Fiume


Grazie Marianna. Anima rara e preziosa.

Marianna Piani

Amiche care, amici gentili. Ho composto questa sorta di poemetto praticamente in una notte, di getto, in omaggio a Rosanna, una poetessa e donna, e un’Artista, di grande spessore, di cui ho la fortuna e l’onore di godere l’amicizia.

Ho immaginato lei, la sua inimitabile Poesia, come un fiume da esplorare risalendolo, in tutti i suoi multiformi e mutevoli aspetti, dal suo sfociare nel mare, al suo scorrere in pianure ampie e placate, fino alle sorgenti, tra le rocce di impervie montagne. Rosanna infatti, come un fiume, può essere larga, ampia, quieta, oppure agitata, schiumante, rapida come un torrente, o un fresco limpido rigagnolo di grazia in prossimità della sorgente.

Questo viaggio di esplorazione però per me è anche la metafora di un itinerario di scoperta della Poesia stessa.

Rosanna di certo non me ne avrà, ma parlare di lei, con lei, per me è un pretesto e un’occasione irrinunciabile per parlare di Poesia: la Poesia è conoscenza, è coscienza, è magia, è mistero, è scienza, è pazienza, è coraggio, è indulgenza…

Il poemetto è piuttosto ampio, come merita il soggetto, ed è articolato in tre capitoli più un prologo ed un epilogo, come le tappe di un vero e proprio viaggio di ricerca e di iniziazione.

Lo dedico interamente a  Rosanna, e a voi amiche dilette e amici. Con amore, sempre

M.P.

“Fiume Poesia”

Prologo, all’alba

Domenica, l’alba: oggi giornata di caccia.

Dico ridendo, alle amiche che sobbalzando

mi fanno tanto di faccia: ma no, questa mia caccia

è alle emozioni e, se la scovo, in quell’anfratto

dove s’annida, all’anima mia selvaggia…

Dismetto per oggi i miei sandaletti col tacco,

per quanto di più mi si confacciano, e via la gonna plissé

e la camicetta di seta bianca. Indosso zuavi verdoni

elasticizzati, il giaccone in goretex nero e bluette

e le mie Lowa di cuoio che fanno di me tanto una Hobbit

fatta e finita, e calco un cappellaccio da maschio, caricando

il mio zainetto, alla rinfusa, Dickinson, Karin Boye

e Sylvia Plath per ristorarmi e dissetarmi, all’occorrenza.

Sono di fronte a un vasto mare ora, dietro me s’allarga

il delta del fiume, un abbraccio come di madre, confortante.

I

A valle placido scorre

Ecco: questo è il Fiume che voglio risalire, fino alla sorgente.

Fino a che avrò raggiunto l’origine di questo mistero

di conoscenza e di grazia, e questa mirabile lungimiranza

che lascia spaziare lo sguardo e la mente nell’orizzonte

di un cielo tormentato tra tempesta e sereno incombenti. 

Qui ha il nome di estuario, dove le acque, cariche di memoria,

dense di storia, sagge di vita trascorsa tra le rocce montane

e le risaie delle piane, si distendono, pigre, ritardando

il loro avanzare, fino a confondere le dolci acque gravide

di sedimenti torbidi o chiari con le infinite onde del mare.

E qui finisce e inizia il Fiume, regale, solenne orazione

levata al mondo, nel suo mormorio profondo, privo

di ogni fretta o ansiosa attesa, già pago di grevi piogge,

di secche, di piene, di placide chiatte, di chiuse, di ponti

tra sponde sorelle, eppure opposte, del tutto diverse:

una sponda piana, l’altra scoscesa, una dolce, l’altra aspra, una saggia

e l’altra folle, una arginata di rocce, l’altra dispersa nei canneti.

Il suo moto denso, senza scosse, è presagio soltanto

di incombenti alluvioni, quando ogni cosa, ogni manufatto,

ogni ricordo dell’uomo può esser travolto e sopraffatto.

Più avanti, trascorse città luccicanti e pianure protette di nebbie,

il Fiume, ringiovanendo, si fa Fiume di Valle, con turbinosi

moti di correnti infide, potenti, che si fan strada tra i sassi

e le pietre affioranti, trascinando con sé rami divelti e tronchi

di alberi morti, come memorie che ingorgano il cuore.

E al temporale occorso più a monte, risponde la rabbia,

l’indignazione di mulinelli, di gorghi, di flutti

che s’infilano lesti come gatti sotto gli archi di pietre

nude dei ponti rurali, sempre a rischio d’esser travolti

quando la rabbia e la furia delle acque si fa quasi urlo.

La voce diviene via via più imponente, un canto spiegato,

fino a coprire la voce dei miei stessi pensieri, quando siedo

a riposare sull’argine, a mirare il passaggio di barche

pericolanti  in sella a flutti sempre più sfrenati, più selvaggi,

più verticali, più ribollenti, più schiumosi di ira ribelle.

Risalgo il letto, che stringe impercettibilmente

e si fa aspro, tagliente, mentre il mio procedere

controcorrente passo passo mi porta ridosso

di rapide che sfavillano al sole, rifrangendo

come cristalli i profili di vette che già incombono

dietro le selve. E io fatico, come faticano

i salmoni, spinti dal loro fato, inesorabilmente:

il medesimo fato che sopporta il poeta

nel suo progredire in parete, scavandosi

a mani nude la via, verso il cielo accecante.

II

Al monte

E il Fiume, penetrando nel bosco

di larici e abeti, pinnacoli santi,

preghiere puntate al cielo come dita

adoranti, o supplicanti, o maledicenti:

il Fiume, senza preavviso, è Torrente.

E qui egli canta la pura orazione dell’acqua

che prodigiosamente la vita dona, oppure la toglie

se si fa massa anziché essere moto,

un puro moto come quello che intona ora

tra le rive ormai una all’altra vicine il balzo

d’un daino, nulla più. E, innocente,

giunge alla forra che all’improvviso

l’ingoia, mutando il suo impeto

in un velo di nebbia iridescente,

arcobaleno sospeso sotto i rami spioventi

dei pini. E, come per perdonarsi

la sontuosità di quei colori,

per un istante indugia in una polla

trasparente come una lente

e che come una lente deforma

ogni forma. E riflette le cime

delle conifere contro cielo.

E oltre le cime secolari degli abeti

le nude pareti di roccia

fermano i venti e sbarrano l’orizzonte

ai tramonti irrorati

di rosso sangue.

Ogni stormire di piante

ora, nel silenzio, mi appare

come un bisbiglio fervente d’amore.

III

Il torrente

…E così il torrente

ora tra felci

e rocce sporgenti

dimagra, mentre

io lo risalgo arrancando

ormai faticosamente

sopra rupi taglienti

cercando a ogni passo

l’appoggio del piede,

e la mano in cerca

d’appiglio.

E l’acqua ora

è una cascata

pianta a dirotto

da un ruscello

che pare un sentiero

d’argento

tracciato nel vivo

del granito bruno

lucido come

un cetaceo

emerso alla luce.

Ormai sento

in questo suono,

rotto e fratto

come i sassi

che generano

sassi, sento

in questo pulsare

che la vita

detta alla vita,

come un cuore

che non è stanco

di essere grande

e di donare

tutto sé stesso,

sento vicina

la meta

tanto vicina

che m’illudo

basti alzare un braccio

sopra il mio capo

per afferrarla.

Arriverò mai? Alla roccia,

alla segreta fessura,

alla fenditura

nel quarzo compatto

che tutto questo

ha generato:

acqua, cristallo,

e vivida luce?

Giungerò a toccare

il mistero

di questo

rigagnolo,

distillato iniziale

di visione,

pensiero,

vaticinio,

sortilegio,

desiderio,

sensuale vino,

febbrile mosto

di spremitura

fermentante

parole?

. . .

Epilogo: la sorgente

 La sorgente

appare ora vicina,

e io ormai esausta mi abbandono sull’argine

coperto di muschi, a tergermi il volto, a osservare intorno

il luogo dove il cammino mi ha colto, sul declinare del giorno.

Il cielo, d’un rosato opalino, immacolato, terso come un volto,

privo di anni, invaso ancora di luce, mi sovrasta, indicandomi una via

che non potrò più seguire, poiché le mie ali sono soltanto vaghe,

fantasie di trina, incapaci di sostenere il peso di così complesso dolore.

Comprendo che la meta forse è troppo ardua per essere mai raggiunta.

 Il punto più alto, la scaturigine pura della voce incorrotta,

è qui, su questo dirupo, aperta al sole più cocente, esposta

a ogni vento, monsone o borea, nuda ad accogliere ogni pioggia,

ogni grandine, ogni diluvio, come chi ha già tanto ricevuto

e sofferto, e sopportato migliaia di migliaia di anni di storia…

 La meta è irraggiungibile, dunque, o forse è questa stessa, la meta!

Forse non potrò mai abbeverarmi al primo fiotto che sprizza

dalla roccia ignuda, forse mai potrò infilare le dita nella fenditura

che origina tutto: ma potrò ancora, di quassù, vedere il sole

che muore, e la luna, immensa e piangente, che sorge…

 E potrò cantare la mia nenia sommessa, senza parole, né verbi,

stringendomi al seno le ginocchia intirizzite, accostando le labbra

alle mani intrecciate. Potrò cullare col mio canto qualche fanciullo

perché possa placare il suo pianto. Ciò che è, alla fine del viaggio

è dato non a me, donna mortale, ma soltanto alla Guida: al Poeta.

 E io chiudo gli occhi così, prima che muoia il giorno.

Milano, 11 Marzo 2013

Per Rosanna Marani

Fiume come Poesia

Da Marianna Piani

 

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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