.

Nel secondo capitolo ho affrontato i temi emersi nella ricerca del 2002, approfondendoli insieme a nove giornaliste sportive di varie testate a diffusione nazionale, appartenenti a generazioni diverse, confrontandoli con le loro esperienze. Ho intervistato: Arianna Ravelli del Corriere della Sera, Laura Bandinelli de La Stampa, Valeria Benedetti, Alessandra Gozzini, Alessandra Bocci e Marisa Poli della Gazzetta dello Sport, Beatrice Ghezzi di Premium Sport, Sabrina Gandolfi di Rai Sport e Giulia Mizzoni di Fox Sports.

Infine, nel terzo capitolo, ho voluto rendere omaggio a Rosanna Marani. La pioniera che con grinta, passione e determinazione è riuscita a realizzare il suo sogno, scrivere sulla ‘rosea’, in un periodo difficile e apparentemente privo di possibilità di successo in questo campo.

Una tesi di laurea per analizzare come le donne giornaliste in Italia siano riuscite, nonostante le difficoltà e i pregiudizi, ad affermarsi anche nel campo sportivo, fino a mezzo secolo fa a lei precluso e considerato solamente e totalmente maschile.

 

1. LE DONNE NEL CAMPO GIORNALISTICO

1.1 LA PRESENZA FEMMINILE NEL GIORNALISMO: ALTA VISIBILITÀ, SCARSO POTERE

L’emancipazione femminile: un lungo processo dalle conseguenze complesse, non ancora completato che ha cambiato e sta cambiando profondamente la società. Come dimostra la storia non è possibile considerare la parità dei sessi un fatto ovvio; nonostante il ruolo femminile cambi da cultura a cultura, è evidente come la donna abbia sempre goduto di un trattamento meno favorevole di quello maschile e come sia sempre stata una figura marginale, un essere considerato inferiore, privato dei maggiori privilegi con il solo compito di dedicarsi alla famiglia e ai lavori domestici: una situazione presente ancora oggi in differenti parti del mondo, dove le donne non hanno alcun diritto.

Una lotta, quella per l’emancipazione femminile iniziata in Italia solo al tramonto dell’Ottocento, in ritardo rispetto al resto d’Europa, dove i primi movimenti femminili sono apparsi già alla fine del Settecento: basti pensare alla ‘Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadinanza’ presentata nel 1791 da Olympe de Gouges.

Ad ogni modo, è stato il XX secolo ad affermare maggiormente la presenza delle donne nel campo pubblico e nella conquista dei loro diritti sul piano della vita privata, in particolare nelle società occidentali. Una serie di lunghe battaglie con cui il sesso femminile ha fatto sentire la propria voce permettendo così di migliorare le proprie condizioni.

Ed è proprio nel corso del Novecento che la donna ha iniziato ad affermarsi anche in quei campi considerati di proprietà maschile, come è avvenuto nel settore del giornalismo e in modo particolare in quello sportivo. Come poteva una donna parlare di sport? Come poteva essere in grado di parlare di calcio, di motori? Impensabile. Eppure, nella seconda metà del secolo scorso, grazie alla determinazione e alla costanza di alcune donne, una tra tutte Rosanna Marani, la figura femminile ha iniziato a farsi strada anche in quel settore dove la sua presenza veniva vista come qualcosa di surreale, un campo nel quale la donna non poteva stare e, si credeva, non avesse le capacità per starci. Dunque, è bene prima di tutto analizzare il suo ingresso nel mondo giornalistico.

Una delle più celebri pioniere del giornalismo italiano, apparsa in anticipo di alcuni decenni sul processo di femminilizzazione, è stata sicuramente Matilde Serao[2], la prima e tutt’oggi una delle poche direttrici di un quotidiano: Il Mattino, fondato in collaborazione con Edoardo Scarfoglio.

Una fase di svolta nel processo di affermazione femminile nel giornalismo si situa nella seconda metà degli anni Settanta: nel 1978 le donne giornaliste erano poco più di 700 su un totale di 7000 professionisti e erano obbligate a lavorare in periodici femminili, considerati giornalismo di serie B[3]. Nelle redazioni dei quotidiani e tra il personale dei telegiornali trasmessi sulle reti Rai, la donna costituiva una presenza piuttosto rara, destinata a occuparsi di soft news, cultura e spettacolo. La redazione de Il Messaggero contava una donna su 140 giornalisti, il Corriere della Sera vedeva una donna su 36 uomini e al Giorno il rapporto era di 1 a 68[4]. In altre redazioni la figura femminile era invece maggiormente presente: Il Manifesto contava un numero di 15 giornaliste, di poco inferiore ai 19 redattori maschi. Un’altra redazione più femminilizzata della media era anche quella della neonata Repubblica, con un 20% di personale femminile[5]. Inoltre, allora la segregazione verticale delle donne nelle redazioni giornalistiche, il loro isolamento nelle zone periferiche del lavoro informativo assumevano aspetti di esclusività senza confronti con la situazione di oggi. Si trattava tuttavia di un giornalismo fortemente politicizzato, elitista e indifferente alla selezione meritocratica che ha opposto ostacoli all’ingresso della donna. Ostacoli che avevano l’effetto di scoraggiare a priori molte aspirazioni femminili oltre che provocare molti abbandoni lungo il percorso. Da non sottovalutare che rinunce e abbandoni erano dettate anche dalla complicata conciliabilità di un mestiere di gran lunga impegnativo e frammentato nelle scansioni temporali con i lavori femminili quali cura della casa e della famiglia; questo spiega come, fra le giornaliste attive negli anni Settanta, solo una su quattro avesse figli[6]; era dunque comune per le giornaliste sacrificare la vita privata per amore del proprio lavoro.

Un mondo, quello del giornalismo, così attraente per una parte di giornaliste proprio per il semplice fatto di essere una professione maschile: aspirarvi significava guardare a un progetto di emancipazione che avrebbe permesso di fuggire da quei destini occupazionali di moglie e madre imposti alla donna dalla tradizione culturale.

Un’altra difficoltà riguardava la lunga preparazione alla professione. Le prove erano molto più dure e i criteri di selezione erano più esigenti di quelli applicati agli uomini. L’apprendistato, i tempi di permanenza delle donne nella condizione di volontarie o praticanti prima di diventare vere e proprie professioniste, durava due volte, e spesso anche tre, di più rispetto a quello dei giornalisti. Questo significava un personale femminile più qualificato della media dei colleghi maschi, garanzia di una buona pratica del mestiere[7]. Nonostante una più alta qualificazione, all’inizio degli anni Settanta, la donna non era vista come una minaccia o come una concorrente con cui iniziare una competizione, ma al contrario, veniva in un certo senso protetta e aiutata.

È alla fine degli anni Settanta che si registra una rapida trasformazione del sistema dell’informazione in Italia, la quale ha favorito la crescita della componente femminile nel giornalismo. Il tutto grazie a diversi fattori, tra cui la nascita della terza rete Rai, la fondazione di nuovi quotidiani nazionali, la moltiplicazione della stampa periodica specializzata e il sorgere delle televisioni private. Dunque, la dilatazione del campo dei media informativi ha incoraggiato un reclutamento massiccio di nuovi giornalisti, sia uomini che donne. Oltre alle trasformazioni strutturali del sistema dell’informazione, imponente è stato anche l’impatto del movimento femminista di quegli anni, mirante a incidere dall’interno sulla produzione della realtà informativa con una maggiore presenza, visibilità e influenza femminile nelle redazioni giornalistiche. Gli obiettivi erano due: porre fine alla disuguaglianza delle opportunità di accesso e alla marginalizzazione delle donne in questa professione e imprimere un cambiamento alla qualità dell’informazione, rendendola più femminile[8].

Diventare giornalista era il desiderio di una sempre maggiore porzione di ragazzi. I numeri parlano chiaro: se nel 1978 gli addetti al lavoro dell’informazione erano poco più di 7mila, agli inizi del 2000 sono saliti a oltre 19mila, più di 20mila considerando anche i praticanti[9]. Una popolazione giornalistica completamente svecchiata: già intorno al 1985 gli under 40 costituivano circa il 45% dei professionisti attivi, una percentuale rimasta quasi inalterata anche all’inizio del terzo millennio. Oltre al ringiovanimento, importante risulta essere la femminilizzazione. Nel 1978 erano 721 le donne giornaliste: una su 10 professionisti uomini. Nel 2002 la componente femminile era costituita da poco meno di 5400 iscritte: 3 donne su 10 giornalisti. Una presenza femminile che sale al 50% se si considerano i praticanti e gli allievi delle scuole di giornalismo[10]. Anche recentemente, le iscrizioni ai master e alle scuole di giornalismo, femminili nel 52% degli 822 casi censiti tra il 2006 e il 2012, mostrano      l’attrazione delle donne verso questa professione[11].

È stato soprattutto nel corso degli anni Novanta che il numero della componente femminile è più che raddoppiato, contro un aumento del 40% degli uomini[12]. La condizione professionale della donna è stata segnata nell’ultimo decennio del secolo scorso da un importante avvenimento: la grande esplosione di visibilità della presenza femminile nel giornalismo, in particolare televisivo. La donna aveva invaso quegli spazi che, con pochissime eccezioni, erano propri dei giornalisti maschi, iniziando ad assumere il ruolo di inviata o corrispondente di guerra. Così, è diventato chiaro a tutti che la donna si stava affermando anche nella professione giornalistica. È a partire da questo momento che la donna ha cominciato ad avere ampio spazio non solo nei settori marginali dell’informazione, ma anche in prima pagina, interessandosi di interventi editoriali autorevoli e raggiungendo personalmente i luoghi di eventi giornalistici più intensi[13]. Ne è un esempio la Guerra del Golfo, evento vissuto e raccontato da un grande numero di inviate, presenti personalmente per la prima volta nei luoghi del teatro bellico: divenne questo il segno della presenza legittimata della donna nel giornalismo. Da questo evento in poi, sono aumentate le donne con incarichi di reportages in Bosnia, in Afghanistan e negli altri punti caldi del pianeta.

Per quanto concerne l’ultimo periodo, i dati dell’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani (INPGI) indicano chiaramente l’affermazione delle giornaliste in termini numerici: nonostante una decrescita complessiva della categoria dal 2009, il numero di donne presenti tra i giornalisti alla fine del 2013 aveva raggiunto una media del 40,1%[14].

Dunque è evidente come, nel corso degli ultimi decenni del Novecento, l’accesso al giornalismo abbia subito modificazioni, diventando praticabile anche per le donne; si può parlare quindi di una ri-categorizzazione e ri-legittimazione del mestiere come attività basata sull’aspirazione, le facoltà e le capacità di entrambi i sessi. Nonostante i copiosi ingressi femminili che hanno interessato l’ultima parte del secolo, all’inizio del Duemila le giornaliste erano ancora in netta minoranza. È fondamentale precisare però che a una importante crescita della presenza femminile nel settore informativo non è seguita una autentica parificazione delle possibilità di accesso alle posizioni più elevate della professione e ai ruoli richiedenti maggiori responsabilità. Dunque, non è ancora venuto a verificarsi quel parallelismo tra accesso e potere delle donne nel giornalismo[15]: la presenza femminile nei piani elevati della carriera e del potere è ancora piuttosto bassa. Dai dati emerge che le donne sono quasi assenti alla testa di quotidiani, agenzie e radiotelevisioni, mentre partecipano ai ruoli dirigenziali della stampa periodica in misura maggiore della loro presenza media nella professione. Eccetto il settore dei periodici, le giornaliste occupano in larga parte posizioni redazionali di base. All’inizio del nuovo millennio le donne con una qualifica superiore a quella di redattore ordinario erano meno di due su cinque, contro una proporzione maschile di tre su cinque ma il divario diventava ancora più intenso man mano che si guardava all’ambiente del vero potere redazionale: all’apice la percentuale di uomini era quasi il doppio di quella femminile e, scorporando l’area della stampa periodica, diventava più del triplo. L’analisi dei dati INPGI sui rapporti di lavoro per genere e qualifica nel 2013 sottolinea una progressiva decrescita della componente femminile dal livello d’ingresso nella professione, con una percentuale del 46,7% fra i praticanti, a quello più alto della direzione dove le donne rappresentano il 23,3%, meno di una ogni tre uomini. Fra i redattori, la categoria di primo livello nella gerarchia giornalistica e quella più numerosa, le donne sono ben il 45,3%. Invece, tra i ruoli di capo e i vice capo redattore o servizio, la quota femminile scende al 32,1%: una differenza di 13 punti percentuali che indicano perfettamente la permanenza di una segregazione verticale su ampia scala[16].

Un’inchiesta recentemente pubblicata online sui 65 quotidiani censiti da Audipress mostra solo quattro nomi femminili ai vertici di una testata giornalistica quotidiana: Norma Rangeri, unica direttrice di un quotidiano nazionale, Il Manifesto, Pierangela Fiorani, direttrice di quattro testate locali Il Mattino di Padova, La nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, Lucia Serino, Il quotidiano della Basilicata, e Anna Mossuto, Corriere Umbria[17]. È noto che la stampa quotidiana nel suo complesso è il mezzo di informazione mainstream più maschile del nostro paese. Considerando invece i telegiornali sono tre le donne ai vertici di una testata giornalistica nazionale: Bianca Berlinguer al TG3 dal 2009, Mirella Marzoli a RaiNews24 dall’agosto 2015 e Sarah Varetto a SkyTG24 dal 2011[18].

Da questi pochi nomi siti ai vertici di testate giornalistiche e telegiornali, è chiaro come le giornaliste siano relegate ai piani bassi della professione, restando largamente escluse dall’esercizio dell’autorità e del potere. È questa la condizione generale che ancora oggi caratterizza la situazione della componente femminile nel settore giornalistico: uno squilibrio tra elevata visibilità e scarsità di potere[19].

1.2 L’INDAGINE EURISKO

Negli ultimi anni il rapporto tra donne e comunicazione è sempre stato oggetto di discussione per capire l’evoluzione della presenza femminile in questo ampio campo. Correva l’anno 2002 quando l’Assessorato al personale, organizzazione e politiche femminili della Provincia di Milano ha affidato a Eurisko il compito di creare un’indagine circa il rapporto tra donne e comunicazione da due punti di vista diversi e complementari: le donne come ‘soggetto’ di comunicazione e le donne come ‘oggetto’ di comunicazione[20]. Nel primo caso si è cercato di soffermarsi sul ruolo che le donne giornaliste svolgono attualmente nei giornali e in televisione, nel secondo le modalità con cui la stampa, la televisione e la pubblicità presentano la figura femminile. In entrambi i casi sono stati presi in considerazione due unità di indagine: la prima su un panel di giornaliste e giornalisti professionisti in grado di fornire un quadro della realtà in base alla propria esperienza personale e la seconda su un campione qualificato di pubblico femminile. I risultati mostrano come siano aumentate le donne che lavorano e fanno carriera nel settore della comunicazione, e come il giornalismo femminile abbia notevolmente alzato il livello qualitativo dell’informazione, raccontando la realtà con maggiore sensibilità e attenzione nei dettagli, anche se i ruoli di potere restano ancora, nonostante tutto, una prerogativa maschile. In quell’anno, una sola donna in Italia era direttrice di un quotidiano.

 

1.2.1 LE DONNE: ’SOGGETTO’ DI COMUNICAZIONE

Dai dati ricavati è emerso che a partire dagli anni 80 si è verificata una sensibile crescita della presenza e dell’importanza della donna sia nella stampa che in televisione. Nonostante il giornalismo resti una professione prevalentemente maschile, il numero delle donne iscritte all’Ordine dei giornalisti è aumentato e si è inoltre registrata una progressiva crescita della presenza della donna in un mondo estraneo ai periodici femminili e ai settori affidati loro tradizionalmente, come moda e bellezza. Le ragioni per le quali ha preso piede questo fenomeno di femminilizzazione del giornalismo sono da attribuire a diversi aspetti: in primis una generale avanzata delle donne in tutti i settori. Più specificamente, la donna possiede maggiore curiosità, la voglia di approfondire, la capacità di comunicare e tante altre qualità utili al ruolo di giornalista oltre alla serietà, alla precisione, alla preparazione, all’efficienza e alla disponibilità a lavorare molto[21].

Per le giornaliste televisive rilevante è indubbiamente, oltre alle doti professionali, anche la gradevolezza dell’aspetto fisico. Inoltre non è da sottovalutare l’opinione, esclusivamente maschile, ma minoritaria, secondo cui la maggiore presenza delle donne nel giornalismo è dovuta a un minor prestigio attribuito alla professione, divenuta meno attraente e peggio pagata rispetto al passato.

Dalla ricerca è emerso che non esistono più per le donne discriminazioni o barriere nelle opportunità di ingresso: le aspiranti giornaliste hanno le stesse possibilità e le stesse difficoltà dei colleghi maschi di entrare in redazione, anche in quei campi considerati fino a pochi anni fa patrimonio maschile, come economia, esteri, politica, guerra e sport. Il potere rimane comunque nelle mani del cosiddetto sesso forte, anche se si è visto negli ultimi tempi come la donna abbia raggiunto senza grandi difficoltà posti di responsabilità intermedia, come ad esempio capopagina, caposervizio e caporedattore, oltre che la redazione dei periodici femminili, così come avveniva da tempo. Nel 2002 l’unica donna a ricoprire il ruolo di direttore era Sandra Bonsanti, del Tirreno[22].

Ma si tratta di esclusione o di auto-esclusione?

Dalla ricerca emerge che l’esclusione della donna dagli alti incarichi decisionali potrebbe dipendere da due ipotesi. Nella prima aleggia l’idea che nei quotidiani e in televisione gli uomini appaiono agli editori più affidabili nei ruoli di direzione, controllo e mediazione con il potere politico e economico. Nella seconda invece vi è l’idea di una auto-esclusione femminile: causa primaria la famiglia e i figli che interrompono la carriera femminile, rallentandola. Bisogna inoltre tenere in considerazione il minore interesse da parte delle donne circa l’idea tutta maschile di potere e carriera. Questo per vari motivi: le donne non sembrano essere disponibili a un impegno totalizzante poiché vogliono mantenere una prospettiva di vita più equilibrata, dedicando il proprio tempo oltre che al lavoro anche agli affetti, alla cultura, alle amicizie; sono inoltre più interessate ai contenuti della professione, mirando a raggiungere quella visibilità e quella autorevolezza che si ottiene facendo l’editorialista o l’inviato[23].

Un altro aspetto emerso riguarda il modo di scrivere: è stato riconosciuto dalle intervistate che esiste un modo specifico di fare giornalismo al ‘femminile’. Si tratta di una modalità di scrittura propria delle donne, ‘innata’ caratterizzata, da una maggiore sensibilità e profondità, da una attenzione particolare ai dettagli con una capacità nel cogliere le piccolezze, una maggiore attenzione al lato affettivo e umano, una più intensa capacità di raccontare le storie, un diverso modo di guardare il mondo più appassionato e uno tecnica più chiara e coinvolgente[24]. Si tratta di uno stile che ha influenzato periodici e quotidiani, ma anche la televisione, in cui viene proposta una conduzione di telegiornali caratterizzata da un approccio più diretto, informale, colloquiale e coinvolgente. Questo approccio ha favorito sia una maggiore attenzione ai temi più vicini alla sensibilità femminile, sia un differente modo originale di trattare temi tradizionalmente maschili come la politica, la guerra e lo sport sottolineando aspetti che l’uomo non coglie. Un approccio femminile che ha influenzato il modo di scrivere anche degli uomini.

Dalle interviste è evidente anche il processo di femminilizzazione che ha interessato i giornali, soprattutto i quotidiani. Questo non significa una maggiore presenza di tematiche specificamente femminili, oggi anche meno presenti, ma un’apertura a tematiche che un tempo erano riservate ai settimanali femminili: maggiore presenza sulle prime pagine dei quotidiani nazionali di temi riguardanti il privato e la quotidianità e l’inserimento di rubriche che trattano di alimentazione, salute, benessere, viaggi, casa, cura del corpo, tempo libero[25]. Non si tratta di femminilizzazione soltanto dei contenuti. Sembra essere, intatti, un processo che riguarda anche altri aspetti che compongono un articolo: i titoli creati da una giornalista sembrano essere meno aggressivi, il pezzo, all’impatto visivo sempre essere dotato di maggiore colore, oltre a una più intensa attenzione alla qualità estetica e alla scelta delle immagini[26].

 

1.2.2. LE DONNE: OGGETTO DI COMUNICAZIONE

Nella seconda unità di indagine, si è cercato di indagare il mondo in cui viene concepita l’immagine delle donne giornaliste, oltre alle tematiche femminili e all’aspetto della donna sulla stampa e in televisione, prendendo come campione un pubblico femminile qualificato e dividendolo per fascia di età, giovani (20 – 30 anni) e mature (50 – 60 anni)[27].

Riguardo il tema dell’immagine della donna giornalista, entrambi i gruppi del campione hanno concordato che sulla stampa le donne hanno scarsissima visibilità poiché gli unici a essere ricordati sono i direttori e gli editorialisti che scrivono gli articoli di fondo. Gli unici nomi ricordati sono quelli di giornaliste famose e autorevoli, come Oriana Fallaci o Miriam Mafai, mentre pochi risultano essere i nomi di giornaliste della generazione più giovane. Al contrario in televisione le donne hanno una presenza più rilevante e una maggiore visibilità[28]. È però fondamentale dividere le donne in tre categorie: le giornaliste dei tg, le conduttrici e le soubrette.

Riguardo la prima categoria, il giudizio è sostanzialmente positivo: le giornaliste dei telegiornali vengono definite brave, precise e appassionate, coraggiose, determinate, pronte a sopportare disagi; sono preparate e scrupolose ed espongono le notizie in modo chiaro.

La seconda categoria invece presenta le conduttrici di programmi di varia natura, tra cui anche sportiva, mettendo insieme personaggi dal profilo molto diverso. I giudizi in questo caso sono molto soggettivi e basati oltre che sulle doti professionali anche sulla simpatia, sulla capacità comunicativa e sullo stile personale. Il giudizio risulta essere sostanzialmente positivo[29].

Infine la terza categoria è quella delle soubrette, definite anche ‘belle sceme’[30], nei confronti delle quali il giudizio è fortemente critico. Questo perché si crede che esse propongano un’immagine di donna molto lontana dalla realtà e servano solo a confermare uno stereotipo che probabilmente piace ancora agli uomini ma disturba le donne. Si tratta di una critica che riguarda in particolare modo la televisione.

Per quanto concerne invece lo stile giornalistico femminile, le donne più giovani non trovano alcuna differenza di stile rispetto al giornalismo maschile. Riscontrano invece differenze a livello di temi trattati. Le mature invece considerano il giornalismo femminile migliore sotto molti aspetti. È più preciso e attento, è più sensibile e intuitivo, vi è una maggiore capacità di approfondire la notizia, è più attento ai risvolti sociali e il linguaggio utilizzato è più semplice e chiaro.

Dopo questa indagine sono dunque chiari diversi aspetti riguardo il ruolo della donna nella comunicazione.

Innanzitutto, all’inizio degli anni Duemila, la presenza femminile sia nella stampa che in televisione era, così come oggi, molto più forte, più qualificata e numericamente più rilevante rispetto al passato, nonostante non si potesse ancora parlare di piena e effettiva parità. Infatti il problema principale rimaneva e resta ancora quello di accesso ai più alti livelli del potere giornalistico, un obiettivo difficile da raggiungere anche per l’oggettiva difficoltà da parte delle donne di conciliare la realizzazione sul piano familiare con i ruoli di responsabilità, richiedenti un impegno di tempo totalizzante. Un aspetto rilevante è quella che viene definita la femminilizzazione della professione. Essa riguarda sia i contenuti, sia lo stile, più profondo e intenso dettato da uno sguardo tutto femminile, anche su temi maschili, come lo sport. Infine le donne giornaliste vengono considerate delle vere e proprie professioniste, preparate sotto tutti i punti di vista, in grado di svolgere il proprio mestiere[31].

1.3 ‘GIORNALISMO SPORTIVO: SINGOLARE FEMMINILE?’ – PERUGIA 2015

Giornalismo sportivo e donne: un tema poco affrontato ma di grande valore. E, lo scorso anno, al Festival Internazionale di Giornalismo se ne è parlato molto: sabato 18 aprile 2015, durante la quarta giornata del Festival, in collaborazione con l’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia, si è svolto il panel dal titolo ‘Giornalismo sportivo: singolare femminile?’ in cui sono intervenute quattro grandi protagoniste dell’informazione sportiva italiana: Rosanna Marani, prima donna della storia a scrivere di sport, Elisa Calcamuggi di Sky Sport 24, Nicoletta Grifoni di Rai Marche e Simona Rolandi di Rai Sport. Attraverso il racconto delle loro esperienze professionali si è indagato il rapporto tra giornaliste donne e giornalismo sportivo, sottolineandone l’evoluzione che lo ha caratterizzato nell’ultimo decennio e le difficoltà ancora presenti.

Punto di partenza un dato piuttosto significativo. L’ ‘Osservatorio sull’analisi dell’informazione’ della Scuola di Giornalismo dell’università Cattolica ha condotto uno studio da cui è emerso che nella prima settimana di febbraio 2015, a livello nazionale, il quotidiano con più firme femminili era Il Messaggero con il 33%, 1 firma su 3 era di donne; i due quotidiani con la percentuale peggiore erano La Gazzetta dello Sport con il 7% e Il Corriere dello Sport con il 2% di firme femminili. E Guido D’Ubaldo, de Il Correire dello Sport, lo conferma: su 53 articoli uno al Corriere, solo quattro sono di donne[32].

Dall’incontro è emersa la continua, seppur minore rispetto al passato, difficoltà della donna a entrare nell’ambiente del racconto sportivo. Dai racconti di Rosanna Marani (di cui si parlerà nel capitolo tre) e Nicoletta Grifoni, rispettivamente la prima donna a scrivere di calcio ne La Gazzetta dello Sport e la prima voce femminile di Tutto il calcio minuto per minuto, sembrerebbe che la loro fortuna in questa professione sia stata un caso. In particolare la Grifoni racconta i suoi primi passi in questo mondo. L’occasione: una radiocronaca podistica. Nonostante una preparazione non ottimale, Nicoletta Grifoni accetta la sfida: è da qui che parte la storia di Tutto il calcio minuto per minuto perché quel giorno è stata ascoltata dal capo della redazione sportiva, il quale si è subito interessato di lei. La svolta quando è stata provata in Tutto basket durante una partita di serie A: la prima volta in cui a raccontare una partita di pallacanestro era una donna. Ascoltata da Mario Giobbe, il selezionatore dei radiocronisti dell’allora Pool sportivo, viene poi richiesta per Tutto il calcio minuto per minuto. È stata quindi mandata a raccontare Centese – Ancona di serie C, partita importante perché quel giorno l’Ancona sarebbe poi stata promossa in serie B. È stato un successo: finalmente si era dato spazio a una donna. 29 maggio 1989: una data storica perché per la prima volta viene data fiducia a una donna in diretta: una donna che osserva e racconta una partita di calcio senza auricolare.

Con Simona Rolandi invece si è parlato di come la percezione della giornalista sportiva sia completamente differente nel caso in sui si parla di calcio o di altri sport. La tolleranza nei confronti delle donne è pari a zero, soprattutto nel calcio perché quello calcistico è un mondo diverso dagli altri sport. Nella pallavolo, ad esempio, non esiste giornalista maschio e femmina, si è tutti uguali. Secondo la giornalista di Rai Sport, le donne hanno tre ordini di problemi. In primis il fatto che lo scetticismo iniziale e i pregiudizi sono molto forti anche se la situazione attuale è molto migliorata negli ultimi tempi. Le donne devono lottare molto per ottenere une certa credibilità, che si può conquistare solo attraverso la professionalità, conseguita studiando, aggiornandosi, preparandosi. Una preparazione che deve essere quotidiana e costante; bisogna inoltre avere l’umiltà di imparare da chi ha maggiore esperienza e da chi è più bravo. È necessario essere credibili e per ottenere maggiore stima e credito bisogna mantenere una certa distanza da chi si ha di fronte.

Elisa Calcamuggi, occupandosi di sport e motori, ha portato il suo esempio. La giornalista di Sky ha sottolineato come sui motori la questione rimanga ancora complessa. Qui subentrano i luoghi comuni a farla da padrone: come lei stessa afferma durante il panel, ‘una donna che parla di motori viene vista come una donna al voltante’. Secondo la giornalista di Sky Sport 24, nel caso di sport estremamente maschili, come i motori, affinché una donna venga considerata competente e in grado di trattare l’argomento, è importante che, chi ascolta prenda confidenza con la giornalista, in quanto donna, che intervista nei box. Solo con il tempo, ascoltando, e quindi conoscendo, quella figura le persone possono darle credibilità. Lei stessa spiega: ‘Per essere credibili bisogna fare le domande giuste al momento giusto, dimostrando preparazione e competenza e sapendosi comportare bene da tutti i punti di vista, così da dimostrare la propria professionalità, fondamentale in questo mestiere’.

Anche in questa conferenza è chiaro come i ruoli dirigenziali in generale, ma soprattutto nel giornalismo sportivo siano una prerogativa maschile. In questo ambito è difficile vedere una donna occupare la dirigenza. Vero è che la donna segue molto più di prima lo sport nonostante venga ritenuta meno in grado di raccontarlo dal punto di vista tecnico e tattico; ecco perché in una telecronaca di calcio è difficile trovare una voce femminile. Nell’incontro è emerso che le telecroniste o radiocroniste donne sono ben poche e che dopo il caso Grifoni si è alzato nuovamente un muro, soprattutto nel campo calcistico. La differenza con gli altri sport è molto evidente. Il calcio viene considerato la religione maschile per eccellenza: ecco il motivo per cui Rosanna Marani ritiene sia normalissimo questo pregiudizio nei confronti delle donne. È il sesso femminile che deve dimostrare quanto vale anche in questo campo. Nell’atto di raccontare si ritiene che la figura femminile abbia una marcia in più poiché è in grado di emozionare: fare una telecronaca o una radiocronaca significa raccontare una storia ed è noto che le donne sono in grado di raccontare meglio una storia, non tanto perché sono più brave, quanto perché hanno una sensibilità diversa rispetto agli uomini.

Ciò che viene sottolineato è anche il fatto che da una figura femminile ci si aspetta sempre di più, tanto che quando sbaglia viene condannata. Ecco spiegato perché molte donne in grado di raccontare non hanno il coraggio di esporsi per paura di essere giudicate. Inoltre è noto come la figura femminile venga selezionata in base all’apparenza e non in base alla sua preparazione. Le protagoniste dell’incontro però spiegano come in televisione sia parecchio evidente se si sta parlando di qualcosa che si conosce poiché si tratta di un mezzo di comunicazione che ha la caratteristica di rendere trasparenti.

È stato inoltre evidenziato che raccontare una partita è un’attività del tutto diversa dalla conduzione. E infatti, Simona Rolandi afferma ‘Per condurre un programma sportivo bisogna essere brave e preparate di fronte ai tantissimi inconvenienti quali problemi tecnici, il servizio che non parte o che si blocca a metà, il collegamento che non è pronto; durante questi avvenimenti bisogna sapere intrattenere i telespettatori raccontando qualcosa che è assente dal programma della scaletta e che bisogna improvvisare al momento per prendere tempo. Per fare questo è necessario sapere di cosa si sta parlando, essere preparate’.

Un altro punto fondamentale toccato riguarda la bellezza fisica. Le quattro protagoniste dichiarano che essere belle aiuta: una ragazza se non è perfetta dal punto di vista estetico non viene mandata in onda, al contrario di un ragazzo per il quale si guarda maggiormente la preparazione professionale. Si tratta di un giornalismo sportivo femminile che rispecchia perfettamente la società, dove la donna è solita ricoprire ruoli di inferiorità.

Dall’incontro è inoltre emerso che la principale barriera da abbattere è una: l’affermazione della donna nei ruoli di potere.

E, per segnare un cambiamento positivo nell’affermazione della donna in questo campo così complicato e quindi continuare l’evoluzione iniziata negli anni Settanta da Rosanna Marani, secondo le quattro giornaliste protagoniste dell’incontro, sono necessarie professionalità, ambizione, autostima, ma ciò che è fondamentale è riuscire a conquistare la fiducia di chi ascolta.

2. PAROLA ALLE PROTAGONISTE

Finora ho analizzato il processo di affermazione compiuto dalla donna nel giornalismo, quindi la sua conquista nel settore sportivo, soffermandomi anche su un’indagine Eurisko, effettuata per capire il rapporto tra donna e media.

Ora tratterò i temi emersi dalla ricerca che, ricordo, riguardano la figura generale della giornalista, applicandoli invece allo specifico ambito dell’informazione sportiva. Per fare questo mi sono avvalsa della disponibilità di nove giornaliste sportive, di carta stampata e di televisione, appartenenti a più generazioni, le quali mi hanno raccontato la loro esperienza.

2.1 L’INIZIO

Inizialmente ho voluto cercare di capire se per loro essere diventate giornaliste sportive costituiva un obiettivo iniziale dei soggetti interessati oppure se sono arrivate casualmente a svolgere tale lavoro. Dalle mie interviste è emerso che sono poche coloro che sognavano di occupare un posto nell’informazione sportiva. La maggior parte, infatti, dichiara di aver iniziato in un settore diverso. Ne è un esempio Arianna Ravelli, del Corriere della Sera, che rivela (mia intervista del 1 giugno 2016): ‘Sono arrivata per caso nel campo dell’informazione sportiva, non è stata una mia scelta. Poi man mano mi sono divertita e ho continuato’. Anche Alessandra Bocci, della Gazzetta dello Sport, sottolinea come non avrebbe mai pensato di fare la giornalista sportiva (mia intervista del 6 giugno 2016): ‘Non sognavo di fare questo lavoro. Da bambina volevo fare l’archeologa e ho cambiato idea con il passare degli anni. Ho studiato Scienze Politiche con indirizzo Internazionale e mi sarebbe piaciuto occuparmi di cronaca politica o di eventi internazionali. Questo però non significa che questo lavoro non mi piaccia: con il tempo mi sono appassionata’.

Al contrario, fare la giornalista sportiva rappresentava un sogno per altre: Laura Bandinelli, di La Stampa, ne è un esempio (mia intervista del 4 giugno): ’Sognavo di fare questo lavoro fin da bambina. A otto anni già dicevo alla maestra che volevo fare la giornalista sportiva. Non vedevo ostacoli all’inizio, pensavo solo che fosse un sogno intervistare i calciatori’.

Alessandra Gozzini, giornalista de La Gazzetta dello Sport, racconta (mia intervista del 6 giugno 2016): ’Ho sempre avuto il sogno di fare la giornalista sportiva perché ho sempre avuto la passione del calcio. Sono sempre stata, e lo sono ancora in parte, tifosa della Fiorentina quindi andavo a seguire la squadra e a vedere le partite. Da lì ho pensato che mi sarebbe piaciuto restare in qualche maniera nell’ambiente. Non potendo fare il calciatore, ho pensato che la giornalista potesse essere un modo’. La sua collega, Valeria Benedetti, ne è un altro esempio (mia intervista del 26 maggio): ‘Al termine di un corso finanziato dalla Comunità europea, abbiamo avuto la possibilità di fare degli stage nei giornali e ho espresso la mia preferenza nello sport. Così mi hanno mandato alla Gazzetta dello Sport a Milano’. Stessa sorte per un’altra giornalista della rosea, Marisa Poli (mia intervista del 26 maggio) ’Ho frequentato l’Istituto di Formazione al giornalismo e per i due stage previsti ho scelto la Gazzetta dello Sport, dove ho lavorato soprattutto alla redazione degli sport olimpici’. Dunque, è evidente come la frequenza di una scuola di formazione giornalistica, che consente di svolgere stage, sembra facilitare l’ingresso nelle redazioni. Anche Beatrice Ghezzi, di Sport Mediaset, lo dimostra (mia intervista del 1 giugno 2016): ‘Ho frequentato la Scuola di Giornalismo Ifg di Milano dove mi occupavo di sport insieme a un’altra ragazza (ho scoperto poi essere Marisa Poli). Eravamo solo in due in questo settore. A me piaceva molto la parte radio-televisiva: avevo già provato sia radio che televisione. Dunque ero pronta a fare tutto. Ho fatto uno stage ad Antenna Tre Lombardia. Dopo questa esperienza sono entrata a Mediaset’. Allo stesso modo però dichiara fondamentale l’esperienza sul campo: ‘Mentre frequentavo la scuola di giornalismo seguivo già gli sport a livello locale: pallavolo, calcio e basket. Fare esperienza è fondamentale perché insegna gli aspetti pratici’. Un’altra donna partita dalla periferia della sua città, Roma, è Giulia Mizzoni, di Fox Sports, prima donna italiana a aver tenuto una telecronaca di una partita di Champions League: ’Ho cominciato con la periferia di Roma, i campetti di terra, i bambini di 13/14 anni che giocavano al pallone e ho fatto tanti sacrifici, direi grossi per una ragazzi di 19 anni. Poi ho incontrato un gruppo di ragazzi che avevano realizzato un sito internet, una radio e una tv locale. Questa è stata la mia fortuna perché ho imparato subito tutto: ho scritto, ho fatto radio e ho fatto tv. Questo mi ha permesso di effettuare una panoramica completa, testandomi su tutte le cose. Da lì ho capito che lo potevo fare’. (mia intervista del 25 marzo 2016).

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che, spesso, l’emergere e l’affermarsi di una donna in questo determinato campo risulta essere avvenuta per puro caso. Questa situazione è dimostrata da Nicoletta Grifoni che, nel panel organizzato al Festival Internazionale del Giornalismo (aprile 2015) racconta: ‘La mia esperienza è iniziata quando sono stata chiamata per una radiocronaca podistica. Quel giorno sono stata ascoltata dal capo della redazione sportiva che si è subito interessato di me, provandomi in Tutto basket durante una partita di sere A: era la prima volta che un match di pallacanestro veniva raccontato da una voce femminile. Anche in quel caso fui ascoltata da Mario Giobbe. E quindi fui poi richiesta per Tutto il calcio minuto per minuto[33]. Anche Beatrice Ghezzi considera la sua storia di giornalista sportiva nata per caso. Infatti racconta: ’Ho iniziato a lavorare come giornalista non sportiva. Premetto che amo lo sport, l’ho praticato e l’ho sempre seguito. Avevo 20 anni quando un giorno sono arrivati i pulcini del Milan per fare un’amichevole con altre due squadre locali. Io lavoravo per un bisettimanale in provincia di Vercelli. Il giornale locale era scoperto, non c’era nessun corrispondente da mandare. Poiché ero appassionata di sport, mi hanno ‘provato’ e da lì hanno incominciato a sfruttarmi sul calcio, la pallavolo, la pallacanestro a livello locale, pur continuando a scrivere anche di altro’. Si potrebbe trattare di un caso anche per Valeria Benedetti: ‘Si può dire che è stato tutto abbastanza casuale. Si sono concatenate varie condizioni come trasferimenti, persone che sono andate via, la maternità della collega e queste hanno favorito la mia assunzione molto presto’. Un altro avvenimento che può essere considerato fortuito è quello che ha lanciato Giulia Mizzoni, prima voce italiana in una partita di calcio internazionale. ‘Qualche giorno prima sono stata chiamata per la telecronaca di Gent – Bayer Leverkusen: dovevo sostituire un mio collega che stava male’. È lei stessa che, provocandola sottolineando come si potesse trattare anche questa volta di un caso, afferma ‘Bisogna prendere tutto al volo, essere sempre pronte e disponibili a fare qualsiasi cosa. Un caso? Diciamo che il caso vuole che quel mio collega si ammali. Però io ero pronta. E perché vengo chiamata proprio io? Probabilmente perché qualcuno che sta al di sopra di me ha già una fiducia in me o ha già il progetto di lanciarmi come telecronista donna: questo non vuol dire che sono brava, ma che ho dimostrato di essere in grado e, evidentemente, sono piaciuta’.

Dunque, se per alcuni aspetti l’affermazione della donna nel giornalismo sportivo può essere considerata fortuita, per altri bisogna tenere in considerazione la determinazione, la volontà di dimostrare di essere in grado di ricoprire quel determinato ruolo e la voglia di mettersi in gioco. Ne è un esempio Rosanna Marani.

 

2.2 LE DONNE CE L’HANNO FATTA, IN PARTE

Ormai, al giorno d’oggi è possibile affermare che la donna è riuscita a occupare un posto saldo nel giornalismo sportivo. Questo forse grazie alla costanza e alla determinazione delle donne precursore, che nella seconda metà del Novecento si sono battute per la parità delle opportunità anche in questo ambito, così come sostiene Valeria Benedetti: ‘Come un po’ in tutti i campi a netta prevalenza maschile, penso ci sia voluta la passione e la testardaggine di qualche pioniera per permettere l’emergere della figura femminile’.

Dedizione, fermezza, testardaggine le caratteristiche che hanno permesso l’ingresso della donna in un mondo tanto maschile come quello sportivo. ‘Sono state la passione e la tenacia delle prime donne che hanno iniziato a fare questo mestiere – spiega Beatrice Ghezzi – Ormai è un’abitudine vedere una donna giornalista sportiva. Per questo penso che non vi siano più i pregiudizi che potevano esserci prima’. A riguardo, Sabrina Gandolfi spiega (mia intervista del 9 giugno 2016): ‘L’affermazione della donna è stata favorita da un’esigenza fortissima che si è manifestata inizialmente solo col bisogno di avere una figura esteticamente interessante in termini di giornalismo sportivo televisivo. Per la carta stampata e per la radio siamo su un altro pianeta. Inizialmente quindi si riteneva che la ragazza carina e brillante potesse dare solo quello che veniva definito un valore aggiunto. In realtà con il tempo si è capito che il modo di affrontare da parte delle donne un argomento così riservato agli uomini fino a un certo periodo, si rivelava molto utile perché poteva catturare l’interesse di una fetta di pubblico che magari con la parte strettamente tecnica del gioco aveva meno a che fare, nel senso che lo viveva in modo diverso’. In termini di pregiudizi, Gandolfi è contraria all’idea di Beatrice Ghezzi, sottolineando come ci sia una sorta di discriminazione al contrario: ‘Qualche pregiudizio c’è ancora e c’è soprattutto nei confronti delle donne attraenti, belle, femminili. Ora sembra quasi che se sei una ragazza normale, non particolarmente attraente, probabilmente sei preparatissima, mentre se sei carina, interessante, affascinante, inevitabilmente sei raccomandata. Che assurdità: dal vantaggio che le belle donne negli anni Sessanta attraevano, a volte in modo abbastanza squallido, si è passati all’esasperazione all’opposto. Questo mi fa ben sperare nel futuro per un equilibrio della situazione dove è irrilevante che aspetto hai. Perché è questo l’obiettivo: non importa l’aspetto ma quello che sai fare’. Arianna Ravelli spiega, invece, come l’affermazione della donna nel campo dell’informazione sportiva sia stata un fattore ovvio: ’Penso che sia dovuto al mondo che cambia. Si tratta di un’evoluzione abbastanza naturale. La donna ha conquistato tanti spazi in teoria prima riservati agli uomini e ha preso anche questo. Non credo ci sia da stupirsi’.

Ma se la donna giornalista sportiva è riuscita nel suo tentativo di imporsi in quella carica, non si può dire lo stesso nei ruoli di potere. Raramente è possibile trovare una figura femminile ricoprire un posto di elevata responsabilità. Unica eccezione del settore sportivo: Enrica Speroni, che ha assunto il ruolo di capo redattore alla Gazzetta dello Sport. L’inchiesta, citata nel primo capitolo, sui 65 quotidiani censiti da Audipress mostra come le giornaliste siano relegate ai piani bassi della professione, senza avere possibilità di assumere ruoli di potere. Questo è una realtà presente in tutti gli ambiti, e le redazioni, soprattutto quelle sportive, non ne sono estranee. Ma perché? La risposta più accreditata sembra essere ancorata all’idea che quello dell’informazione sportiva sia ancora un ambiente maschile, oltre al fatto che la scalata al potere sia un problema della condizione della donna nel nostro paese. Arianna Ravelli infatti commenta così questa tematica: ‘Ci sono solo il 13 % di donne alla direzione o alla vice direzione dei giornali in Italia. Questo non riguarda solo lo sport ma tutta la condizione femminile nel nostro paese. Ci sono anche differenze salariali: chi ha lo stesso ruolo viene pagato in maniera diversa’. Da quanto emerge, l’assenza delle donne nelle cariche alte sarebbe dovuta anche da un fattore culturale, come sottolinea Valeria Benedetti: ‘È una situazione che rispecchia l’andamento del paese che da questo punto di vista è molto indietro. Le aperture nei posti di potere dovrebbero essere fatte da uomini pronti a nominare donne in posti di responsabilità: difficilmente questo succede’. Figura femminile che non viene presa in considerazione, come precisa Marisa Poli: ‘Solo nei momenti in cui si deve decidere chi comanda, un gruppo di comando già maschile non prende in considerazione le colleghe’. Alessandra Gozzini, invece, precisa: ‘Secondo me bisogna fare una distinzione: se per posti di potere si intende posti all’interno di una redazione, quindi di comando in una redazione come caporedattore, riconosco che sono poche, ma non saprei dire il motivo. Se si guarda ad un altro ruolo, quello dell’inviata, che secondo me è lo stesso importante ed è anche più divertente perché rispecchia più il senso della professione, sono tante le donne che lo ricoprono in ambito sportivo. Penso che l’inviato sia un ruolo non meno importante di una carriera interna’.

Laura Bandinelli porta poi all’emergere di un’altra questione: la famiglia. ‘Per i posti di potere è un po’ come tutti i settori: chi ha famiglia viene discriminata, è inevitabile’.

Famiglia che spesso viene visto come un ostacolo alla piena affermazione della donna in questo campo: diventa infatti difficile conciliare la vita personale con quella professionale.

A sottolinearlo è Beatrice Ghezzi: ‘Il fatto di avere una famiglia è un divario grosso con gli uomini. La famiglia rappresenta uno degli ostacoli: questo è un lavoro che occupa l’intera settimana, i weekend, le feste. Si lavora sempre. Nel tema familiare non siamo ancora in una società in cui il marito può fare quello che fa la moglie poiché è quasi tutto sulle spalle della donna’. Anche la maternità, come afferma Laura Bandinelli, viene visto come un ostacolo, ma non solo lei: ‘Il fatto di dover conciliare il lavoro e la famiglia può creare dei problemi’ spiega Alessandra Bocci.

2.3 LE DIFFICOLTÀ

Come ho appena analizzato, la famiglia sembra rappresentare per una donna il principale ostacolo al raggiungimento di una sua piena affermazione nel campo del giornalismo sportivo: soprattutto tra le giornaliste sportive di carta stampata, è difficile trovarne una con figli. Questo sembra essere il principale impedimento che differenzia la condizione femminile da quella maschile.

Dalla ricerca è emerso che le difficoltà incontrate in base al genere interessano solo una minima parte delle giornaliste intervistate. Beatrice Ghezzi racconta: ‘Le difficoltà possono essere varie e possono anche non esserci. Sono tante cose che poi si riassumono nelle differenze del modo di lavorare tra uomo e donna. Quando ho iniziato io, le donne che si occupavano di sport erano molto meno e soprattutto a livello locale erano poco considerate. Inizialmente mi occupavo delle partite di Prima Categoria, Terza Categoria, Promozione, Eccellenza e, al massimo, Serie D. I ragazzi che giocavano a calcio avevano la mia età e spesso capitava che mi rimproveravano per il voto in pagella, il commento negativo sulla prestazione e così via. Poi, a livello locale, era molto più difficile con gli allenatori poiché c’era il pregiudizio che le donne non capissero nulla di sport e che il giornalismo sportivo fosse qualcosa di prettamente maschile. Una situazione inesistente a livello nazionale, dove erano già incominciato ad esserci le donne e, quindi, questo cambiamento era già più apprezzato e capito’. Anche Alessandra Bocci ne fa, in parte, una questione di genere: ‘La difficoltà prima di tutto è stata accreditarsi come giornalista che poteva occuparsi di calcio da un punto di vista tecnico, facendo quindi la cronaca delle partite, le pagelle e andando sui grandi avvenimenti. Questo è stato molto difficile, soprattutto in un giornale sportivo. Quando ho iniziato io, le donne che parlavano di calcio nei vari quotidiani erano parecchie, però farlo su un giornale sportivo era diverso. L’idea diffusa, e sbagliata, è che le donne, non avendo mai giocato a calcio nella maggior parte dei casi, non possano capirne. La difficoltà sta proprio nel farsi accettare come soggetto capace di commentare tecnicamente un match, nonostante il fatto di essere donna. La maggior parte delle giornaliste sportive oggi vengono utilizzate per l’ambiente, le interviste, i profili, la ricerca delle notizie ma non per qualcosa di tecnico’.

Sembrerebbe invece che, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Duemila, le difficoltà in termini di genere sono venute meno. Sabrina Gandolfi spiega: ‘Personalmente ho incontrato qualche difficoltà, ma come accade in tutti i lavori. Non ne ho incontrati particolarmente in termini di ambiente, o meglio, molto meno di quando potessi immaginare. Si è trattato di qualche difficoltà legata al senso di inadeguatezza che ogni tanto il sesso femminile ci impone quasi per retaggio storico. È stata una cosa che ho superato abbastanza velocemente, anche perché non mi è mai stato richiesto di essere diversa da quella che sono’. Anche Alessandra Gozzini parla di complessità che è possibile trovare in ogni contesto lavorativo: ‘Non ho incontrato difficoltà particolari. È un ambiente difficile ma non mi sono fatta l’idea che sia un ambiente maschilista. È vero, il calcio interessa prevalentemente gli uomini, ma ci sono anche tante donne che sono rispettate, considerate e valorizzate per quelle che sono le loro capacità. Le difficoltà sono legate strettamente a quello che è il lavoro e non ad altri aspetti: all’interno della redazione ci sono personalità differenti, caratteri differenti e non è facile incastrarsi con i colleghi, ma questo succede ovunque’. Dunque, difficoltà dettate dal fatto di essere donna inesistenti per la Gozzini: ‘Sarà che sono relativamente giovane però quando sono arrivata io vedevo che già le sale stampa, le tribune stampa, le giornaliste inviate erano già tante. Da qualche anno seguo il Milan e in tutti i quotidiani le giornaliste a seguito del Milan sono donne. Sarà che sono arrivata dopo, ma non ho incontrata difficoltà per il fatto di essere donna. Penso che questo sia un problema legato più a qualche anno fa’.

Altro tema toccato riguarda l’assunzione. Soprattutto oggi, in un periodo di piena crisi, in particolar modo per la carta stampata, è difficile trovare un posto stabile nelle redazioni, sportive e non. Ad affermarlo è Arianna Ravelli ‘Le difficoltà sono tante e quando si entra nel mondo del lavoro, soprattutto se competitivo come questo, la difficoltà maggiore resta l’assunzione. Io, sono stata fortunata perché sono stata assunta dopo cinque anni, però c’è chi viene assunto dopo più tempo o chi continua la sua carriera come collaboratore. È un lavoro pesante e impegnativo. Il quotidiano soprattutto comporta un numero di ore e di impegni che sono veramente tanti. È un lavoro che richiede tanti sforzi, sia all’inizio per entrare sia poi nel continuare a farlo. Negli ultimi quindici anni la crisi è stata pazzesca. Ci sono meno soldi, hanno chiuso un sacco di testate e tutti i principali giornali sono in uno stato di crisi. Non si assume più, il Corriere manda in pre-pensionamento così come stanno facendo tutti i giornali d’Italia’. Anche Marisa Poli è della stessa idea: ‘Difficoltà vere e proprie non mi vengono in mente. L’unica cosa per cui ho dovuto aver pazienza è stata l’assunzione’.

Nonostante le differenti difficoltà, oggi la donna sembra avere maggiori opportunità d’ingresso, senza però raggiungere, come già detto, ruoli di elevato potere. A sostenerlo sono Beatrice Ghezzi, Valeria Benedetti e Marisa Poli. In particolare quest’ultima rivela: ‘Vedo più donne che scrivono di sport, in generale, ancora poche che comandano. Ma questo mi pare un problema del nostro Paese, non delle redazioni sportive’. In merito, Alessandra Bocci sostiene: ‘Adesso è più facile accedere nella misura in cui è facile per tutti perché con la crisi che c’è nel settore dell’editoria è molto complicato. È chiaro che magari vi è stata una crescita generale di preparazione tecnica, che deriva dal fatto che i cosiddetti nativi digitali hanno sempre avuto a disposizione il web per mantenersi informati’.

Più opportunità non significa però parità di accesso alla professione per entrambi i sessi. Rispetto agli uomini, le donne che scrivono di sport sono ancora in numero inferiore. Questo sembra essere legato ancora una volta alla concezione sociale. Beatrice Ghezzi infatti sostiene che questo avviene poiché si tratta ancora di un ambiente prevalentemente maschile: ‘I bambini fin da quando sono piccoli incominciano a giocare a calcio, sono tifosi, vanno allo stadio ed è più facile per un uomo inserirsi nel campo. Per la donna è più complicato anche solo pensare di poterlo fare. Allo stesso modo, però, penso che per affermarsi nel giornalismo sportivo, come in qualsiasi ambito, è necessario essere preparati, competenti e umili: questo vale indipendentemente per un uomo o una donna’. Anche per Marisa Poli si tratta di una questione culturale: ‘Lo sport in Italia è molto declinato al maschile e ancora oggi i giornali sportivi sono pensati, diretti e scritti come se rivolti solo a un pubblico maschile, ma sono convinta che non sia così’. Valeria Benedetti è della stessa idea: ‘L’ambiente sportivo è un feudo che rimane maschile, anche nella testa delle donne. Parlo proprio di condizionamenti culturali che partono dall’infanzia: lo sport non interessa alle donne oppure le donne non possono avere una competenza tecnica.  Il numero delle giornaliste sportive è cresciuto e la stereotipizzazione della figura di giornalista televisiva di bell’aspetto mi sembra sia più marcata’. Sabrina Gandolfi sottolinea come, considerando le altre professioni, le donne che parlando di sport non siano così poche: ‘Sono poche rispetto ai maschi le donne chirurgo o le donne pilota, così come un sacco di altri mestieri. Credo che proprio tutte le professioni di concetto, tutto ciò che attiene al pensiero, alla donna sia stato dato con molto ritardo, eccetto l’insegnamento. Probabilmente perché il concetto di insegnante si lega molto a quello materno: nel momento in cui insegni, in qualche modo educhi. Dunque la figura femminile come insegnante era accettata dalla società, ma solo in termini di maestra perché i professori erano prevalentemente maschi. Quindi quando il livello si alza è difficile competere. Però sono cambiate davvero tanto le cose: non credo che fare il giornalista sportivo o di qualsiasi altro tipo sia diverso dalle altre professioni. Anzi per assurdo quello che noi vogliamo allontanare dal nostro pensiero, e cioè la bella ragazza minigonnata e quant’altro, si è rivelato essere un grimaldello perché senza la presenza delle donne che, magari dal punto di vista di contenuti trasmettevano poco ma erano presenti, probabilmente nessuno avrebbe pensato che qualcuna di loro avesse potuto avere anche qualcosa da dire’.

In termini di difficoltà, ho anche voluto cercare di capire se l’accesso fosse più facile puntando su quei determinati sport che non siano quelli maschili per eccellenza, come calcio e motori. Dalle interviste mi è parso di capire che la complessità di accesso nei vari settori resta uguale. Alessandra Bocci infatti spiega: ‘L’accesso non è mai più semplice. Può essere solo complicato allo stesso modo’. Anche Sabrina Gandolfi è della stessa idea: ‘Il tipo di sport trattato non credo faccia differenza adesso. Sarebbe come dire che la donna è più in grado di parlare di ginnastica artistica. No. Un esempio è Alessandra De Stefano su Rai Sport che è la giornalista di punta sul ciclismo, sport molto maschile. Io sono l’esempio vivente: ho fatto di tutto. Dal pattinaggio artistico, per parlare di qualcosa di molto estetico fino al calcio, alla boxe. Non è più facile arrivare a un altro sport che non siano quelli considerati maschili per eccellenza’. Anche Alessandra Gozzini sostiene la stessa tesi: ‘Non ci sono differenze. Le quote femminili sono disperse in tutti gli sport, non ce n’è uno che ha più donne degli altri’. Arianna Ravelli spiega come notai la differenza nella Formula 1, raccontando la sua esperienza: ‘Nella Formula 1 le donne coinvolte sono molto poche. In riferimento alla carta scritta, quando seguivo questo sport, in continuità eravamo, a livello mondiale. io, una giornalista de L’Equipe, una giornalista tedesca e una brasiliana. Altri sport sì, vengono generalmente considerati più femminili, come la pallavolo, ma sono sport che hanno poca copertura, per cui non permettono di campare. Magari puoi essere favorito all’inizio ma poi non ne puoi fare un lavoro’. Alessandra Gozzini ne fa invece una questione di ‘punto di riferimento’: ‘Probabilmente sì, potrebbe essere più facile affermarsi in altri sport che non siano quelli maschili per eccellenza, dove si possono trovare diverse colleghe, ma che difficilmente riescono a diventare un punto di riferimento’.

2.4 LA GIORNALISTA SPORTIVA IN TELEVISIONE

È ormai prassi la presenza di una donna che accompagna la conduzione di un qualsiasi programma sportivo in televisione, dove l’affermazione della giornalista sportiva, secondo le intervista, risulta essere più semplice rispetto alla carta stampata. Questo avviene in modo particolare se si ha un bell’aspetto. Laura Bandinelli infatti afferma che l’aspetto fisico spesso diventa un requisito fondamentale. Ma conta solo quello? Secondo Alessandra Gozzini no: ‘In televisione si punta ovviamente sull’aspetto visivo: avere un bell’aspetto aiuta, ma oggi non è sufficiente e non è una discriminante per arrivare e fare carriera’. Invece per Beatrice Ghezzi la bellezza conta parecchio: ‘Oggi il modello della giornalista sportiva è cambiato molto: se non si è belle ragazze in onda non si va. Ed è vero che purtroppo, e sottolineo purtroppo, spesso la bellezza supera la preparazione. Una volta la bellezza era un valore aggiunto, adesso è il valore principale’.

Sabrina Gandolfi parla di autoflagellazione: la donna affascinante deve dimostrare ancora di più di essere in grado di ricoprire quella carica e dunque, spesso, deve autoflagellarsi: ‘Conta l’aspetto estetico, sarebbe bugiardo e ipocrita dire il contrario. Bisogna essere toste anche perché la donna bella deve avere suo malgrado spesso una sorta di autoflagellazione, quindi poco trucco, vestita non sempre perfettamente, quasi a dimostrare che una bella faccia possa contenere anche un bel cervello. Si entra nei meandri di un discorso da cui non usciremo mai. È ovvio che l’aspetto estetico conta, c’è privilegio nell’essere gradevoli esteticamente, però poi alla distanza non è così importante se non si dà nulla e se non si sa fare nulla. Io se fossi una giovane che si approccia ora al mondo del lavoro è l’ultima cosa di cui mi preoccuperei, il fatto di essere non particolarmente attraente e temere che quella più bella possa ottenere di più. Sono cambiati i tempi. Non è più così. Quella attraente può rubare il lavoro solo se è più brava’.

E spesso, il fatto di essere affascinanti può in qualche modo causare dei pregiudizi, come già affermato. Anche Giulia Mizzoni è convinta che oggi sia importante anche una buona competenza e afferma: ‘A volte la bellezza supera la professionalità. Oggi le soubrette pensano di poter andare in tv a fare le giornaliste sportive e questo è un vero peccato. Poi ci sono altre realtà in cui invece si porta avanti la preparazione, unità però al fatto di essere presentabili, ma la bellezza non è tutto’. Alessandra Bocci parla anche di crisi: ‘Secondo me la donna ha maggiori possibilità di affermarsi in tv perché per la conduzione spesso viene richiesto un volto femminile oppure è solita anche la conduzione in coppia di un uomo e una donna, ma anche per un motivo molto più banale: il mondo della carta stampata è in crisi gravissima e quella della tv un po’ meno. Quindi ci sono più posti di lavoro nelle televisioni piuttosto che nei giornali’.

Rosanna Marani, ricordando la conduzione del suo primo programma televisivo Bar Sport afferma (Mia intervista del 4 giugno 2016): ‘Ero la conduttrice, non la valletta e la trasmissione la preparavo e la gestivo io. Grande soddisfazione. Non vedo oggi, un esempio paragonabile, ovvero una giornalista donna totalmente responsabile dei contenuti e della conduzione di una trasmissione sportiva’.

2.5 UNO STILE INCONFONDIBILMENTE FEMMINILE

La differenza di genere non si limita ovviamente solo all’esteriorità, ma riguarda anche l’aspetto emotivo della professione. Questo va ad influire sul modo di concepire un fenomeno, di sentirlo, di viverlo, di raccontarlo. Così, la donna ha invaso il mondo sportivo, ritenuto fino a mezzo secolo fa come totalmente maschile, influenzandolo con il proprio modo di essere.

Già considerando il semplice modo di lavorare per una parte delle intervistate, la differenza relativa al genere è evidente. Beatrice Ghezzi infatti afferma: ‘Le differenze ci sono: a livello di sensibilità è un modo di lavorare totalmente diverso’. Anche Sabrina Gandolfi è della stessa idea: ‘Penso ci siano delle differenze nel modo di lavorare tra uomo e donna. Il risultato non è così diverso nel modo di esprimersi. È diverso l’approccio con cui viene affrontato l’argomento, il metodo di lavoro poi diventa inevitabilmente lo stesso perché i mezzi, soprattutto per la televisione, attraverso cui passi per portare a casa il risultato obbligano e impongono di lavorare con un metodo. Però è proprio diverso l’approccio. Faccio un esempio: quando un uomo guarda una partita, la guarda da tecnico e vede quei 90 minuti solo tecnicamente. Quando la stessa partita viene osservata fa una donna, gli occhi sono molto più aperti sul campo, quindi coglie sfumature, atteggiamenti, modi di fare che le permettono di costruire un servizio e un pezzo che va oltre la tecnica e la tattica: è innegabilmente un valore aggiunto. L’obiettivo però non è essere un valore aggiunto, ma essere delle professioniste esattamente come lo sono gli uomini. È un percorso sempre in salita, anche se meno di quanto lo fosse qualche anno fa. È lo stesso pensiero di Laura Bandinelli: ‘Si tratta di approcci diversi. L’uomo è sicuramente più tecnico; noi più brave a raccontare le storie’. Differenze non percepite invece da altre intervistate. Marisa Poli sostiene che ciò che fa la distinzione è l’essere della persona, non il genere: ‘Credo ci sia differenza tra giornalista e giornalista, non conta se uomo e donna’. Valeria Benedetti parla di individualismo: ‘Per quello che ho potuto osservare io non ci sono difformità nella sostanza. Il giornalismo è un lavoro che porta molto all’individualismo: dipende dal carattere personale e da come lo si interpreta’. Alessandra Gozzini trova qualità che accomunano i due sessi: ‘Il modo di lavorare penso sia lo stesso. Pensando alle mie colleghe donne, sono più determinate, più croniste d’assalto, più cattive ma in senso positivo. Conosco anche dei colleghi maschi che hanno le stesse caratteristiche. Oggi le donne non sono tanto più attente e puntigliose come si potrebbe pensare, ma hanno più un senso della notizia’. In merito, Alessandra Bocci, che nell’intera intervista tende a far capire come non sente assolutamente alcuna differenza nell’ambito lavorativo con i colleghi uomini, afferma: ‘Non mi sono mai sentita portatrice di uno specifico femminile, se mai sono i capi che me lo fanno credere. Proprio in base a questo specifico femminile di scrittura si preferisce dare alle donne i cosiddetti pezzi umani o di ambiente o di costume. Io penso che ci sia solo un modo di essere buon giornalista o cattivo giornalista. Si dovrebbe evitare di settorializzare in base al genere maschile o femminile. Nella mia esperienza del calcio, anche in base a quello che sento dire da allenatori o giocatori, gli uomini tendono a dare giudizi un pochino più netti proprio perché si ritengono profondi conoscitori della materia. Sono cresciuti con questa idea e quindi sono più portati a dare giudizi netti mentre le donne riescono a essere più equilibrate. Siamo state abituate a pensare che noi capiamo poco di sport e per questo rimaniamo un pochino ‘borderline’. Però non credo che sia un male anche perché penso che, almeno per quello che pensano allenatori e giocatori, il giornalista ne saprà sempre meno di loro. Probabilmente è vero, ma questo porta alla deriva perché significherebbe che solo ex giocatori potrebbero fare i giornalisti sportivi. Ed è quello che sta succedendo in molte televisioni. In questo modo la figura del giornalista applicato allo sport andrebbe a sparire. Amo ripetere una frase di Arrigo Sacchi. Quando lamentavano il fatto che lui non avesse esperienza come giocatore, diceva sempre ’Non bisogna essere cavalli per diventare fantini’. Io penso che possa essere applicata anche alle giornaliste donne, nel senso che non è necessario essere state calciatrici per occuparsi di calcio. Questo significherebbe ad esempio che solo ex attori o ex registi cinematografici possono fare i critici dei film e non è così. Il giornalista deve essere curioso, deve vedere le cose, raccontarle con equilibrio e deve trovare un modo per incuriosire le persone e farsi leggere. E questa è la grossa difficoltà perché nel mondo di oggi tutti vedono tutto. Nel passato quando si andava a raccontare qualsiasi evento e si era soli si poteva raccontare in un altro modo e prendersi delle licenze poetiche. Adesso con Internet non è più possibile’.

Anche per Arianna Ravelli le differenze sono proprie della persona: ‘Credo che ognuno di noi indipendentemente dal genere abbia le proprie sensibilità e il proprio modo di raccontare e di vedere le cose e di decidere cosa è importante e cosa no, di farsi emozionare da una cosa e commuovere dall’altra. Visto che è un lavoro che coinvolge anche la propria personalità, le proprie passioni e le proprie emozioni forse ci possono essere qualche differenze tra uomo e donna. Ad esempio può succedere che l’uomo noti un aspetto meno e la donna di più o viceversa. Dunque, ci sono, ma riguardano la professionalità e il modo di essere del singolo’.

Il modo di essere può andare a influenzare anche il modo di scrivere. Per Beatrice Ghezzi esiste uno stile femminile nel trattare temi tradizionalmente maschili: ‘Sono due modi totalmente diversi di trattare l’argomento. Cambia nella sensibilità, nel modo di esporre le cose. L’uomo è molto più tecnico. La donna secondo me pensa più alle emozioni, ai sentimenti mettendoci qualcosa di diverso, un qualcosa in più: rimanere nell’ambito tecnico, parlando di tattica, lo possiamo fare anche noi donne’. Della stessa idea anche Alessandra Gozzini: ‘Nel giornalismo di oggi posso riconoscere alle colleghe uno stile diverso, più ricercato, che ha più cura nei dettagli: penso che per le donne sia un tratto che distingue’. E Rosanna Marani afferma: ‘Siamo diversi nell’approccio della vita. E dunque del lavoro. La donna è, per esempio, molto più sensibile dell’uomo. Cerca, scava nel profondo. L’uomo resta spesso in superficie ma è più diretto. Entrambi lavorano sui dettagli che riescono ad intuire o a vedere. Partono da prospettive diverse. In ogni caso è la propria esperienza, il proprio vissuto, il proprio carattere che li guida.

Al contrario, Marisa Poli, così come Laura Bandinelli, sostiene che non ci sia uno stile proprio della donna e afferma: ‘Penso ci sia un modo diverso di vivere gli avvenimenti, una sensibilità differente che si riflette poi nello stile’. Anche Valeria Benedetti della stessa idea: ‘Onestamente non mi sembra. Mi sembra dipenda più dal carattere della persona e dal background’. Per Alessandra Bocci questo stile femminile esiste, ma non per tutte le giornaliste: ‘Per quanto riguarda me non credo di avere uno stile in quanto donna. Ho un modo di scrivere che è mio in quanto sono io, con la mia preparazione, le mie letture, i miei gusti’.

Un confronto, quello tra le giornaliste sportive intervistate, che ha permesso di mostrare i differenti punti di vista e le varie modalità con cui le donne, che già appartengono a questo campo, concepiscono l’ingresso femminile in un mondo fino a poco tempo fa totalmente maschile. Le giornaliste di vecchia generazione sottolineano come abbiano vissuto la difficoltà di affermarsi nel campo sportivo proprio per il fatto di essere donna e di essere quindi giudicate non in grado di trattare l’argomento. Al contrario, le giornaliste di nuova generazione dimostrano come la differenza con il sesso maschile non venga più avvertita.

Obiettivo di affermazione che, dunque, sembra essere raggiunto. Bisogna ora iniziare a occupare anche i posti di potere per raggiungere una piena parità di opportunità. Ma la strada, da questo punto di vista, sembra essere ancora lunga.

 

3. ROSANNA MARANI: UNA PIONIERA CHE HA APERTO UN MONDO ALLE DONNE

Rosanna Marani: una pioniera a cui tutto il mondo dell’informazione deve molto. E in particolare quello femminile perché, probabilmente, è grazie a lei che oggi anche le donne possono scrivere di sport. Una donna determinata, decisa, che ha vinto quella guerra contro il maschilismo e il pregiudizio nell’ambito del giornalismo sportivo.

Sì, perché prima di lei le donne nell’ambiente informativo erano poche, in quello sportivo erano completamente assenti. Infatti, nonostante il giornalismo sportivo sia nato nella seconda metà dell’Ottocento e La Gazzetta dello Sport nel 1896, si è dovuto attendere poco meno di un secolo per vedere stampata la firma di una donna al termine di un articolo.

Nata a Imola nell’ottobre del 1946, grazie a una esclusiva intervista a Gianni Rivera, l’allora capitano del Milan in silenzio stampa da sei mesi, Rosanna Marani si è affermata nel giornalismo de La Gazzetta dello Sport il 18 novembre 1973, diventando la prima giornalista professionista sportiva nel 1976. Sotto la guida di Gualtiero Vecchietti e di Italo Cucci, ha collaborato con Il Giornale d’Italia e Il resto del Carliano. Prima giornalista sportiva donna, ma anche prima conduttrice sportiva in tv: per Telenorditalia, emittente lombarda, ha condotto ‘Bar Sport’, un talk show dedicato al calcio, allo sport e ai protagonisti degli anni Settanta.

Non a caso, dunque, è stata nominata da Francesco Cossiga ‘Cavaliere dell’ordine al Merito della Repubblica Italiana’ ‘per aver aperto la strada alle donne ad una professione, quella del giornalismo sportivo, a loro preclusa prima del suo avvento’[34].

3.1 L’ESORDIO

Una carriera costellata di tanti sforzi e sacrifici quella che ha portato Rosanna Marani ad essere la prima giornalista sportiva, non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa: lei stessa lo ha afferma in un’intervista (Colnaghi, 2010) ‘Mi è stato riferito che sono stata addirittura la prima in Europa, tanto che negli anni Settanta vennero ad intervistarmi anche dall’estero, dalla Grecia, dall’Inghilterra, ad esempio: conservo tuttora alcuni degli articoli che mi dedicarono oltreconfine’.[35] Una passione nata tra le mura domestiche fin dall’infanzia grazie alla madre che era una grande appassionata di sport. Questo le ha permesso di sviluppare una competenza sportiva insolita per una ragazza degli anni Settanta, epoca in cui il mondo dell’informazione sportiva era ancora ostile all’ingresso del sesso femminile. Un ostacolo che Rosanna Marani è riuscita a superare con la sua determinazione, suscitando stupore e incredulità agli appassionati di allora e permettendo dunque di aprire il mondo del giornalismo sportivo anche alle donne.

Un percorso tutt’altro che facile e ricco di intralci fin dai primi anni della sua gavetta, che racconta così: (Dalla Costa, 2005) ‘Iniziai a scrivere a sedici anni per i piccoli giornali locali della città in cui sono nata, Imola; a diciotto anni, poi, mi trasferii a Roma per poter proseguire gli studi, ospite di amici di famiglia. Già allora la mia aspirazione era quella di diventare una giornalista sportiva, ma ero ben consapevole delle difficoltà che avrei incontrato nell’intraprendere una carriera del genere, ero ben consapevole che sarei stata guardata con circospezione. Senza arrendermi, iniziai a sfogliare le Pagine Gialle per cercare i numeri delle redazioni più importanti ed avere così un colloquio con i rispettivi direttori. Svolsi la mia prima esperienza in un quotidiano nazionale a Il Tempo, dove Erminio Iattarelli, caporedattore, mi affidò il compito di occuparmi delle lettere sugli “ospiti” del canile di Porta Portese. Approdai poi a Agenzia Italia, Paese Sera e Momento Sera. L’incontro con Mino Doletti mi portò a specializzarmi nello spettacolo: la paga di quel tempo era piuttosto modesta, ma occuparmi di questo settore mi diede la possibilità di frequentare luoghi prestigiosi, come il Teatro delle Vittorie a Roma, e di fare la conoscenza di personaggi illustri, come la grande Mina. Continuando su questo filone, ebbi l’opportunità di lavorare per riviste femminili come Sogno e Gioia e di conoscere Maurizio Costanzo, a quel tempo a Grazia. Rientrai a Imola poco prima della morte di mio padre, dopo essermi sposata, aver avuto il mio primo figlio ed essermi separata. L’incontro con Pirazzoli, un giornalista sportivo del Resto del Carlino, mi permise di iniziare una collaborazione con il quotidiano, per il quale mi occupai della cronaca della città. Pur non sapendo nulla di marketing, mi inventai anche altri incarichi, con lo scopo di vendere il maggior numero di copie: nominai ad esempio la “parrucchiera del mese”, il “nipote del mese”, e così via. A quel tempo, il caporedattore dello sport era Italo Cucci, che mi diede il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi”.[36]

È dunque grazie a Italo Cucci che Rosanna Marani approda nel campo dell’informazione sportiva. Il suo ricordo in una mia intervista del 4 giugno 2016: ‘Italo Cucci: un grande e sensibile capo. Il primo che ha creduto, al Resto del Carlino, nelle mie potenziali doti, tutte da esprimere, di giornalista sportiva’.[37]  Ma la svolta arriva nel 1973 quando, dopo aver abbandonato il Resto del Carlino a causa di una mancata assunzione regolare, la giornalista incontra Mottana, l’allora direttore della Gazzetta dello Sport. Inizialmente incuriosito dal desiderio della giovane Marani, si è dimostrato frenato dai luoghi comuni del tempo che vedevano la donna completamente esclusa dal mondo dell’informazione sportiva, consigliandole, così come molti altri prima di lui, di rivolgersi a riviste femminili più adatte alle inclinazioni di una donna. ‘Dopo 40 minuti Mottana sbuffò e mi ordinò di portargli un’intervista di Gianni Rivera. Era in silenzio stampa da sei mesi’[38]: così ha terminato il racconto della sua prima visita negli uffici della Gazzetta dello Sport in un incontro al Festival Internazionale del Giornalismo, svoltosi nell’aprile 2015 a Perugia.

E spiega l’ardua impresa che alla fine l’ha portata a vincere una delle partite più importanti della vita (Dalla Costa, 2005): ‘Gianni Rivera, l’allora capitano del Milan, non voleva essere disturbato da nessuno, tantomeno da una donna. Infatti inizialmente Rivera si negò più e più volte al telefono, ogni volta con una scusa diversa: prima era occupato, poi era appena uscito… Io non mi arresi, lo raggiunsi di persona ad Ancona, e alla fine l’intervista venne realizzata. Portai così l’articolo in redazione, ma per il responso dovetti attendere ventiquattro ore durante le quali, per sconfiggere l’ansia e il nervosismo, cercai di tenermi impegnata il più possibile e di distrarmi in qualsiasi modo. Ma l’attesa venne pagata: l’articolo uscì il giorno successivo, il 18 novembre 1973, domenica, quando la Gazzetta è più venduta, pubblicato a pagina tre, occupando ben nove colonne e con perfino una mia foto. Ero davvero orgogliosa di me stessa’. [39]

 

3.2. RIVERA, E LE DONNE? LA GAZZETTA DELLO SORT, DOMANICA 18 NOVEMBRE 1973, PAGINA 3

‘’Pronto? Sono Gianni Rivera, come stai? Senti, mi concedi la liberatoria per la tua intervista uscita su La Gazzetta dello Sport, nel 1973? Sto scrivendo la mia autobiografia. Ho compiuto 70 anni lo scorso agosto e voglio raccontarmi’.

‘Azz … gli rispondo: Concedere? … Ma pago io per regalartela!!’

Morale… sarò nel libro del Mito!!!

Non male per la ragazza arrivata a Milano da Imola col sole negli occhi e la rabbia nel cuore. E il talento in tasca!!!  No??!!!

Ma senza Gianni, lì, in tasca, sarebbe rimasto!’’[40]

La telefonata di Gianni Rivera a Rosanna Marani. Oggetto: l’intervista che lei gli fece nel 1973, dopo sei mesi di silenzio stampa.

 Un articolo dal valore inestimabile. Per l’autrice in quanto le ha permesso di realizzare un grande sogno, apparentemente impossibile. E per tutte le donne poiché ha permesso loro di farsi strada in un mondo prima precluso e di approdare in un campo totalmente maschile.

Il calciatore si è tappato la bocca, parla l’uomo

RIVERA, E LE DONNE?

Se vuol sapere dell’amore, anzi del mio amore nei confronti della donna, l’accontento subito.

Adesso così come sto, mi sembra di stare bene. Anche perché quando si è innamorati si perde di lucidità.

Non ho problemi di convivenza con una compagna che per me potrebbe esistere o potrebbe anche non nascere mai.

Se penso alle donne in generale mi sento in uno stato di grazia.

Mi piacciono e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo.

Chissà come sarei stato in un harem se fossi nato maomettano.

Non ho ancora sentito prepotente il desiderio di legarmi soltanto a una donna.

Non mi sono ritrovato né specchiato negli occhi di una partner.

Cosa aspetto? Forse aspetto soltanto di avere maggiore conoscenza delle mie esigenze e più tempo disponibile’.

È decisamente insinuante. Non ti aggredisce, ma ti obbliga quasi a seguire le sue evoluzioni dialettiche. E di Gianni Rivera viene fuori quello che lui vuole lasciare uscire. È impossibile disorientarlo, fargli perdere il filo del discorso anche a costo di violentarlo. Lo sguardo fermo, che può confondere la voce pacata che delinea con volontà ferrea i limiti oltre i quali non si può andare. Un protagonista sospeso sul filo della sua intelligenza, umanità, sensibilità e forza. Qualità che spesso e volentieri si ritorcono proprio contro lui. Non esiste ombra di cattiveria nel suo reiterato diniego a lasciarsi intervistare in questo periodo. Solo un legittimo desiderio di rimanere un attimo fuori dal giro, protetto, in una torre di silenzio ad osservare le eterna lotte e polemiche che in fondo danno il gusto alla vita. Ed è vero che ogni tanto si deve recuperare il senso della misura, ogni tanto ci si deve isolare per avere il tempo di pensare, valutare magari migliorarsi.

Pure per qualche ragione che esula dagli schemi prefissi, che sfugge al controllo della logica (giusto, perché in fondo essere intelligenti significa anche sapere ritornare sui propri passi e concedersi secondo le esigenze del momento), il Rivera nazionale, con me ha parlato. Chiacchiere da salotto, annotazioni, critiche e pensieri che al calciatore non tolgono nulla, ma che invece accrescono e delineano un Gianni-uomo che forse pochi conoscono. Fortuna? Fatalità? Coincidenze? Ma, l’intervista col Gianni si è “avverata” probabilmente per una felice combinazione di momenti. Un interscambio che fin dalle prime battute ha definito uno stato d’animo molto preciso: desiderio di poter parlare per essere finalmente ascoltato senza dovere pesare, una per una, le parole.

Non sono un oracolo

Non sono un oracolo. Sono stanco di sentire, anzi di leggere, dichiarazioni fraintese se non false del tutto. Ci sono cose molto più importanti e piacevoli da fare al mondo che utilizzare le mie affermazioni per accendere focolai. Come per esempio chiacchierare o instaurare un dialogo per conoscere meglio il nostro prossimo più prossimo. Siamo talmente egoisti che non ci accorgiamo nemmeno di quello che ci capita intorno. Purché non ci tocchi nel particolare, beninteso. E così ci limitiamo a vivere fra estranei che diciamo poi di conoscere, creiamo situazioni ipocrite che non ci soddisfano, ci offriamo un mucchio di formalità per ricevere in cambio una moneta simile. E alla fine ci lamentiamo perché non riusciamo a trovare il filo del discorso con noi stessi”.

Ma per trovare questo filo, come ti comporti tu?”.

Mi critico, mi ascolto, mi guardo” vivere, mi accetto, e qualche volta mi fermo a sorridere. Di cosa? Ma di tutto, anche per sdrammatizzare problemi, polemiche, lotte sterili e fasulle che danneggiano il fegato e ti tolgono il gusto del giorno dopo. Non dimentico poi di darmi molto e poco allo stesso tempo, diciamo con la misura che di volta in volta mi suggerisco, a chi mi sta vicino o a chi voglio stare vicino. Insomma, scelgo e mi formo delle opinioni cercando di non rinnegare mai la mia esperienza. Cioè accettando a priori il dato di fatto che errare è umano”, non mi dispero e non mi esalto. Può anche darsi però che questa serenità raggiunta dopo il tempo delle crisi che capitano a tutti, mi tolga qualcosa. Non so, uno slancio maggiore, un entusiasmo più bruciante, una disperazione più cruda quando va male. Ma mi offre poi come contropartita una emozione più intensa, una sicurezza più equilibrata. E il conto torna. Diciamo che due più due fa sempre quattro, ma lascio un minimo di margine alla possibilità che possa fare anche cinque”.

E’ la maturità che ti fa parlare così?”.

Beh, a trent’anni l’uomo, o meglio il suo processo evolutivo, è quasi arrivato a metà del suo cammino. Se non mi sentissi maturo, per la mia concezione particolare (nel senso di personale) che ho della vita, sarei quasi un fallimento. Ed è vero che uscendo di casa prima, anche in senso mentale, si cresce con una maggiore rapidità. Sempre che si abbia la voglia di crescere. Perché in fondo formarsi ad una coerenza pratica e non teorica delle vicende che ci coinvolgono o che scegliamo per essere coinvolti, costa una grande fatica”.

Una sana speranza

E’ un lavoro di ricerca, una volontà di cambiare la bandiera morale per la quale ci eravamo battuti con tutta la nostra idealità, appena ci accorgiamo che la bandiera è ridotta a brandelli o si è scolorita, una evoluzione in tutti i sensi che ci toglie sempre qualche illusione, con dolore e non con rimpianto. Ma fino a quando c’è una sana speranza di non buttare via quello che viviamo, beh, la vita vale la pena di essere vissuta. Fino in fondo. Non è forse vero che abbiamo quello che ci siamo meritati? Non è forse vero che portiamo due sacche appresso, quella del bene e quella del male e che dobbiamo sapere elargire a turno questo e l’altro?”.

Sei arido? Freddo? Oppure un buono che tira fuori le unghiette per difendere il suo posto al sole, quindi un buono con beneficio di inventario?”.

Arido no, nella maniera più assoluta. Freddo neppure. Sono semplicemente un uomo in mezzo agli uomini. E credo anche di sapere dare. Certo è che do quello che voglio. Non sono un santo votato al bene dell’umanità. Se aiuto gli altri è perché il fatto aiuta me. Mi dona dimensioni mai statiche, mi porta un senso di soddisfazione che posso paragonare quasi all’innocenza di un bambino. Spontanea e disinteressata. Dio santo, se non ci ricreiamo uno spazio pulito dentro il quale vivere con tutta la nostra parte migliore al di sopra dei giochi diplomatici o strategici, beh, potremmo davvero chiuderci gli occhi, tapparci le orecchie e imbavagliarci la lingua”.

Allora ammetti l’esistenza di uno stato di continua difesa da parte nostra nei confronti degli altri?”

Non posso offrire da buon samaritano l’altra guancia. Ma da buon cristiano posso evitare di pestare i piedi a qualcuno. Questa è la differenza fra un uomo e una carogna d’uomo. Si vive così poco, perché avvelenarsi il sangue con parole grosse, litigi inutili e cattiverie gratuite? È semplice andare d’accordo. Basta avere dentro di sé ben saldi i principi della dignità che può essere ferita e piegata fino ad un certo punto, ma mai calpestata e del rispetto che dobbiamo e che vogliamo. Una certa dose di comprensione e il gioco è fatto. Stare sempre in agguato per emergere a danno e discapito di un tuo simile è addirittura animalesco oltre che sporco. Non voglio dire che non ci si debba difendere, ma solo che si dovrebbe evitare di arrivare a questo”.

Che cosa ti manca per essere un Gianni al cento per cento?”

La scintilla dell’amore

Poco, o forse tanto. Se vuoi sapere dell’amore, anzi del mio amore nei confronti della donna, ti accontento subito. Adesso così come sto, mi sembra di stare bene. Anche perché quando si è innamorati si perde la lucidità. E si dovrebbe invece essere sempre padroni di sé stessi. Non ho problemi di convivenza con una compagna che per me potrebbe esistere o potrebbe anche non nascere mai. Cioè se penso alle donne in generale, mi sento in uno stato di grazia. Mi piacciono e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Chissà come sarei stato in un harem se fossi nato maomettano! Ma a parte il generale, io non ho ancora sentito prepotente il desiderio di fermarmi vicino ad una donna. Non mi sono ritrovato né specchiato negli occhi di una partner. La scintilla, se scoppierà, potrà scoppiare in un qualsiasi momento perché sono disponibile anche ad innamorarmi. Ma non è detto che il cambio di situazione mi faccia essere più completo o mi soddisfi maggiormente. Mi spiego meglio. L’uomo, come binomio perfetto, deve avere la sua donna, metà o non metà che sia. Questa metà io non l’ho ancora trovata e nemmeno sto facendo qualcosa per cercarla. Non mi sento poi così vuoto o solo per desiderare di essere capito, aiutato o consigliato da una “lei” precisa. A volte penso di non avere nel cuore un posto ideale per una donna. Oppure potrebbe essere che il mio non tenda ad autoaffermarsi attraverso una famiglia, attraverso un amore di questo tipo. E poi è più importante dare o ricevere? Io penso che il dare sia molto bello, molto più entusiasmante che ricevere. A patto naturalmente di non aspettarsi nulla in cambio, neanche moralmente parlando. Perché non c’è alcun interesse sottinteso, nessun doppio senso che ti guida. Posso desiderare di stare assieme ad una donna che abbia un nome che io conosco, posso darle dolcezza e sentimento o cosa diavolo lei si aspetta da un uomo come me, ma posso anche stare, e bene, per quindici giorni senza vedere quella donna. E non per questo mio modo di sentire il rapporto, io sminuisco o svilisco le qualità di quella persona. Forse dentro di me si agitano tali e tanti interessi che la mancanza di quello che si ritiene un rapporto fondamentale per il completamento di un uomo, cioè l’abdicazione dal singolo per diventare coppia o nucleo, non mi fa passare notti agitate o insonni”.

Caro mio, ho l’impressione che tu non ti voglia concedere e magari per paura di essere usato. Il tuo personaggio ti ha fatto perdere di vista questo fattore così importante. L’amore con la A maiuscola. Vero è che, come ammetti, non hai trovato ancora la scintilla giusta che ti ha fatto cadere l’armatura dentro la quale ti muovi e forse a disagio. Ma anche ammettendo che tu possa trovare una donna ad hoc, credo che tu ti comporteresti con lucidità e freddezza, anzi con dolcezza calcolata. E solo per abitudine. Il che è pure peggio. Insomma, ti verrebbe magari di chiedere, mentre una emozione ti dovrebbe invece far perdere la bussola, se per caso lei ha un fondotinta che ti può sporcare la camicia fresca di bucato. Pensa al caso contrario, cioè se una donna in attesa del primo bacio dovesse chiedere all’uomo che le sta di fronte: Caro, ma te li sei lavati i denti?”. Ecco, ti ci vorrebbe una donna tanto abile quanto furba, tanto fredda quanto calcolatrice. Allora forse attraverso una lotta pari potreste ritrovare il gusto dell’amore, ma a quale prezzo! Nega se puoi!”

Dolcezza calcolata

E’ vero che fino ad ora mi sono concesso più per volontà di farlo che per slancio, più per desiderio di provare ad essere innamorato che per trasporto autentico. Ma questo non significa che io sia la specie d’uomo che hai descritto. Non è colpa mia se l’amore non mi ha toccato fino in fondo. Posso anche io avere le mie paure, i miei dubbi. È tanto atroce?”.

No. Perché tutto sommato le donne, e tu ne puoi avere” a carrellate, magari ti avvicinano perché rimangono incantate dal mito che ti fa vivere nella leggenda. Ma a te sapere scegliere, a te sapere distinguere la donna interessata e la donna vera, a te saper discernere un interessamento per le grandezze del Rivera e uno slancio pulito per i limiti e la poesia (se ce l’hai) del Gianni. In fondo in ogni storia che lega due persone c’è sempre un briciolo di interesse. In ogni senso. Per cui eccoci arrivati a quello che ti manca: la volontà di regalare, quando ne vale la pena e solo tu lo puoi sapere, la tua tenerezza, la tua sensibilità e quel resto che ti fa essere quello che sai di essere quando smetti le mutande bianche e la maglia rossonera e indossi i pantaloni lunghi da uomo. Giusto?”

Analizzando una persona è possibile che venga a galla anche quello che la persona stessa sa ma non vuole sapere. Comunque ripeto, non ho ancora evidentemente trovato la donna giusta e capace di misurare queste mie possibilità, diciamo romantiche, ammesso che le possieda. Se no a quest’ora invece di essere scapolo, avrei la fede al dito. E magari non solo al dito quella fede lì. Non sono assolutamente contrario al matrimonio e ai legami sentimentali. Credo anch’io alla validità di un creare qualcosa insieme”, perché quando sopraggiunge l’età dei ricordi è magari meglio ripercorrere certe strade, rivivere certi affiati, risentire una particolare linfa scorrere dentro, evocare determinate sensazioni negli occhi di chi ti ha aiutato ad esternare qual groviglio di emozioni che formano la tua parte più vitale. Ma non è un delitto cacciarsi con volontà cieca in strade senza uscita, solo per volere una cosa a tutti i costi? Preferisco aspettare”.

Cosa? Di riconoscerla, la tua “lei” a prima vista? Che ti salti addosso la voglia di amare? Oppure che una donna ti scelga con ferrea premeditazione e che ti marchi stretto, da vicino?”.

No. Niente di tutto questo. Forse aspetto soltanto di avere maggiore conoscenza delle mie esigenze, di avere più tempo a disposizione. È difficile, tra l’altro trovare una dimensione, uno spazio, il posto giusto per riuscire a far vivere e a far crescere un sentimento così fondamentale”.

Il tuo lavoro ti assorbe fino a tale punto? E allora in quale dimensione normalmente e comunemente umana, ti ritrovi?”.

Nell’amicizia. Nel senso di solidarietà, di scambio di vedute con persone che mi vogliono bene anche per i miei difetti. In questo campo sono stato molto fortunato. Ho trovato dei veri amici che non mi hanno mai tradito e che non tradirò mai”.

Eccola la contraddizione. Il dare per dare è importante, ma lo vedi che è altrettanto importante il ricevere? Tu non li tradirai (o tradiresti) questi amici perché è una tua logica o perché loro, a loro volta non ti hanno mai tradito?”.

In questo caso è difficile rispondere. Voglio bene ad un amico e mi comporto di conseguenza. D’accordo è un dare e avere. Per cui posso parlare solo di quello che ho vissuto fino ad ora. Ma è anche una mia logica, perché gli amici di cui parlo non hanno mai pensato, neppure per un attimo, di colpirmi alle spalle. E se dovesse capitare, non parlerei più di un amico, ma di uno che mi era tale”.

Come vivi?”

Accettando il giorno anche dentro di me. Sentendo la differenza che c’è tra il momento in cui parlo e il secondo che ho appena vissuto. In continua evoluzione per provare fino in fondo la sensazione di crescere, cambiare, invecchiare. Per gustare fino al limite l’arricchimento della mia esperienza. Una tematica di base che mi porta alla coerenza del mio carattere ma che lascia aperto qualsiasi spiraglio a tutto ciò che ancora mi dovrà accadere”.

Come reagisci alle delusioni?”

Evitando di rimanere deluso fino in fondo. Scarto la parte negativa della faccenda ed incamero i ricordi positivi. Seppellisco i cocci sotto la sabbia, metto una croce con la data ben precisa nella mia memoria, cerco di capire i motivi che mi spingono a considerarmi deluso e finisco con l’accettare anche le mie responsabilità di parte. Cioè valuto le mie colpe. Poi faccio in modo che mi passi pensando che domani è pur sempre un altro giorno”.

Personalità magnetica

L’ora delle confidenze è già passata, ma la voglia di scavare dentro a quest’uomo dalla personalità così prepotentemente magnetica, dal modo di essere così dolcemente forte, non si è esaurita. Meglio però non abusare, anche per non avere sorprese. È difficile e faticoso, tutto sommato, chiacchierare con un Rivera e con un Gianni mescolati insieme, senza ritrovarsi sospesi in una altalena di parole che spesso e volentieri ti mette con le spalle al muro. E a questo punto non riescono più ad aiutarmi né le mie risorse professionali, né tantomeno quelle prettamente femminili. Non è dunque più saggio alzarsi da tavola con un po’ d’appetito?[41]

Un’intervista determinante, entrata nella storia. Ma perché indagare proprio quei temi? ‘Perché nessuno aveva mai indagato, sul suo rapporto amore e donne. Io, in Rivera vedevo l’uomo e mi intrigava conoscerlo. Come mi sentivo? Come una … canna al vento, (prendo in prestito da Grazia Deledda questa espressione)’.

Durante l’incontro Giornalismo sportivo: singolare femminile? al Festival Internazionale di Perugia durante il racconto dell’intervista a Rivera, Elisa Calcamuggi di Sky Sport 24 è intervenuta: ‘Però se non fossi stata donna non ti avrebbe rilasciato l’intervista, no?! In questo caso è servito’.[42] La sua risposta (Mia intervista del 4 giugno 2016): ‘Non lo so, non mi sono mai posta la domanda, se…donna o uomo. È andata così. Le mie domande hanno catturato la sua attenzione e mi ha concesso la famosa intervista, che ha inserito nella sua recente Autobiografia. Un grande onore per me’.

3.3 UN PERCORSO A OSTACOLI

Ed è stato proprio quando ha visto realizzarsi il suo sogno, scrivere sulla rosea, che per Rosanna Marani sono iniziate le maggiori difficolta. Non sono bastate determinazione, grinta, professionalità e preparazione per spianare la sua strada. Dopo la pubblicazione dell’intervista esclusiva a Gianni Rivera, tanto agognata dai colleghi maschi, sui giornali dell’epoca sono comparse invidia, gelosie e malelingue sulla pioniera del giornalismo sportivo. La volontà di combattere lo status quo e di modificare il ruolo delle donne nell’informazioni sportiva le sono andate contro in quanto rappresentavano una situazione nuova. E spesso, nell’immaginario collettivo, il nuovo spaventa. Le difficoltà erano all’ordine del giorno. Spesso, ora sorridendo, racconta le sue esperienze negli spogliatoi delle squadre dove si recava nel post partita per realizzare le interviste con i giocatori. Questo accadeva normalmente per i colleghi maschi. Lei invece veniva bloccata dai carabinieri, che addirittura le coprivano gli occhi con la mano, affermando che non era consentito l’accesso alle donne.[43] Questo veniva visto come un affronto alla sua professionalità, cui lei si difese sempre dichiarandosi giornalista sportiva, e guadagnandosi così l’accesso agli spogliatoi. Ostacoli su ostacoli quelli incontrati dalla Marani: anche la Gazzetta dello Sport tentò di escluderla dopo la pubblicazione dell’intervista a Rivera: l’amministrazione le offrì infatti un’importante somma per convincerla a lasciare il quotidiano. Cosa successe? (Mia intervista del 4 giugno 2016) ‘È successo che l’uomo ha tentato di farmela pagare. Sono stata e l’ho dimostrato, più brava di lui, in talune occasioni. Il talento naturale spaventa, atterrisce chi sa di non possederne neppure un’oncia. Ecco perché chi ne è dotato viene ostacolato da chi avrebbe il potere di valorizzarlo. Ma non essendo una tipa che si arrende, ho reagito senza abbattermi, restando sempre e comunque dentro i miei limiti’. È dunque grazie alla sua fermezza che non si è arresa. Fece causa alla rosea e la vinse, conquistando ancora il suo spazio. Nonostante gli impedimenti e le contrarierà, Rosanna Marani è riuscita a farsi strada, a affermarsi e a conquistare la stima e il rispetto anche dei suoi colleghi maschi, diventando la prima donna ad accedere in un campo fino a quel momento prettamente maschile. È stata lei a aprire la strada del giornalismo sportivo alle donne, in un’epoca in cui tutto questo era impensabile. È stata lei a battersi affinché venisse superato questo tipo di discriminazione: (Izzo, 2011) ’Provo la soddisfazione di essersi battuta per la parità dei sessi e di esserci riuscita. Non tollero le ingiustizie, da sempre. E verso chicchessia. Credo siano nel mio DNA, la ribellione, il no alle convezioni, ai luoghi comuni, al…perché è così!’[44]. Marani che non nega di essere orgogliosa di aver fatto qualcosa per altre donne poiché questo può essere solo motivo di soddisfazione.[45]

Un cammino, come già sottolineato più volte, pieno di ostacoli, in modo particolare durante il suo esordio, quando la donna veniva ancora considerata un’estranea nel campo dell’informazione sportiva: (Masieri, 2008) ‘Quando ho cominciato io, le giornaliste sportive erano una chimera, quindi ho riscontrato molte difficoltà anche perché questo era, e in parte lo è tutt’ora, un mondo maschilista e lo sport ne rappresentava l’ultimo baluardo. Negli anni Settanta l’idea che una donna potesse scrivere di sport o entrare negli spogliatoi di una squadra di calcio era impensabile. Sono sempre stata testarda e determinata, e queste limitazioni sociali non le ho mai potute sopportare, nonostante abbia sempre rispettato il mio ruolo e quello di chi mi stava accanto. Quindi fin dall’inizio della mia carriera, non ho mai perso di vista il mio obiettivo che era quello di impormi come giornalista preparata e competente e di essere accettata come tale perché non valevo meno in confronto ai miei colleghi di sesso opposto. […] I discorsi dei maschi, erano sempre molto volgari e per fermare il turpiloquio, iniziai anch’io a parlare come uno scaricatore di porto. Fu così che nel giro di poco tempo, smisero di prendermi di mira, ed iniziarono a vedermi come un essere umano. In quegli anni patii molto anche una sorta di violazione della mia intimità, della mia privacy, della mia femminilità e ovviamente non è stato facile perché sono una persona fortemente orgogliosa quindi quando mi veniva da piangere mi rifugiavo in bagno, di modo che nessuno mi vedesse, di modo che nessuno mi potesse additare come la “solita femminuccia”. Fui sola per molto, moltissimo tempo, nel senso che a lungo non mi sono sentita parte della redazione, mi sentivo sempre un’estranea fino a quando un mio collega Lodovico Maradei, non iniziò ad aiutarmi. Grazie a lui, alle mie capacità, alla mia faccia tosta e all’amore incondizionato verso il giornalismo sono riuscita a superare i pregiudizi e le difficoltà iniziali acquisendo il rispetto di tutti gli addetti del settore e non’.[46] E non solo. Rosanna Marani si è trovata a dover sopportare lo scetticismo da parte di coloro che ritenevano la donna non in grado di lavorare in questo ambito in quanto poco competente e capace solo di fare le stesse domande. Insomma, la donna doveva restare al di fuori del giornalismo sportivo: (Colnaghi, 2010) ’Gli uomini difendevano questo mondo con ogni mezzo, consideravano a priori la donna come un oggetto misterioso che non poteva trovare nessuna collocazione in tale mondo. Parliamo di rivoluzione femminista agli albori, dunque la donna a casa a far la maglia! Al massimo poteva insegnare. Da parte mia, posso dire di non essermi certo risparmiata per abbattere questi luoghi comuni, a volte anche con mala grazia, con rabbia, alzando la voce, lottando con le unghie e con i denti, quando il dialogo era precluso dai tabù del pregiudizio.  E non mi sono mai arresa, pur sola in questa battaglia all’ultimo sangue! E ce l’ho fatta! La domanda che più mi irritava era il voler sapere come facessi a conciliare un lavoro tanto impegnativo con i miei doveri di madre (tre figli ho generato), ed io, senza spendere troppe parole, ogni volta replicavo proponendo a chi mi poneva la questione, la stessa domanda. Chi mi intervistata, guarda caso era un uomo nella maggior parte dei casi. E lui, l’uomo, come poteva conciliare il ruolo di inviato e di padre? Si mi guardavano come una marziana! Altro esempio: i discorsi dei miei colleghi masculi, quando ero nelle vicinanze, erano sempre infarciti di parolacce. Ogni occasione era buona per mettermi in imbarazzo. Per rimarcare la differenza uomo donna. […] Bene, nel giro di un mese e mezzo coloro che mi avevano sfidato tentando di zittirmi, smisero di prendermi di mira. Forse avevano imparato ad arrossire, loro dopo che avevo smesso io di diventare di fiamma. Potei sciacquarmi la bocca, ma ahimè l’abitudine a parlare come un uomo scurrile, mi è rimasta! Da quel momento si sparse la voce e fui vista come essere umano, una persona di sesso femminile che lottava per conquistarsi un posto al sole. E la pagnotta. Si, è stata dura, durissima’.[47]

Dunque, niente e nessuno è riuscito a frenare Rosanna Marani, pioniera del giornalismo sportivo femminile. Una carriera di grandi successi, raggiunti con sacrificio e determinazione e che hanno permesso l’ingresso della donna nel campo maschile per eccellenza.

3.4 DICONO DI LEI..

La giornalista sportiva numero uno, colei che ha superato pregiudizi e pensieri comuni di un’epoca non molto lontana da quella attuale permettendo l’ingresso femminile in un campo totalmente maschile. Lei che ha aperto la strada del giornalismo sportivo alle donne.

E questo cammino, arduo e faticoso, è incominciato grazie a Italo Cucci, caporedattore dello sport al Resto del Carlino che, negli anni Settanta le affidò il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi. Ed è in un articolo pubblicato da ‘L’Indipendente’ dell’11 marzo 2007 che parla di lei.

Che donna quel cronista

Aveva già fatto le prove con successo ma domenica sera 4 marzo Tiziana Alla, redattrice sportiva di Rai International, ha fatto il grande balzo nella telecronaca di alto livello raccontando ai telespettatori della Grande Giostra del Gol” (il programma sportivo più visto del mondo, in onda dal Canada all’Asia) la spettacolare vittoria della Juventus sul Piacenza, con tre-gol-tre del Divino Alex Del Piero, oggi il più amato dagli italiani. Era il passo che mancava alla Giornalista Sportiva già presente in tutti i media di settore, libri, giornali, radio, tivù, internet e affini. Come se l’è cavata? Bene.

Intanto – va chiarito subito – telecronaca asessuata: nessuno le ha chiesto – né lei ci sarebbe stata – di raccontare il calcio, prodotto maschilista per eccellenza, al femminile”. E tuttavia ci ha messo del suo per far notare la differenza non aggiungendo – salvo una particolare gradevolezza della voce – molto togliendo alla narrazione abitudinaria dei telecronisti più affermati, i quali non possono fare a meno di abbondare in tecnicismi (quattrottrettre e via così, sull’onda del sacchismo) spesso inintelligibili ai più. La competenza – sicura – è stata esibita con leggerezza, là dove serviva quel tanto di spiegazione dei momenti di gioco; la competenza piace, ma non deve essere perentoria, assiomatica, deve anzi suscitare la concorrenza del telespettatore spesso erudito in materia al punto di poter contestare «quel fortunato che può dir la sua alla tivù, alla radio o sui giornali».

Ho seguito quest’ esordio con piacere non solo perché faccio parte anch’io della banda dei giostrai ma perché è toccato a me, nel 1973, mettere al mondo la prima cronista sportiva, Rosanna Marani, sulle pagine del Resto del Carlino.

– Pierino, quando guardi le stelle a cosa pensi?”: la domanda Rosanna la pose a Pierino Prati, già bomber del Milan e, in quella stagione, della Roma. E lui – che veniva soprannominato Pierino la Peste”, restò fulminato. Basito, avrebbe detto un’altra cronista sportiva di grande qualità, Licia Granello di Repubblica, presentatasi più tardi sulla scena pallonara con una forte competenza e un linguaggio nuovo, aggressivo, accattivante, tale da mettere in crisi i colleghi masculi: quando, più tardi, Licia capì l’aria che tirava, fuggì in altre pagine del giornale e oggi racconta saporite storie a sfondo gastronomico/enologico. Anche Rosanna Marani fece presto a liberarsi del repertorio romantico molto femminile e finì addirittura a far domande negli spogliatoi del dopopartita, e si deve forse a lei se i pedatori illustri e meschini persero l’abitudine, un bel giorno, di porgersi ignudi e gocciolanti ai poveri cronisti costretti ad aggirarsi fra docce e lettini negli stanzoni fumanti dov’era già apparso – va detto – il tè così caro agli intervalli di Fabio Caressa. La grande disponibilità di Rosanna (detto per inciso: una gran bella ragazza) le procurò anche i soliti fastidi: quando si trasferì con me al Guerin Sportivo, titolare di una rubrica a dir poco ammiccante (Io li vedo nudi”) s’imbatté in un famoso presidente deciso a barattare un’intervista esclusiva con le sue grazie. Il mio intervento – piuttosto duro – smontò la penosa vicenda e d’allora Rosanna fu sempre più sicura, come narra la sua biografia in Wikipedia: («È stata la prima donna a diventare giornalista professionista sportiva nel 1976, e per questo è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con la motivazione che si adatta bene alle pioniere, l’aver aperto una strada prettamente ed ottusamente maschile alle donne»). […] [48]

E lei lo ricorda così: ‘Un grande e sensibile capo. Il primo che ha creduto, al Resto del Carlino, nelle mie potenziali doti, tutte da esprimere, di giornalista sportiva’.

Persino Gianni Brera, uno dei giornalisti sportivi più importanti e rivoluzionari, ha voluto parlare di lei.

Un pensiero che è la prefazione del suo primo libro Una donna in campo. E scrive: ‘La Rosanna Marani è l’ultimo buon acquisto del giornalismo sportivo italiano. Viene dalle Romagne, che sono molte, ma la sua Romagna è diversa da tutte, precisamente come e quanto è diversa lei dalle romagnole, donne fiere ed estroverse, diciamo pure brulle per schiettezza di toni e robustezza di forme. Lei, la Rosanna, evoca a prima vista un titolo dell’Amalia Guglieminetti. I suoi occhi sono grandi e languidi. Il visino è delicato, d’un pallore che intriga a illazioni ingenue fino al sospetto. Ora, nessuna astuzia è raffinata come questa di apparire debole e indifesa. La Rosanna deve averlo capito dalla nascita. Il suo istinto è della gatta trepidante e schiva. Mentre ti chini a tentare una carezza, lei ti applica vampiretti metallici nei punti migliori, e ti sugge sangue e sentimento con impercettibili moti delle labbra, battiti di ciglia lunghe e molli, sorrisi così timidi da farti impettire nel medesimo istante in cui ti gioca. Non è, si badi, la donnetta che mena il torrone per gabola. È così squisitamente femmina che si lascia soltanto indovinare. E per intravedere la minima piega della sua anima, ti garbi o no, devi mettere a nudo tutto te stesso. Avrete notato che i campioni da lei intervistati le danno tutti del tu. Bene, questa è perfidia autentica. Sotto la più comune battuta di dialogo è la sua vera invenzione. Eccomi inerme e docile a portata delle tue sgrinfie. Avanti, mettile fuori e di botto mi coglierai come un tenero uccellino. Tu esegui (jam dixi) e lei facilmente constata se queste famose sgrinfie le possiedi per davvero. Sembra nulla. È la prima offerta, magari accompagnata da teneri sospiri di donna – tutta – immersa – nella – professione – che adora. Le è venuto il ticchio, un certo giorno, e ci s’è provata. Niente di sulfureo. Ritrattini innocenti, inviti a denudarsi come sentimento comanda («se mettre à nu» era l’imperativo categorico e insieme la civetteria dei romantici veri): intanto la memoria annota secondo fantasia e impotenza di verità. Non una frase forzata fuor dalla comune concinnitas di un dialogo alla buona. Chi le resiste è un perverso, un frigido prevenuto, insomma qualcuno che somiglia pochissimo a un uomo. Dio mio, si può mai rimanere indifferenti di fronte a così fragile creatura? Ha il registratore, questo è vero: ma lo porta con sé per non tradire le tue parole: avanti, fa’ che non girino a vuoto le rotelle dei nastri. Il sorriso è più timido che invitante. Proprio in questi attimi ella ti applica i vampiretti alle tempie, al costato, dovunque pulsi più celere e copioso il sangue. Non appena te ne accorgi, nonché ritrarti, abbassi le corna ad ariete. Non valgono sospetti, non ritrosie. Ti ha giocato, senti: e dato che sei in ballo decidi di ballare. Così, non conosco uno solo che abbia saputo difendersi in decenza.[49]

3.5 INTERVISTA A ROSANNA MARANI[50]

  1. Perché giornalismo e sport?
    Ho da sempre amato la parola ed ho coltivato questo amore leggendo, fin dalla tenera età. I miei genitori sapevano come farmi felice e come farmi stare zitta e buona, regalandomi libri.

Sono nata curiosa, la curiosità è, a mio avviso, la caratteristica fondamentale di un giornalista ed ho deciso che lo sarei stata, giornalista, a 10 anni. Lo sport era raccontato dagli uomini e mi pareva una “cosa storta”. Mi sono cimentata nel voler raddrizzare questa “cosa storta, e ci sono riuscita.

  1. Quali sono state le difficoltà incontrate all’inizio e durante la sua carriera?

Quelle che capitano ad una donna quando inizia a lavorare in un ambiente maschile: essere presa sottogamba e faticare il doppio per riuscire a farsi accettare alla pari.

  1. Immagino abbia dovuto far fronte a parecchi pregiudizi nei suoi confronti. Una donna che voleva intraprendere una carriera nel campo maschile per eccellenza: impensabile. Eppure ci è riuscita. Come è stata in grado di superare tali pregiudizi?

Con la fiducia in me stessa, con la responsabilità del mio talento, con l’incrollabile determinazione a farcela.

  1. Ha ottenuto tanti no, soprattutto inizialmente. Cosa l’ha spinta ad andare oltre e a continuare a lottare per ciò che desiderava?

Vale la risposta precedente. I no, per me, sono una sfida da accettare e da vincere, possibilmente.

  1. Le è mai capitato di pensare di non potercela fare e di mollare?

No, mai.

  1. Qual è stato il segreto del suo successo?

Nessun segreto, sono stata me stessa sempre. Come ora.

  1. Come è riuscita a conquistare la stima e il rispetto di colleghi e lettori di quegli anni, dominati dall’idea comune che la donna non fosse in grado di parlare di sport?

Evitando di dare eccessiva confidenza, lottando per la mia affermazione, studiando, preparandomi a dovere per ogni articolo ed intervista.

  1. Com’era inizialmente il suo rapporto lavorativo con l’altro sesso?

Un rapporto guardingo. L’altro sesso mi studiava per cogliere le mie fragilità e azzopparmi. Io mi studiavo per risolverle per poter camminare senza inciampare.

  1. Guardando indietro come vede oggi le difficoltà che, con determinazione, è riuscita a superare e che l’hanno portata a essere la giornalista sportiva per eccellenza?

Le vedo come difficoltà che ho superato. Un percorso ad ostacoli. Sono cocciuta e testarda.

  1. Quali ricordi ha circa la conduzione di ‘Bar Sport’? Cosa è cambiato oggi nella conduzione sportiva femminile rispetto ad allora?

Ricordi belli che mi fanno compagnia. Ero la conduttrice, non la valletta e la trasmissione la preparavo e la gestivo io. Grande soddisfazione. Non vedo oggi, un esempio paragonabile, ovvero una giornalista donna totalmente responsabile dei contenuti e della conduzione di una trasmissione sportiva.

  1. Cosa mi dice della sua ironia e de ‘I miei travestiti’?

L’ironia è il sale della vita, senza, la vita sarebbe insipida. Ho sperimentato un linguaggio televisivo nuovo, per prima, e l’esperimento è andato bene. Bisogna seguire la propria fantasia e dar corpo alla propria creatività.

  1. Dopo la pubblicazione del suo primo articolo è stata emarginata dalla Gazzetta. Che cosa è successo?

È successo che l’uomo ha tentato di farmela pagare. Sono stata e l’ho dimostrato, più brava di lui, in talune occasioni. Il talento naturale spaventa, atterrisce chi sa di non possederne neppure un’oncia. Ecco perché chi ne è dotato viene ostacolato da chi avrebbe il potere di valorizzarlo. Ma non essendo una tipa che si arrende, ho reagito senza abbattermi, restando sempre e comunque dentro i miei limiti.

  1. Per quale motivo poi ha deciso di abbandonarla?

Mi sono dedicata alla televisione. Avevo voglia di accettare una altra sfida.

  1. È stata nominata ‘Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana’ per aver aperto alle donne una strada fino ad allora preclusa: pensa che è solo grazie a lei se oggi l’accesso in questo campo è sicuramente più semplice per una donna rispetto a quando ha iniziato lei?

Ma certo che no. Le cose capitato al momento giusto, convengono mille fattori a realizzare un accadimento ed allora era il momento giusto per aprire quella porta. Io ho semplicemente aperto quella porta.

  1. Cosa pensa sia cambiato oggi per una donna che vuole intraprendere la sua stessa carriera?

Forse la società accetta la donna professionista in qualsiasi settore? Forse la donna non è più vista come e solo la regina della casa, ovvero può uscire dalla sua gabbia dorata? Forse le donne hanno acquisito una maggiore consapevolezza di sé?

  1. Oggi com’è cambiato il modo di fare giornalismo sportivo al femminile rispetto agli anni Settanta?

È cambiata la mentalità. In generale, dai direttori ai giornalisti, dalle giornaliste ai lettori e alle lettrici.

  1. Attualmente le posizioni di potere sono ancora precluse alle donne. Perché secondo lei? Cosa bisognerebbe fare affinché possiamo arrivare ad occupare anche un posto di potere?

La strada è ancora lunga. Le donne pioniere hanno questa fatica da sopportare. Continuare a lottare per la loro affermazione personale, che diventa ovviamente anche di ogni donna. Ed oggi donne di potere ce ne sono, molte, anche se non abbastanza nel mondo intero. Quello civile, perché in quello incivile, la donna purtroppo, non ha alcuna identità di individuo. Credo che le madri abbiano un ruolo importante e decisivo nell’educare alla parità dei diritti e dei doveri i propri figli maschi e le proprie figlie femmine. Intendo dire il rispetto che si deve alla persona del proprio e dell’altro sesso.

  1. Alla fine del suo primo articolo afferma: ‘E a questo punto non riescono più ad aiutarmi né le mie risorse professionali, né tantomeno quelle prettamente femminili’. Quali sono queste risorse prettamente femminili? Pensa dunque ci siano differenti modi di trattare uno stesso argomento da parte di una donna e di un uomo?

Certo che sì, siamo diversi nell’approccio della vita. E dunque del lavoro. La donna è, per esempio, molto più sensibile dell’uomo. Cerca, scava nel profondo. L’uomo resta spesso in superficie ma è più diretto. Entrambi lavorano sui dettagli che riescono ad intuire o a vedere.  Partono da prospettive diverse. In ogni caso è la propria esperienza, il proprio vissuto, il proprio carattere che li guida.

  1. Intervista a Gianni Rivera. Non le chiedo di raccontarmi l’accaduto. Vorrei piuttosto che, a distanza di anni, mi lasciasse un suo pensiero riguardo quella volta. Perché è andata a toccare proprio il tema ‘amore e donne’? Da cosa sono nate quelle domande? Come si sentiva in quel momento? Pensa che se non fosse stata donna, Rivera le avrebbe concesso comunque l’intervista in quel particolare momento buio della sua carriera?

Perché nessuno aveva mai indagato, sul suo rapporto amore e donne. Io, in Rivera vedevo l’uomo e mi intrigava conoscerlo.

Come mi sentivo? Come una … canna al vento, (prendo in prestito da Grazia Deledda questa espressione.)

Non lo so, non mi sono mai posta la domanda, se…donna o uomo. E’ andata così. Le mie domande hanno catturato la sua attenzione e mi ha concesso la famosa intervista, che ha inserito nella sua recente Autobiografia. Un grande onore per me.

  1. Cosa ricorda di Italo Cucci?

Un grande e sensibile capo. Il primo che ha creduto, al Resto del Carlino, nelle mie potenziali doti, tutte da esprimere, di giornalista sportiva.

  1. Quando pensa di aver segnato il goal più importante della sua carriera? E della sua vita?

Certamente quel giorno di novembre 1973, una domenica, il 18, quando uscì su La Gazzetta dello Sport, l’intervista a Gianni Rivera. Entravo nel mondo degli adulti. Entravo dalla porta principale nel mondo del giornalismo sportivo. Entravo nel novero delle donne pioniere che tentavano di cambiare il costume vigente in quegli anni che negava alla donna la sua libertà di affermazione. Il gol della mia vita? Sono tre i goal, Tre, tre figli, Gabriele, Andrea e Giulia.

 

CONCLUSIONI

‘L’importante è che una donna che davvero ha le qualità e la disponibilità abbia anche le opportunità, le stesse opportunità di un uomo con le stesse qualità’. [51]

Ed è quello che piano piano sta accadendo. Nell’ultimo secolo la donna è riuscita ad affermarsi in diversi campi, dai quali prima era completamente esclusa, anche se non è possibile dire di essere giunti alla piena parità di opportunità tra i due sessi: questo vale, come per tutti gli ambienti lavorativi, anche per il giornalismo.

Come è emerso dalla mia ricerca, a partire dagli anni Settanta, le giornaliste sono riuscite a occupare un numero di posti sempre maggiore nel campo dell’informazione, anche in quella sportiva, considerata da sempre un ambito prettamente e solamente maschile.

Grazie alla pioniera Rosanna Marani, prima giornalista a scrivere ne La Gazzetta dello Sport nel 1973 con l’intervista a Gianni Rivera, capitano del Milan in silenzio stampa da sei mesi, le porte del commento sportivo si sono aperte a tutto il genere femminile, considerato, nel pensiero collettivo, incapace di trattare l’argomento sport. E questo è stato uno dei tanti pregiudizi che le prime giornaliste sportive hanno dovuto sopportare e che hanno ostacolato il loro ingresso nel campo. Un pregiudizio che, le nuove figure, emerse da poco nell’ambiente, non sentono più. Dalle mie interviste, infatti, è chiaro come ormai la donna sia accettata anche in questo contesto ed è chiaro come la situazione sia cambiata: se, solo mezzo secolo fa, vedere una donna parlare di sport poteva essere considerata una stranezza, oggi si tratta di una situazione del tutto normale. Le intervistate appartenenti alla ‘nuova generazione’ spiegano come non abbiano incontrato grandi ostacoli dettati dal fatto di essere donna; piuttosto si è trattato di difficoltà che riguardavano l’ambito lavorativo e che è possibile incontrare in tutti i lavori, stessi ostacoli peraltro che interessano anche l’uomo.

Un altro problema comune per il genere femminile risulta essere la maternità, e dunque l’impegno familiare, considerato l’unico intralcio che può penalizzare soltanto la donna e la sua carriera. Infatti sono poche le giornaliste sportive, in particolare quelle dei quotidiani, che hanno figli. E nella maggior parte dei casi, chi si è creata una famiglia, è riuscita solo in tarda età.

Parlando di difficoltà incontrate, un altro tema riguarda l’assunzione: soprattutto il mondo della carta stampata, sportivo e non, è in piena crisi, dunque non assicura più un posto stabile.

Un punto a favore per le giornaliste sportive di oggi è costituito dalle maggiori opportunità di affermarsi in questo campo, anche se la parità di accesso alla professione non è ancora del tutto uguale a quella maschile. Le giornaliste donne risultano essere in numero inferiore. La motivazione sembrerebbe interessare l’idea comune di un mondo sportivo ancora considerato un feudo prevalentemente maschile. Nonostante questo però, le donne hanno consolidato la loro presenza in tutti i tipi di sport e sembrerebbe non esserci alcuna differenza nell’affermazione tra i vari generi. I volti femminili, oggi, si vedono dalla pallavolo, al nuoto, allo sci fino a raggiungere gli sport considerati maschili per eccellenza come ciclismo, motori e calcio.

Inoltre, considerando le giornaliste sportive televisive, ci sono pareri contrastanti che riguardano l’importanza di avere un bell’aspetto se si punta a quel determinato ambiente. Mentre alcune intervistate, in particolare quelle di ‘vecchia generazione’ sostengono che l’essere belle e affascinanti sia un requisito fondamentale, per le new entry l’idea è che, sicuramente avere un bell’aspetto aiuta, ma non è più abbastanza per fare carriera: fondamentali sono la competenza e la professionalità. E si è giunti persino a parlare anche di autoflagellazione da parte della donna.

Un altro aspetto che divide il pensiero riguarda l’esistenza di uno stile femminile. Se per le giornaliste più affermate esiste un modo proprio della donna di trattare temi maschili, per le nuove no. O meglio, bisognerebbe parlare di approccio al tema poiché è il modo con cui ci si rivolge all’argomento che sembra essere diverso e non il modo con cui se ne parla. Si tratta dunque di differenze che riguardano la persona sulla base della propria sensibilità, delle proprie esperienze e del proprio vissuto. E, sostanzialmente, è questo che influenza il modo di scrivere. Nonostante sia diffusa l’idea che lo stile possa dipendere dal modo di essere, è ugualmente esteso il pensiero che esiste un tocco più femminile che si distingue nella maggior ricerca dei dettagli, nel modo di esporre gli avvenimenti ricchi di maggiore sensibilità, un modo che risulta essere completamente diverso da quello maschile, strettamente tecnico.

Un cammino piuttosto lungo e ricco di intralci quello che ha permesso alla donna di approdare in un mondo così maschile come quello sportivo. Nonostante le tante difficoltà iniziali e i pregiudizi, la donna è riuscita ad affermarsi anche se i posti di potere rimangono sempre nelle mani degli uomini. Ma a quanto pare questo è un problema che riguarda l’intera società, non solo il giornalismo e non solo il giornalismo sportivo.

È necessario stare al passo con i tempi in un mondo in continua evoluzione e in un giornalismo in continuo cambiamento, per poter raggiungere posizioni alle donne ancora precluse.

Competenza, curiosità, umiltà, voglia di imparare sempre, disponibilità, preparazione, grinta, determinazione, indipendenza, serietà, voglia di sacrificarsi, passione: sono alcune delle caratteristiche che hanno permesso l’ingresso della donna in un campo totalmente maschile come quello sportivo e che, probabilmente, serviranno per affermarsi anche in quei posti di potere, oggi riservati quasi totalmente agli uomini. Ruoli di potere in cui la donna, forse, con la stessa determinazione con cui ha conquistato il proprio spazio nel giornalismo sportivo, potrà emergere, avere successo e rafforzarsi.

 

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Festival del Giornalismo 2015, Giornalismo sportivo: singolare femminile?’Disponibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=BAvMH6sNsh4. (Consultato il 7 marzo 2016).

Pronto? Sono Gianni Rivera, come stai?  In: L’Orto di Rosanna, Marani Rosanna. [Online]. Disponibile all’indirizzo: https://lortodirosanna.wordpress.com/2014/03/15/pronto-sono-gianni-rivera-come-stai/. (Consultato il 15/05/2016).

Il primo articolo di Rosanna Marani sulla rosea La Gazzetta dello Sport: RIVERA, E LE DONNE? La Gazzetta dello Sport, 18 novembre 1973, pag. 3. In: L’Orto di Rosanna, Marani Rosanna. [Online]. Disponibile all’indirizzo: https://lortodirosanna.wordpress.com/2007/04/12/il-mio-primo-articolo-su-la-gazzetta-dello-sport-2/. (Consultato il 15/05/2016).

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/discriminazione/

[2] BUONANNO M.  Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane. Napoli: Liguori, 2005.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] AZZALINI M. Donne nel giornalismo italiano. Problemi dell’informazione, dicembre 2015, Fascicolo 3, p. 469

[12] BUONANNO M.  Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane. Napoli: Liguori, 2005.

[13] Ibidem.

[14] AZZALINI M. Donne nel giornalismo italiano. Problemi dell’informazione, dicembre 2015, Fascicolo 3, p. 468.

[15] BUONANNO M.  Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane. Napoli: Liguori, 2005.

[16] AZZALINI M. Donne nel giornalismo italiano. Problemi dell’informazione, dicembre 2015, Fascicolo 3, pp. 469-470.

[17] Ibidem, pp. 471-471.

[18] Ibidem, p. 472.

[19] BUONANNO M.  Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste italiane. Napoli: Liguori, 2005.

[20] GRECCHI A. (a cura di). Donne e comunicazione. Milano: Franco Angeli, 2003.

[21]Ibidem.

[22] Ibidem.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] Ibidem.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] MATTEOLI G. In: Giornalismo sportivo: singolare femminile?. Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia, 18 aprile 2015.

[33] GRIFONI N. In: Giornalismo sportivo: singolare femminile?. Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia, 18 aprile 2015.

[34] https://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani#Bibliografia

[35] COLNAGHI, CHIARA, 2010 Università degli Studi di Milano. https://lortodirosanna.wordpress.com/2010/11/22/tesi-di-laurea-di-chiara-colnaghi/

[36] Dalla Costa Silvia, 2005. https://lortodirosanna.wordpress.com/2007/04/12/tesi-di-laurea-di-silvia-dalla-costa/

[37] Intervista a Rosanna Marani

[38] Festival del Giornalismo 2015, ‘Giornalismo sportivo: singolare femminile?’ https://www.youtube.com/watch?v=BAvMH6sNsh4

[39] Dalla Costa Silvia, 2005. https://lortodirosanna.wordpress.com/2007/04/12/tesi-di-laurea-di-silvia-dalla-costa/

[40] https://lortodirosanna.wordpress.com/2014/03/15/pronto-sono-gianni-rivera-come-stai/

[41] Intervista di Rosanna Marani a Gianni Rivera. La Gazzetta dello Sport, 18 novembre 1973, pag. 3. https://lortodirosanna.wordpress.com/2007/04/12/il-mio-primo-articolo-su-la-gazzetta-dello-sport-2/

[42] Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia 2015, ‘Giornalismo sportivo: singolare femminile?’ https://www.youtube.com/watch?v=BAvMH6sNsh4

[43] Festival del Giornalismo 2015, ‘Giornalismo sportivo: singolare femminile?’ https://www.youtube.com/watch?v=BAvMH6sNsh4

[44] Izzo, Valeria 2011. https://lortodirosanna.wordpress.com/2011/12/28/tesi-di-laurea-di-valeria-izzo/

[45] Masieri, Giada 2008. https://lortodirosanna.wordpress.com/2008/04/20/tesi-di-laurea-di-giada-masieri/

[46] Masieri, Giada 2008. https://lortodirosanna.wordpress.com/2008/04/20/tesi-di-laurea-di-giada-masieri/

[47] Colnaghi, Chiara, 2010 Università degli Studi di Milano. https://lortodirosanna.wordpress.com/2010/11/22/tesi-di-laurea-di-chiara-colnaghi/

[48] L’indipendente, 11 marzo 2007, ‘Che donna quel cronista’ di Italo Cucci. https://lortodirosanna.wordpress.com/2007/06/11/grazie-a-italo-cucci-il-mio-talent-scout/

[49] ‘Una donna in campo’ di Rosanna Marani, Sansoni – Agielle 1975. Prefazione di Gianni Brera.

[50] Mia intervista del 4 giugno 2016

[51] GRECCHI A. (a cura di). Donne e comunicazione. Milano: Franco Angeli, 2003.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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