Quarto libro 12°Lettera Alla cortese attenzione del mio io e mio ego


Alla cortese attenzione del mio io e del mio ego

Vivere con te è un tormento. Sei sempre pronto a stuzzicare. A prevaricare la mia ragione, ad ubriacare la mia ambizione, a confondere le idee che portano dentro, il vero senso che ho di me.

Io, io, io. Ego, ego, ego.

Mi soffi alle orecchie quanto sia brava, buona, intelligente, bella…..e ancora e ancora e ancora…..sensibile, generosa, idealista, paziente, comprensiva  …..e ancora e ancora e ancora… profonda, romantica, altruista, attenta, affidabile, responsabile…..e ancora e ancora e ancora… leale, onesta!

Una conclusione umana a due gambe, addirittura, un pianeta che dà luce, che non ha alcuna necessità di riceverla, perché splende da sola.

Da una parte il mio io, il mio ego e dall’altra il resto del mondo.

In mezzo, l’abisso che ci separa!

Ti detesto profondamente, mi riempi d’aria, mi insuffli elio per farmi diventare una mongolfiera.

Noi, andiamo in giro erranti alla ricerca di altri nobilissimi io, ego solitari ed alteri, emarginati, isolati, incompresi, tanto da non confondersi con la plebaglia.

Ma chi sei, mio io, mio ego?

Basta. Falla finita, ridicolo leinonsachisonoio!

Si che lo so, sei un imbecille!

Ora te lo spiego io chi sei tu, mio io, mio ego.

Non ti rendi conto di quanto tu sia anacronistico, abusato?

Chi ti credi di essere, l’origine della vita, la fontana dell’universo?

Da solo mio io, mio ego, non vali niente.

Nulla. Sei lo zero assoluto!

Quante volte mi hai fatto perdere di vista la realtà.

Mi hai sospinto crudelmente allo scoperto, facendomi fare la figura della saccente, della presuntuosa, della secchiona, della maestrina, della invadente zanzara che punge, senza umiltà, ne dell’altro considerazione.

Già, partendo dal presupposto che loro, il nostro prossimo, sono i nostri parametri, che ci educono splendori e miserie dello spirito, tu, ti sei accanito a lusingami con l’offerta del ventaglio del privilegio, dove nascondere i rossori della superbia.

Si, lo ammetto, sono intelligente, dinamicamente intelligente.

Si, lo ammetto, sono fantasiosa, emozionalmente fantasiosa.

Si, lo ammetto, sono creativa, figurativamente creativa.

Si, lo ammetto, sono talentuosa, allegoricamente talentuosa.

Della mia vita tendo a fare un capolavoro. Per una antica rivalsa. Per cancellare ditate oscene sulla sua tela.

Ma, sacripante quanti limiti devo superare ogni giorno, con sfide spesso perse, rivolte all’ultima cellula di malinconia dell’essere imperfetta?

Mio io, mio ego, saresti potuto crescere e albergare meglio, dentro di me.

Essermi d’aiuto, compagno, sfoglia della mia anima, nata gentile.

Tu, invece sei soltanto la mia rabbia, il mio furore, per quello che sappiamo noi due e che mi punge da troppo il cuore e che ancor sulla labbra non sale.

Non ne posso parlare. Forse un giorno, che verrà, ma quando, chissà, scriverò del suo strazio, della sua bruttura che mi condiziona l’agire.

Ti ho dato ascolto, ma come si ascolta un soldato.

Ti ho comandato di attivarti per coprire lacune, mancanze in modo da indurmi a credere di essere speciale, per consumare la mia vendetta.

Mio io, mio ego!

Mi sono accontentata di bearmi del tuo egoismo che non ho trasformato, lassù qualcuno mi vuole bene, in egotismo!

Fresca di sera sarei stata, persa per sempre, che oggi almeno, una speranza di diventare normale, la tengo.

I tuoi sussurri hanno coperto col cemento dell’eccesso di tutta me stessa, i miei effetti e le mie cause distorte.

Mi sono ritrovata a blablablare con il linguaggio della prosopopea.

Sfilavo bene sulla passerella, ero una bella pavona, non lo posso negare.

 

Ma te, mio io, mio ego, io posso annegare, nella tristezza di sapere che sei l’alternativa, la reazione ad un torto subito che non voglio patire da sola, la compensazione di una disgrazia.

Non sei affatto la mia grazia.

Ho avuto bisogno della mano altrui per risalire la china, anche se non l’ho mai chiesta.

Troppo orgoglio, vero mio io, mio ego? Troppa solitudine, mio io, mio ego!

Già, le ferite si devono leccar con la propria lingua.

Spesso, però mi sono dimenticata, come un aquilone appeso ad un ramo troppo alto, che da sola non potevo, non sapevo scendere.

Per questo ho pagato con la sofferenza di me, di te, mio io, mio ego.

Sono stata il giocattolo di qualche deficiente che ha cercato di trascinarmi nella sua scia, depauperata da ogni qualsivoglia valore.

Credo che ancor adesso, se ne penta.

Come quel tipo che disse di avermi scopata, in redazione e tutti a darsi di gomito al mio passaggio.

Unica donna in mezzo a maschi, il gruppo dei maschi che si sente fortezza.

Beh, quel giorno, lo ricordo come resurrezione, vicino alla macchinetta del caffè, gli feci, davanti ai colleghi della rosea, che c’erano tutti:” Ehi sciupone di femmine, dove e quando sarebbe accaduta la nostra scopata? Me lo ricorderesti, per favore, perché se c’è stata, è stata davvero scadente. Senza lasciare traccia. Aggiungo che guardandoti bene, anzi osservando la tua patta, credo che quel tuo coso, lì, in mezzo alle gambe, per me non vada bene. E’ sesso piccolino, striminzito, da quello che appare, come il tuo povero cervello!”

Glielo spiattellai tutto d’un sorso, mentre gli offrivo la tazzina: “ Come lo desideri, caro, dolce o amaro?”

Ecco, mio io, mio ego, in quella occasione ti ho apprezzato.

Non mi piace però confondere etichette, galatei, inchini, formalità e intrugli di civiltà varia. Direi avariata, ma soprattutto mendace.

Per esempio, se la disperazione per avere perduto la sedia, al giornale, non mi avesse insegnato a coagulare le ferite, sarei ancora a maledire la sorte e gli aguzzini invidiosi.

 

Allora quando sei di tono dimesso, mio io, mio ego, sei molto utile.

Di questo si, posso vantarmene.

Non che il mio vocabolario dove è sottolineata col lapis rosso, la parola sensibilità, sentore universale, sia già completato.

Ci sono grinze su quella carta.

No, non sono le rughe, non ne ho ancora sulla pelle liscia e ben tesa.

Sono le sconfitte che frantumano quel piedistallo sul quale, mio io, mio ego, hai scommesso di tenermi fino alla fine dei miei giorni.

Lo so, in una mia era futura se mai vivrò abbastanza, dovrò spurgarmi di te, mio io, mio ego, come fan fare alle lumache prima di essere cucinate.

A volte mi sento come una bambina che ha appena compiuto l’ennesima marachella. Me la rido, ora che veramente avrai di che piangere.

Il lavoro come va? Mi chiedono i più maliziosi che loro han già la risposta in tasca.

Lo dovresti sapere  anche tu, mio io, mio ego, visto  che proprio tu mi hai spinto a ritenermi una penna sublime, una star parolaia.

Certo, certo, non merito la gogna, d’altronde se non mi salvo da me, cosa pretendo, i prati fioriti e i baciamani alla bella giornalista che tanto scalpore ha generato nelle bocche dei sepolcri imbiancati, per germinazione spontanea?

Però a quei signori, si, proprio quelli che mi facevano la corte allora, al mio apparire sulla scena del giornalismo, devo dire grazie.

Sono state le tue spie, mio io, mio ego.

Mi hanno insegnato a burlarmi della tua indefessa, pressante apprensione, mi hanno permesso di non essere sciupata, gettata dopo l’uso come fiore all’occhiello appassito. Dopo che decadde il rango da loro attribuitomi.

Dall’altare alla polvere o preferisci, dalle stelle alle stalle?

La vetrina è opaca, cosa vuoi caro io, caro ego, la tua figlioccia, non più burattina usata a loro vantaggio, è in castigo da molti mesi.

Ha osato ribellarsi ai grandi capi, della Gazzetta dello Sport, quelli che sono pieni, tronfi di te, mio io, mio ego.

 

Loro io, loro ego.

Ho osato chiedere più fatti e meno parole d’elogio, gratuite e insipite.

Ho avuto l’ardire di domandare l’assunzione!

Mi hanno spento la lampada, la mia scrivania al giornale è rimasta vuota di me e al posto della macchina da scrivere mi hanno offerto una cintura di castità. La chiave l’avrebbe tenuta il direttore.

Ho prodotto fastidiosi pruriti al Giro d’Italia, ho evocato insani dispetti erettili al maschilismo imperante tutt’ora.

Mi sono dimostrata …immorale… io!

Solo perché sono di bell’aspetto?

Solo perché dico no al loro io, al loro ego?

Solo perché mi nego?

Una giovane donna che osa profanare il tempio degli uomini, ha il permesso d’ingresso,  una volta sola.

Abbattuta, che tu allora mio io, mio ego avresti dovuto schioccarmi la schiena, ho corso il rischio di scomparire, spiegando al direttore, al caporedattore, che non ero obbligata ad esibirle le mie lenzuola, macchiate di sangue, per testimoniare la mia verginità professionale. A gente, gentucola che al posto del sangue ha purtroppo acqua.

Tranquillo mio io, tranquillo mio ego.

E’ roba da avvocati questa, roba che merita vittoria di purezza su meschinità.

Di donna su uomo.

Nell’attesa della contesa, ora godo in tua compagnia, mio io, mio ego.

Ferito, mio io, dilaniato, mio ego.

Mi hanno offerto soldi e tanti perché togliessi il disturbo.

Non sanno che io ho te, mio io, mio ego.

Non sanno di che io, di che ego, allor che mi sovvieni, sono impastata.

Ferro, acciaio, platino, oro zecchino.

Lo scopriranno e allora si, mio io, mio ego, celebreremo insieme e ti amerò. Tanto.

Sapessi però, ora come sei buffo, quasi romantico, mio io, mio ego.

Sei spiumazzato, pulcino bagnato. Altro che aquila fiera!

Mi sostieni, per fortuna, rilanci i tuffi della mestizia, quando mi afferra con la sua mano, la gola.

La cenere sul capo, mi suggerisci di mettere, mio io, mio ego. Non ti sembra eccessiva?

Vedi, una volta qualcuno mi insegnò, che fortuna incontrare quel maestro, che era inutile lamentarsi al risultato ottenuto. Qualsiasi fosse.

Cioè era  inutile giustificarsi, se mancavi di centrare l’obbiettivo.

Una legge dura che non tiene conto del traffico umano fermo al semaforo per scantonare i pericoli incombenti del fato.

Per cui dovrei ammettere, mio io, mio ego, che ho sbagliato.

Non mi faccio pregare, so chiedere scusa. Se e quando scusa devo chiedere.

In questa storia, fammi capire, dove ho combinato guai?

Va beh, a che pro recriminare?

Certo non perdono ma continuo.

Nonostante tu, mio io, mio ego, me lo mi suggerisca a sproposito e spesso, lo sappiamo noi due che sono indomabile.

Selvaggia.

E furiosa. E rocciosa. E costante. E perseverante. E determinata.

E….. fragile. Ma che nessuno per favore dammi conforto, mio io, mio ego,  che nessuno se ne accorga.

Meglio essere odiata, malparlata, che mendicare, pietire una carezza.

Perché anche io, come tutti, sono soltanto figlia della speranza. Di essere giusta.

A costo di martoriarmi, di fustigarmi, devo mettere a nudo le matrici che mi stampano il giudizio, la stima di me.

Devo conoscerli questi marchi, marchi e non tatuaggi che si cancellano col sapone, per tenerli scoloriti, sotto controllo.

Sono consapevole, che dentro di ognuno, esista la cattiveria, la scemenza, la crudeltà e via coi difetti più truci, quelli che stanno nella nostra parte al di sotto dell’ombelico.

Ma sono altresì certa che soltanto la nostra buona comprensione, il buon senso, l’empatia di sé, siano lo stantuffo che equilibrino il tutto.

Il carattere della convivenza. La sapienza della civiltà.

E’ negli eccessi, che si annida la stupidità, non nella reazione pacata agli accadimenti. Serve quel distacco da te, mio io, mio ego, che dona lucidità.

Tu caro io, caro ego, d’accordo o meno con me, sei il perno di questa bilancia.

Anche se puoi farti scoprire che sai di tutto, tranne che di pacato.

Per cui ti avverto, ti amo e ti odio, ti combatto e ti servo.

Non  mi stancare, non mi pesare sulle spalle.

Sarei capace di disconoscerti, di estirparti, di tagliuzzarti le radici che hai dentro di me, mio io, mio ego, appena riconoscessi la tua assoluta supremazia sui miei accaniti sforzi.

Di essere me stessa e non te, mio io, mio ego.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…


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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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9 risposte a Quarto libro 12°Lettera Alla cortese attenzione del mio io e mio ego

  1. abbaschia ha detto:

    Seguo scia d’animale ferito,come feroce ricerca per caccia la preda e suo sangue.Son solo feroce, assetato di sangue, e, vago tra orme, confesso son bruto pentito, perchè poi alla fine trovato la preda, a violenza ferita, gli dono di me gli porgo mia mano e mio amore di cuore a vedere guarire.Vederla selvaggia nel bosco come fosse cerbiatta o leone d’inverno o altro boschivo.
    Lontana da me difficile visu a stento conosco quei preda, allor lenta nel bosco ferita.
    Si vede però; di sotto la spalla ferita guarita che parla col cuor.

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  2. Anna De Simone ha detto:

    ma siamo nel bel mezzo di una crisi identitaria.
    Non puoi essere te stessa senza abbracciare il tuo io, il tuo ego.
    Non puoi essere te stessa rinnegando il tuo ego…
    è come una piadina che vuole essere un panino (scusami la similitudine spicciola).
    Se ti pesa sulle spalle curalo, non rinnegarlo solo perché ferito e dilaniato…

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  3. Ah no, ricordo chi ero allora e so chi sono ora, abbraccio il sano egoismo, rifuggo il malsano egotismo!

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  4. Rosanna Marani ha detto:

    Esattamente quel che volevo significare……

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  5. lisadagliocchiblu ha detto:

    Amore e odio,un miscuglio inestricabile e molto avvincente.

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  6. nico ha detto:

    per gentile interposta persona:

    Specchio, specchio delle mie trame esperte,
    Venezia di segni vuoti, d’incerte
    pietre, di mille scintillanti offerte.

    Dammi Venezia per le mie vanità
    estreme avventure e magiche realtà.

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