Quarto libro 9°Lettera Alla cortese attenzione della morte


Alla cortese attenzione della morte

Sei una signora un tantino aristocratica.

Non lo hai voluto tu, ma ti sei fatta una fama, cara mia, che solo ad abbozzare il tuo nome, l’aria diventa snob e tutti prendono le distanze da te, dandoti del lei.

E gli uomini si toccano, lì dove ha origine il loro pensiero.

Fanno ala al tuo passaggio ed inchinano obbligati la testa, in tua riverenza.

A me non dispiace la tua compagnia, cerco di abituarmi alla tua presenza perché  il giorno in cui ti sarò amica completamente, non voglio piangere come si dice, piangono le femminucce.

Mi spaventavi quando le favole ti tingevano imbacuccata in  neri e bizzarri mantelli, tabarri bui che oscuravano le stelle.

Allora non avevo mai sentito il tuo alito sfiorarmi i capelli.

Mi assaliva il pensiero di dover lasciare, morendo, una casa che mi piaceva, una vita niente male e ti domandavo cosa mi avresti dato in cambio.

Tra te e me, un soliloquio. Tu non mi rispondevi.

Lo facevo da sola.

La libertà? Il riposo da ogni affanno? La pace? La pura essenza della fiammella di una anima vagante? Il volo libero della mia trasparenza? Il silenzio?

Ti ho cercato e ti ho trovato agli angoli della mia strada.

Pativo di un incidente che lasciava a terra un tuo suddito squassato, inerme. Immobile nella sua fissità cadaverica.

Era come un frutto troppo maturo, la sua esistenza si era spappolata, esplodendo all’improvviso in brandelli di carne, per un tuo capriccio.

Rimaneva un ghigno, una smorfia o l’ultimo conato dì riso, su quel viso gelato.

Tu interrompi le fila a caso, cosi.

Perché?

Nell’attimo in cui me lo chiedo, mi accorgo di essere ancora da questa parte della sponda del fiume Lete, alle falde del tuo regno, l’Ade, dove distribuirai le tessere e i buoni pasto, per Tartaro ed Elisio.

Ecco, ti scorgo, tu sei dall’altra parte della sponda, ad aspettarmi.

Ora riderai, se ti confido che non mi fa più paura pensare che da morta, le scarpe non mi indolenziranno più i piedi. Mi ci ero fissata, sui miei piedi e sulle scarpe che qualcuno, pietoso, mi farà calzare.

Si, riderai se ti confido che mi illudo di poterti correre incontro, quel giorno, a piedi nudi. E nudo anche il corpo, solo con un lenzuolo bianco che mi nasconda tutta.

Anche arzigogolare che, se programmo di vedere, che so, un film per un mercoledì che ancora non giace inerte come una freccia già scoccata nella faretra del mio passato, l’avere conoscenza di poter fare i conti spaiati, con te, mi lascia indifferente.

Non ti sento più come privazione.

Mi sono ficcata in testa che il solo dolore dei vivi per i fratelli morti, è un dolore vivo.

Mentre i morti, tu lo sai bene, non vivono più.

Allora mi stringo nelle spalle e non avverto la smania di respirare, pizzicare l’odore che mi sta attorno, quando incontro le tracce del tuo passare.

Ci hanno spiegato che dentro noi, tra le emozioni più complesse, si annida subdolamente avvinghiata al patimento, la gioia, l’esultanza di essere sopravvissuti.

Nel secondo in cui ci rendiamo conto di essere salvi, di essere scampati ad una tragedia fatale, appaghiamo la necessità sadica, di conoscere tutti i particolari in cronaca di quella sciagura, che ha solo sfiorato le nostre paure.

“Poteva capitare a me! Io ne sono uscito incolume! Per fortuna ho perduto l’aereo! Ho ceduto il mio biglietto di quel treno! ….”

Hai coscienza di quanto sei intrisa di crudeltà?

Fino nel tuo midollo, carnefice del tormento dei vivi e custode dell’oblio dei morti.

Non fai nulla, perché ti si possa perdonare.

Mi hai portato via mio padre, il mio grande babbo. Me l’hai rubato, vigliaccamente.

Che era un fiore. Una storiaccia brutta.

Me l’hanno raccontata dopo, io ero in ospedale. Non c’ero. Con lui, vicino a lui per porgergli l’ultimo saluto. L’ultimo abbraccio. L’ultimo bacio.

Lo hai deciso dalla mattina alla sera senza avvertirlo, a cinquanta anni appena.

Te la sei spicciata in fretta, infarto.

La sua pelle rosea, le sue piccole rughe, la sua sana straripante bontà del suo ottimismo e la sua voglia di lavorare, per le sue bambine.

Tu gli hai cavato d’un colpo, un rigurgito di rimpianto, di vergogna, gli occhi.

La pelle si è aperta, le rughe dilatate, un urlo strozzato, non una invocazione d’aiuto, no, non l’hai avuta questa soddisfazione e hai voluto che le sue braccia cadessero, sfiancate sul suo grembo.

Non lo hai scomposto. L’hai stecchito morto. Un morto ordinato.

Appariva la sua fine come se quel quid, quel qualcosa, quell’estro di essere che lo aveva sorretto fino a quel momento, come se quelle briglia al suo tempo ben strette ai suoi polsi, come se la sua volontà di scavare nei tunnel del mondo, avessero perduto tutta la loro importanza.

Dimmi, sei forse tu, quel quid, quel qualcosa, quell’estro di essere, quelle briglia, quella volontà di scavare nei tunnel del mondo, che ci lasci sorreggere,  fino a quando ti va a genio?

Perché, vedi si dice che non c’è causa senza effetto non c’è effetto senza  causa.

Allora qual è la tua causa? Quale il tuo effetto?

Certi ti dipingono affascinante. In ogni caso, sei davvero popolare.

Ma quanti voterebbero per te, se tu fossi un partito?

Non ti sconvolge essere oggetto di tale sconfinata acrimonia ?

In fondo, reca noia, fastidio il mistero. L’irrazionale, il dogma che si accetta soltanto per fede.

Tu purtroppo, sei una fede senza innocenza.

Ammorbi l’atmosfera, rapisci vittime, mossa da insaziabile fame, perché per vivere, hai bisogno di continui sacrifici umani.

Non ti sei stancata di inalare l’afrore dolce e nauseabondo della putrefazione?

Che sproloquio, il mio! Fino a quando noi moriremo, tu vivrai!

Con me, però, ti va malissimo. Desidero essere cremata e sull’urna, una etichetta: “Cenere di una donna che la sua vita se l’è fumata tutta.”

Ti interrogo per un ultimo mio dubbio, come ti comporti con i volontari? I suicidi che corrono al tuo seno affamati?

Che ti invocano madre, che si aggrappano alle tue braccia conserte e aperte?

Con quale metro di giudizio apri loro l’ingresso o glielo richiudi in faccia?

Sfizio, solo e sempre sfizio. Estrai un nome alla rinfusa! Pollice verso, pollice dritto!

Dimmi, godi quando ci prendi a rate? Un rene, un braccio, un piede, un polmone?

E ci lasci storpi, ma sempre aggrappati alla tua antagonista più temuta, la vita?

Anche tu, cavallo nero selvatico e feroce di morte, hai i tuoi limiti.

Puoi spolpare le nostre ossa, squartare la nostra carne, ma mai, mai, mai, potrai suggere l’elisir del nostro spirito.

E’ la nostra umana vendetta!

Per questo, ne sono certa, erri nell’oltretomba ogni notte, col tuo sudario insanguinato, alla ricerca perenne del tuo appagamento.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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20 risposte a Quarto libro 9°Lettera Alla cortese attenzione della morte

  1. Diego Capezzuto ha detto:

    Non ho capito se è un’uomo o una donna il centro di tutte queste attenzioni, comunque una bella corsa contro l’ignoto, con le ali spiegate, brava.

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  2. Rosanna Marani ha detto:

    Siamo noi, l’umanità indistinta….uomini e donne già condannati alla nascita….Grazie

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  3. GIOVANNI ha detto:

    E gli uomini si toccano, lì dove ha origine il loro pensiero. (su questa frase io mi dissocio)
    Questa lettera è molto bella e trova nella morte del padre un’analogia identica alla mia.
    Brava

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  4. Spigolo ha detto:

    Ciao, nel 2003 scrivevo questo:
    “La Grande Dama”
    La Grande Dama possiede uno studiolo angusto, organizzato in modo maniacale nella coreografia
    di vuoti ed ombre, che si proiettano lungo il piccolo quadrato dal mobilio scarno e austero. Neri
    tendaggi censurano ogni vitreo ritaglio delle pareti, chè la luce solare è un vezzo troppo barocco per
    la nobile signora. La saletta d’attesa, vuota come un istante fuggevole, è movimentata dai fiori
    preferiti dalla Dama: crisantemi di un bianco non colore e dal profumo dolciastro e stantio,
    evocativo di una boccata di non vita. Questo piccolo, soffocante locale non è mai molto affollato,
    perché Lei fissa i suoi appuntamenti decidendo il dove-quando e recandosi sul luogo di persona. I
    rari ospiti della cameretta sono deboli creature, che nella Grande Dama hanno cercato estremo,
    quieto approdo. Con questi stanchi, annoiati viaggiatori , Lei si comporta secondo il gusto del
    momento : o, con crudeltà passionale, li restituisce, spesso menomati nel corpo e nell’anima, a
    quello che per loro non può essere che il peggiore castigo: la Vita, o, madre comprensiva, li
    accoglie nel suo freddo abbraccio. Nel suo piccolo notes , i cui anonimi foglietti sono le umane vite,
    annota con ineluttabile precisione la data e l’ora della fine, o piccoli promemoria:giocosa
    professionista ti lascia un suo bigliettino da visita per ricordare che potrebbe scegliere un qualsiasi
    istante per farsi pubblicità e venirti a trovare. Chiusa nel suo secolare lavoro, vanta più apparizioni
    di una diva sugli schermi della quotidianità: caritatevole ed eterea dama di compagnia negli angoli
    bui degli ospedali ; silente spettatrice sulla scenografia di una disgrazia; sfrenata, evanescente
    ballerina sulle orride piste , musicate dai lamenti, di guerre, carestie e pestilenze. Idolatrata dea sulle
    infinite tavolozze di marmo, nei monumenti pallidi che svettano verso il cielo, negli analfabeti
    tumuli di terra. E mentre noi ci affanniamo, Lei arcana, ironica protagonista spettatrice ride nel suo
    giardino di cipressi.

    Adesso, a distanza di ben 9 anni, ed alla età di quasi 37 anni ho capito che si muore, continuando a respirare, un’infinità di volte
    Ciao

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  5. Rosanna Marani ha detto:

    Dici: Adesso, a distanza di ben 9 anni, ed alla età di quasi 37 anni ho capito che si muore, continuando a respirare, un’infinità di volte. E’ così, ma siamo sempre rinate però ,noi donne!

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  6. Good Bear ha detto:

    Io lo chiamo “entrare” o “uscire” da un determinato tunnel: una tossicodipendenza, un’abitudine, un amore, un legame sentimentale, un legame d’amicizia, insomma una fase della vita…lo so che è brutto chiamare una storia o una vita “tunnel” ma all’inizio le cose sembrano talmente belle e ci sei così profondamente dentro a quella passione che non ci capisci molto…ti basta la chimica delle sensazioni per stare bene …per poi dopo qualche tempo accorgersi di aver fatto un errore colossale…e allora si cerca di uscire “dal tunnel del momento” troncando…facendosi e facendo male al prossimo…l’entrare in un “tunnel” è un po’ come morire…uscirne è come rinascere…

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  7. Rosanna Marani ha detto:

    Hai ragione, è davvero un tunnel. Tutto e non sai mai a priori se viaggerai a fari accesi o spenti

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  8. dlc (@dl501) ha detto:

    Accidenti! Ci penso sempre più spesso, da qualche tempo. Ma che sarà? Io vorrei proprio evitarla, sta conoscenza.
    ” Inerte vorrei esser fatto
    come qualche antichissima rovina
    e guardare succedersi le ore,
    e gli uomini mutare i passi,
    i cieli all’alba colorirsi,
    scolorirsi a sera”.

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  9. ombreflessuose ha detto:

    Cara Rosanna, questo tuo splendido scritto per me è un inno alla Vita
    Perché la morte senza Vita non ha ragione di esistere
    Un abbraccio
    Mistral

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  10. Spigolo ha detto:

    Spesso è difficile dvanti alla passione (che follia è) far scelte sensate. Il prezzo di una scelta azzardata è spesso la devastazione. Ma del resto la Vita e double-face, è rischio.
    Ciao

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  11. Rosanna Marani ha detto:

    In effetti la causa della morte è la vita e l’effetto della vita è la morte. Grazie.

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  12. Mauro Munari ha detto:

    Meraviglioso Rosanna……
    ma perchè non l’hai mai pubblicato!!!???
    Ho letto tante di quelle cose che non hanno alcun significato al confronto di questo bellissimo brano. Mi ha colpito ed affascinato questo tuo chieder lumi ad una sì triste e mai appagata signora……..Bello!!!!!

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    • Rosanna Marani ha detto:

      Buongiorno! Nel 1976 avevo la carriera padrona di me, la ricerca della mia identità di giornalista. Allora, come sfogo,come abitudine, scrivevo racconti e pensieri e poesie che nulla avevano a che fare col calcio, di notte, di giorno, nei miei viaggi da inviata. Ed ho conservato tutto. Ora in pensione, riordino…E mi piace assai la mia giornata di resurrezione del mio passato!!! PS Grazie per il tuo cip cip!!!

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  13. Noemi Confortini ha detto:

    peccato non sia mai stato pubblicato, mi è piaciuto molto Rosanna anzi moltissimo. L’unica cosa è che per me non “è una signora un tantino aristocratica” è “una signora molto str…….e arrogante” entra senza mai chiedere permesso.
    un bacio

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  14. Se troverò uh editore interessato, mi renderò disponibile…. Si hai ragione. Una signora arrogante e stronza…

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  15. “Arriva solitaria, senza soffrir stagione e, non curante di alcuna tenerezza, prende”.

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