Quarto libro 11°Lettera Alla cortese attenzione del tempo


Alla cortese attenzione del tempo

Ladro sei. Forse il nostro peggior nemico.

Di te non so nulla, giacché non ti contengo. Non ti afferro, sfuggi dalle mie dita.

Non riesco a seguirti, sei tu che mi perseguiti.

Ed io non ho scampo.

Ti scosti al suono dei miei passi, allarghi con occhi iniettati di libidine, i lembi del tuo tabarro e mi irridi.

Una piroetta, ti strofini le mani e richiudi quel lembo, al nostro passaggio. Siamo schiavi, in file scomposte, nel tuo tunnel oscuro, assurde e obbligate forche caudine del nostro esistere.

Nel tuo bosco, senza le molliche di pane di Pollicino per ritrovare il sentiero che ogni secondo lasciamo e mai più ritroviamo.

Di Pollicino non abbiamo la sua astuzia, ne i sassolini bianchi, ne gli stivali rubati, per colmare la distanza che ci lascia in perenne squilibrio sul filo teso, da te, tempo, fin dal nostro principio, fino alla nostra fine.

Acrobati siamo e cadiamo e ruzzoliamo e scivoliamo e caschiamo e precipitiamo e ci accasciamo e ci abbattiamo e capitomboliamo e sdruccioliamo.

Certo, ci rialziamo, ma sempre ammaccati, feriti e contusi. Disanimati.

Ieri? Oggi? Domani?

Solo essenze temporali sfilate che si fluidificano tra loro.

Un frullato di attimi dal sapore di aceto. Sempre, anche quando sa di fruttata ambrosia.

Ieri? Oggi? Domani?

A che serve la memoria, la sola misura di te, tempo, quando riconosco che la vita è la mia malattia cronica, senza cura?

Ti appalesi sulla nostra decadenza, disfacendo i nostri corpi, coprendoli di piaghe, si, le tue carezze di rughe, sul collo, sulle mani, vicino agli occhi.

Non ci regali neppure saggezza.

Nulla in cambio ci offri, se non la nostalgia e il rimpianto.

A volte addirittura il rimorso!

Vale un ricordo il minuetto dell’anno vecchio che cede il testimone all’anno nuovo, allo scoccare di te, tempo finito e appena rinato?

Visto che consideriamo il passato come un disordinato, raffazzonato magazzino di tutte le maschere di cera, da giorno e da sera, da festa e da lutto, che abbiamo indossato.

Oplà e vanamente tento di rilassarmi , tu mi costringi a seguirti anche se invoco l’aiuto, senza emettere suono alcuno, quando mi aggrappo, a costo di sfiancarmi fiducia e unghie, quando mi appoggio ai muri ciechi, dove sono piantate le fotografie del mio fu.

Mi placo, che ogni tanto devo trovare la pace, a rivedere la mente che vomita immagini, situazioni vissute, patite, reagite, mentre inghiotto saliva stanca e risento l’odore delle sensazioni, delle emozioni che mi hanno liberato od oppresso.

Non mi benedici, non mi vuoi bene, non mi consideri.

La tua indifferenza, la mancanza di un segno di tua partecipazione al nostro dolore dell’essere, seppur minimo accenno, mi sgomenta e mi lascia prima che stecchita, ansimante.

I tuoi trucchi, li so a menadito.

Lo specchio è la tua illusione più grande in cui confidiamo.

Filtra, riflette soltanto ombre bianche. Sorrisi dei quali non rimane traccia. Un buco nell’acqua, uno squarcio nello spazio e bagliori ammiccanti che ci portano alla rovina.

Immobile pari, mentre noi ti muoviamo, alitando con la nostra corsa affannata l’aria che non sai respirare.

Risulta falsa la tua seduzione come il tic tac di quegli orologi, le tue lance avvelenate, che scandiscono soltanto il silenzio di te, tempo.

Lancette che ci rendono muti ma non sordi.

Inconsapevoli, ma non incoscienti.

Abbiamo lasciato sui foglietti del calendario, gocce di sudore, di sangue, sterili lacrime senza gusto.

Sei tu, tempo, il nostro tiranno, il nostro padrone.

Sotto la tua buia aureola compiamo violenze, invadendo, scambiando il nostro, di tempo con quello degli altri, senza essere puniti. Od essere sfiorati dal tocco del pentimento.

Non c’è castigo o premio, non c’è gioia o dolore, non c’è fantasia, non c’è logica, spirito o materia.

Ci sei solo tu, tempo.

Maledetto, benedetto, venerato, emarginato e sempre temuto.

Si, tu tempo e la pazienza di te, tempo.

Tempo e sofferenza del tuo tempo. Che è il nostro tempo per come ti viviamo.

Un ibrido, tra la leggerezza della piuma e la nodosità del bastone che ci sorregge nel mistero di questa nostra avventura,  che è l’entusiasmo di vita, il prosciugamento delle stille delle nostre giornate, la disperazione di ciò che poteva essere e non è stato, l’esasperazione di quando e quanto ci manchi per finire i nostri progetti.

Paradossi per un diagramma che sale e scende sui tuoi pendii.

Sempre scoscesi e scivolosi.

Dobbiamo andare avanti, avanti, avanti, giacché neppure l’indecisione ci concedi.

Per tentare di evitare quell’errore che ci ammorba con la sua paura e che poi ci lascia l’angoscia dell’errore sbagliato, ahimè compiuto. Il rimorso, questa è la moneta da pagare.

Siamo dunque solo robot al tuo servizio, votati all’alienazione della nostra personalità, alla negazione della nostra individualità?

Tu, tempo, cosa ci guadagni?

A quale fine mirano i tuoi lerci traffici di anime contrite?

Dove celi il ricavato dei tuoi misfatti?

A chi rendi conto di questa tua quotidiana falcidia?

Ah, ai tuoi secoli! Che son quelli che fanno la nostra storia!

I nostri nomi e cognomi, sui quali incidiamo la nostra frenesia, sono pietruzze scolorite, per le tue tante collane di tempo sprecato.

Noi sgobbiamo, noi lavoriamo e tu, tempo, che sei soltanto spettatore del nostro affanno, te ne prendi tutti i meriti!

La tua età! Il segreto della tua evanescenza sono le tue orbite vuote, la tua perpetua danza, sfuggevole e inutile,  ballata sull’eco dei tuoi anatemi.

Mi piace pensare che tu, tempo sia la reincarnazione di qualcuno che osò ribellarsi a te, tempo.

E che hai patito sulla tua pelle quel che fai patire a noi.

Ma probabilmente sei soltanto la reincarnazione di te stesso, dannato spettro, privo di ciclo vitale, che non ha pacificazione, sosta, requie.

Solo un requiem conclusivo. Eterno.

Un riciclato soffio di natura. Ti distruggi della tua stessa sostanza e ricompari come massa senza corpo, dietro un angolo, masticando polvere di secondi e ossa di quello che, grazie a Dio, non ti potrà appartenere mai in piena autonomia.

La vita.

Che quella te la concediamo noi.

Povero tempo costretto senza sufficiente tempo, a vagolare pigolante, coperto dai cirri e dalle nuvole, stracciato a brandelli da una qualsiasi istantanea, prova delle nostre accuse.

Prova delle tue colpe.

La prova provata senza possibilità di alibi astrusi, inconsistenti che ti inchioda alle tue responsabilità.

Che tu ci infliggi, privandoci di te, tempo.

Mentre noi ci aggrappiamo alla sola speranza di impiegarti, te tempo, con lealtà, onestà e onore.

Si, di onorarti per quel che ci viene permesso.

Concesso.

Chi ha tempo non aspetti tempo, di avere tempo, per essere in tempo poi, di pentirsi di non avere più tempo.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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7 risposte a Quarto libro 11°Lettera Alla cortese attenzione del tempo

  1. dlc (@dl501) ha detto:

    Condivido tutto. Chronos, del resto, era un mostro che divorava i figli. Ma non è una nostra invenzione, il tempo?

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  2. Magari lo fosse appieno che non avremmo… tempo per lamentarci!

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  3. mikelagavi ha detto:

    …..e, come sempre, mi riempie l’anima ogni tua parola,
    che riesco ad assaporare e vivere ……..
    con la stessa fluidità e voracità di quando, assetata, bevo acqua

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  4. Mamma mia, mi rivolgo a lei, per chiederle aiuto, a lei, che sta in cielo, così arrivo all’infinita volta azzurra che ci sovrasta, perchè mi lasci commossa e senza fiato. Grazie, mi fai sentire utile

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  5. Good Bear ha detto:

    Meglio mettersi nella direzione del tempo che corre…ogni altra azione è inutile illusione! Ti stimo!
    Ciao!

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  6. bellissima!!!
    posso pubblicarla!!!???? cito la fonte ovviamente……..

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