Quarto libro 15°Lettera Alla cortese attenzione della fretta


Alla cortese attenzione della fretta

Per il neonato non esiste la concezione della ciclicità, signora fretta.

E’ dunque difficile che possa aspettare senza piangere disperato, il suo biberon caldo.

La mamma o chi per lei, lo tranquillizza pregandolo di pazientare, che sarà subito pronto.

La fame non si sazia, la sete non si placa, i moti non si blandiscono.

Il neonato ha fretta.

Esubera di te, signora fretta.

Anche io esubero di te. Anche io ho fretta.

Di avere tutto e subito. Cotto e mangiato. Hic et nunc.

Fretta di attraversare le mie ere.

Fretta di esistere.

Fretta di esserci.

Spicciati: questo è l’ordine che impartisco alla vita, manifatturiera del destino e al suo aiutante in seconda, il tempo.

Ma non succede nulla. La vita e il tempo continuano ad andare, capricciosamente,  per i momentacci loro.

Scapicollo l’indugio con la rabbia, acida bavetta all’angolo della bocca che dovrebbe essiccarsi col finire dell’infanzia.

Quella età che richiede l’ appagamento istantaneo del bisogno primordiale, del desiderio, del bisogno del desiderio esaudito, in fretta.

Un legame viscerale tra bisogno del desiderio esaudito ed appagamento,  che testimonia quanto, spontaneamente, siamo affannati nella corsa alla bara e quanto, dunque, siamo volontariamente violentati, poiché costretti alla aspettazione, pesante soma, da sopportare.

E’ bile la mia, lo confesso subito, per non essere lapidata come bugiarda.

Rabbia per dovere attendere, si, rabbia d’attesa, rabbia di pazienza. Rabbia del domani. Rabbia del rimando. Rabbia del futuro.

Prediligo l’attimo. Prediligo l’ora, l’adesso, il subito.

Mi esalta la conseguenza del pensare che si trasforma in fare. In un baleno!

Quando sono, non quando sarò, perché non so se sarò!

Altrimenti restano sospesi nel limbo, le aspirazioni, i voleri, le voglie, le ambizioni.

In un calderone unico, pappa scotta, mescolandosi l’ingenuità sublime dell’anelito veloce e la crudeltà bieca della realtà di marmo.

Il brodo è saporito con il sale. Diversamente è brodaglia sciapa.

E’ l’eco dell’urlo del neonato che reclama il suo biberon caldo, quello che rimbomba nell’ascolto delle nostre esigenze perentorie, che non vogliono saperne di annegare, subordinate alla cronologia della successione temporale delle fasi, prologo, accadimento, epilogo.

L’idea che illumina i miei lobi temporali non necessita di rielaborazione, è dettata direttamente da te, signora fretta.

Prima di sorpassare un camion, mi ricordo, frustavo la mia prudenza a dominare la mia impazienza, la mia precipitazione ad arrivare, signora fretta.

Ma dove arrivare, santo cielo, che al caffè di prima mattina seguono pranzo e cena con la stessa cadenza di te, signora fretta? Fretta di abitudine.

Fretta di giornate lente.

Sei legata indissolubilmente alle clessidre, signora fretta. In fondo, sei granello di velocità rallentata, trattenuta. Fermo immagine del sublime che possiedi solo tu, signora fretta. L’impellenza.

Negata dalla saggezza, a cicli continui come preveggente, descriveva Gianbattista Vico, in anticipo sulla lentezza esasperante con cui si dipana storia.

Corsi e ricorsi. Direi meglio, corsi e rincorse.

Un foglio che si stacca dal calendario, un mese che scompare. È la nostra aiuola, signora fretta.

Il nostro confino. Il nostro domicilio coatto.

Mentre ci beiamo di spazio, almeno quello mentale è infinito, noi patiamo la stia del secondo che si infila nel secondo successivo e si inanella nel ciclo delle 24 ore che scandiscono il nostro andare, un viottolo dove siamo costretti ad avanzare in fila, mentre tu signora fretta, ci guardi, schiavi e te la ridi.

Beh, io ti cavalco, a pelo, cara mia signora fretta, il frustino è la mia voglia di vivere. Di essere. Vivace. In fretta.

Non so la mia meta. Ma ho te, fretta come ispiratrice che mi spinge ad avventurarmi per calli, per calanchi, per dune e dossi, per sentieri, per strade.

Devo conoscermi. Devo sfidarmi. Devo capirmi. Devo accettarmi. Devo volermi bene.

Per potere voler bene al il mondo.

Ho avuto te, fretta, nel sangue che ha consumato l’arco dei miei trent’anni, già passati. E non ho imparato nessuna lezione dallo strisciare della lumaca.

Ottemperò quindi, al tuo incitamento a sbrigarmi, anche nel divenire del mio esistere vagabondo, per gli anni che verranno.

A volte credo di essere una freccia che scocca, non una donna.

Subito, ora, adesso, sono le prime parole che forse ho pronunciato e che danno come somma, te signora fretta.

Domani, attendi, con calma, vediamo, poi, tolleranza, uhmmm, sono graffi che mi accecano. Che mi infuriano i pugni.

La mia mente è veloce, è una spugna che assorbe anche il vapore acqueo.

Lo so, lo avverto. Perché allora dovrei non concupirti, volerti con ogni spasmo mio di lucidità, di intelligenza dinamica?

Se decido, decido con te. In fretta.

Ascolto sempre quel che mi suggerisce il mio cuore, so che sei tu che gli dai la tua voce di fretta.

Il cuore è un imperativo, non un gerundio.

E’ la mente che pazienta, che elabora.

Non tu, che sei un dardo, signora fretta.

Io ti adoro, quando ti ritrovo negli occhi di qualcuno che nei suoi occhi mette la sua anima. Mette te, la fretta della sua anima di svelarsi.

Mentre nelle parole di qualche sciocco, che abusa di te, no, non mi piaci.

Perché tu sei istinto, immediatezza. Non superficialità, signora fretta.

Tu mi regali gli entusiasmi che indosso come vestiti, mi calzano a pennello.  Sei tanto generosa che sapendo  della mia abitudine di dismetterli dopo averli indossati tre volte, me ne regali di nuovi.

Perché sono già stato guardati, visti, vissuti. Sono scaduti di moda. In fretta.

Sono entusiasmi profumati di colore. Senza nappe. Senza nastri. Senza fronzoli.

Nascondono, sai signora fretta, i mei conati di urgenza. Ragione che mi ha fatto ritenere tra me e me, una ribelle indomabile.

Sono incappata, mio malgrado, in briglie di durissimo cuoio. Le avverto sulle scapole, proprio lì dove nascondo le mie ali dell’irrequietezza.

Le briglie dell’adagio, del lentamente, della sopportazione.

Te lo confesso, appena nessuno osserva, con le forbici le sguaio irrimediabilmente.

Ho avuto te, compagna signora fretta, anche nel mio soffrire. Che ho iniziato presto, già nella mia infanzia.

Mi hai forse marchiato? O ti sei limitata a griffarmi?

Ho sciorinato al vento che persiste a pungermi gelido, andando sempre contro corrente, le mie afflizioni, i mei crucci. Del rimpallo.

Si, lo so, io corro. Gli altri camminano. Dannazione!

E’ la perfidia tua sottile che mi punisce, signora fretta. La diversità del mio ritmo con quello dell’abitudinario mondo.

Però no, non mi adeguo. Divido il netto dal lordo.

Il guadagno è davvero minimo, solo la mia percezione.

Ma mi rende ricca, molto ricca di sentimento.

Quando, si quando, parentesi interrogativa del lasso che cade come una pietra troppo pesante, che non riesco ad afferrare con le mie dita, sbaglio, gli altri maratoneti e non atleti, acchiappano l’errore e me lo puntano addosso come un fucile spianato.

Ma io sono contenta di aver sbagliato per eccesso e non per difetto di sentore e faccio spallucce.

Anche se ammetto, è un mio quasi oscuramento tra le lacrime di delusione e non di pentimento, solo momentaneo, per colpa tua, signora fretta.

Fretta, signora fretta, ho di amare.

Devo trovarlo questo amore da amare. Che abbia fretta di amare me e sappia amare anche te fretta. Che non sia bradipo, ma ghepardo della vita. Nella vita.

Si dimmelo, fretta, col sudore della lenta conquista, non vai d’accordo.

Vanga in mano e zollare.

Uno stillicidio. Un giorno dietro e non dentro l’altro, a creare i presupposti.

A costruire una casa, cominciando dal mattone sul mattone. Dalle fondamenta.

Ma, dimmi, è colpa grave, se io della casa, vedo l’insieme, finestre, persiane, tetto e camino?

Anche se io ti minassi, dentro di me, signora fretta, tu non salteresti in aria incendiata dalla miccia esplosiva.

Scapperesti, in fretta. Prima, avvertita dalla tua fretta.

Forse finirò io, prematura la mia esistenza. In fretta.

Qualcuno allora potrà scrivere questo epitaffio, aborrito dai lenti sopravviventi: “ Per la troppa fretta di viaggiare nella sua vita, dentro e fuori dalla sua essenza, si dimenticò di respirare, troppo presa a viverla la vita, per osservarla.”

 Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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