Quarto libro 7°Lettera Alla cortese attenzione della vanità


Alla cortese attenzione della vanità

Signora mia, lei mi fa assolutamente disperare.

Ho imparata a conoscerla bene e a mie spese.

Par cui riesco, mi illudo, a dosare i suoi nefasti influssi.

Le piace torcere le mie budella, per saettare all’improvviso nel mio sguardo?

Luccicarmi l’acquolina di essere prima, di essere la più……?

Beh, confesso e qui mi dispiego al suo abbraccio, che sono molto tentata

di farmi sfiziosi riccioli e pavoneggiarmi della mia bellezza così solare.

Ma così, signora, lei mi fa vendere tanto fumo per arrosto!

Svegliarmi senza trucco e con la saliva impastata, i capelli arruffati la mattina, è molto, molto umiliante.

Parlo e dico, alla mia immagine, calma, pazienza che ora torno vanitosa, dammi il tempo di aprire bene gli occhi che ti aggiusto, ti restauro!

E’ inutile che mi suggerisca, ora che le fa comodo, che la colpa è soltanto mia. Che posso seguirla o rifiutarla.

Come si fa a stare in guardia da lei, se nessuno, nei tempi delicati, ci insegna la malasorte sua e dei suoi compagni snob che ci spingono ad emergere ad ogni costo?

Si deve cozzare la testa contro i suoi spigoli amari e rompersela.

Avere il coraggio o la disperazione di togliere anche le zecche, una per una, spulciando la propria solitudine.

Ascoltarsi piangere o parlare. E tirare una somma congrua che dirime il proprio ego.

Allora si, forse, ci si può sentire, se non immune, almeno vaccinato.

E convivere con lei, non paventandola più. Cattiva consigliera che è!

Anche in questo esame, purtroppo si deve fare proprio, l’errore dell’altro.

Mi chiedo, perché siamo sempre l’uno contro l’altro armati?

Di vanità, soprattutto?

Non è bello sciupare se stessi alla forsennata voglia della supremazia, a tutti i prezzi da pagare, che tutto lo sa vero, si paga in contante.

E non si sanno mai a priori, i prezzi richiesti dal mercato della vita.

Così assieme a lei viaggia, stretta a braccetto, l’illusione!

Non ho nessuna intenzione di corrisponderle imposte, tasse, gabelle.

Visto e considerato che per esistere, bisogna genuflettersi  al suo altare.

Ho dismesso le preghiere a lei rivolte, come abiti fuori moda.

Preferisco alle penne del pavone, che lei mi offre in continuazione, magnifiche, ma come dire, leggere come aria, il pugno violento della disillusione che mi spacca i denti.

Almeno però, mi cambia i connotati.

A volte penso di essere già compiuta, di poter gustare in pace la mia golosità  di emozioni, sensazioni, apparizioni, fino alle estreme conseguenze.

Penso addirittura, di potermi lasciare andare e sputarle in faccia le mie insoddisfazioni.

Il contrappeso della mongolfiera a cui lei mi fa tendere, mi impedisce di volarle dietro.

Che il mio volo, lo devo guidare io, non lei!

Eppure sarebbe così semplice!

Vede, io sono convinta che noi nasciamo semplici. Puri.

Sono gli astrusi rebus, i complicati anagrammi che le pressioni della sua insaziabile crudeltà, che ci mette tutti in lotta, quelli che ci rendono tesserine di un mosaico che non potremmo mai ricomporre da soli.

Credo fermamente che nessuno di noi voglia veramente uccidere l’altro di sé.

Ama il prossimo tuo come te stesso.

Ma prima devi saper imparare ad amare te stesso.

Mentre studiamo, prendiamo lezioni e magari andiamo anche a ripetizione di esistenza, diventiamo aggressivi. Credo perché patiamo la vita come la sofferenza di una gabbia che ci sta stretta.

Lei ha la chiave di questa gabbia.

La vanità, signora, lei, si proprio lei, ci spinge a mordere, fino dalla infanzia.

Non è violenta vanità quella delle convenzioni che educandoci,  incrinano la nostra natura, imponendoci regole e modelli di comportamento non nostri?

E vogliamo parlare della vanità delle Leggi fatte da altri per noi?

Non è nostra madre che per vanità ci veste come manichini, per esibirci, frutti della sua identità?

Non è la Chiesa, ancora, che vanifica, pontificando, punendo, la nostra spontanea fame d’amore?

E la carriera, la ricerca spasmodica di lasciare una nostra traccia di essere qualcuno e non qualcosa, non ci impone, forse una corsa a perdifiato?

Ah, detto tra noi, io preferisco lasciare di me, lividi e non segni leggeri del mio passaggio.

Gli esclusi per vanità ferita, sono le sue vittime.

I perdenti, che si riconoscono dallo sguardo perso, sottomesso, avvilito. Quelli che camminano per strada, con la voglia scritta in fronte, di aspirare come ultima fuga dalla disfatta, al suicidio.

Nessuno ha tempo, pietà per i falliti.

Nasciamo già, signora, con la sua cellula impazzita, il suo virus della competizione perché subito lei e i suoi seguaci, ci imponete di primeggiare.

Perché? Per far parte dei privilegiati? Degli eccellenti? Degli egregi?

Tanto, ci sarà sempre qualcuno che troverà la maniera di ridicolizzare, sminuire, demolire quel successo!

Non è per vanità che gli uomini si scannano e accumulano delitti non dichiarati, non rimediati, compiuti sulla pelle degli altri?

Non è vanità esasperata, la mancanza di disciplina?

Come un gabbiano grigio e non più bianco, lei plana bassa sulla nostra schiuma di bile.

Noi, come osso di seppia, come frammento di conchiglia, ci lasciamo inghiottire dalla sabbia.

Io lo proclamo, l’abito nero dei miei lutti, dona al mio pallore, i premi che non vinco sono le mie ambizioni, lei è l’Araba Fenice che inseguo da anni.

Ma con furia omicida.

Mi lasci in pace, nella mia torre di roccia, a pensare riflettere sulla mia condizione di persona, di donna.

Non alle mie cicatrici, che ormai la crosta ha sepolto le ferite purulente.

Voglio urlare, battermi, per liberare la mia angoscia di giustizia.

Abbracciare i derelitti e irridere di lei, cancellarla dal vocabolario del mio spirito pulito e mortificare l’estetismo falso dei nostri sforzi.

Dei nostri sfarzi.

Senza di lei, non ci sarebbe la maledizione del potere.

Forse l’ambizione è un suo aborto.

Allora meglio cercare di andare avanti  con sacrificio, con sudore e sangue, per conquistare quel che si può secondo i personali limiti, guadagnarsi la stima del proprio io, che tendersi al vuoto al nulla, col birignao della presupponenza, dell’egotismo a cercare baciamani ed inchini.

L’adorazione al Vitello d’oro.

Ho rotto la sua lastra, signora vanità. Mi restano, frantumati in mille spilli di vetro nel grembo, le schegge acuminate.

Mandano bagliori fosforescenti.

Non saranno i miei riflessi, le mie stelle comete.

Nella capanna del Bambino non cercherò oro, incenso e mirra.

Ma solo me stessa, con le mie miserie e le mie nobiltà.

Il groviglio di serpi arrotolate inghiottirà i topolini del timore.

Timore di ritrovare un altro suo ammiccante, ingannevole specchio, signora:

“Specchio, specchio delle mie brame chi è la più brava, la più bella del reame?”

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai
pubblicato… 

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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2 risposte a Quarto libro 7°Lettera Alla cortese attenzione della vanità

  1. Spigolo ha detto:

    Sporcarsi non sporcarsi, questo è il dilemma?

    Mi piace

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