Quarto libro 2°Lettera Alla cortese attenzione di mio padre


Alla cortese attenzione di mio padre

Dove te la spedisco babbo  Roberto?

Sono uscita dalla tua casa tante volte, contro la tua volontà, ma con il tuo permesso.

Mi idolatravi.

Cielo come ne ho approfittato!

Ti studiavo. Ti parlavo sempre, anche quando il magone ribelle, mi opprimeva la mente.

Ti educavo a conoscermi, giovane e fremente, smaniosa di vivere, violentando il tuo mondo. I tuoi principi che per me parevano soltanto scorie ammuffite di vecchio tempo.

Moralità di paese, buone maniere, il permesso per andare al cinema ed era peccato, con i ragazzi acquattati nel buio della sala, la scappatella per andare a ballare, ho preso da te la furia dei piedi al suono della musica, tu hai ballato da ballerino provetto, le passeggiate con i miei filarini che erano tanti.

Tutto vietato, tutto proibito. Ero solo tua e di nessun altro poteva osare guardarmi!

Poi, i castighi che mi infliggevi, quando trovavi il biglietto sul tavolo e leggevi che, mentre tu dormivi il sonnellino del pacifico, io tagliavo le asfissianti corde che tentavi di mettermi alle caviglie, per domarmi.

Io uscivo a godermi quel che mi pareva mio diritto.

Le calze da ragazza e non più i calzini bianchi da bimba, indossate di nascosto, appena uscita dal tuo sguardo, il primo rossetto che sbavava tanto, perchè la mia mano era tremolante a sfidarti.

Mi hai chiuso in casa una estate intera. Mi hai tenuto prigioniera, mentre il mio menestrello correva sotto al balcone, sfidando la tua ira, per lanciare messaggi d’amorino, ai miei sedici anni cosi spumeggianti.

Ho vissuto quel periodo odiandoti, perché allora non capivo, la mia giovinezza mi apparteneva e non era un monotono dovere di passaggio, da compiere.

Era un prato da correre a perdifiato. Dove flirtare coi fiori che chiedevano solo di essere colti.

La mia fede era ribellione, non sottomissione!

Ma ti amavo, come ti amo ora.

Ancora e per sempre. Ancora ora che sei in Paradiso, andato via da questa terra a cinquant’anni!

Come dimenticare la festa che mi organizzasti per danzare, tu dovevi essere l’unico uomo a farmi da cavaliere, il mio primo waltzer?

Ero la tua bambina. E nella tua memoria lo sono sempre stata. Indifesa, innocente, liliale.

Papà, ora che sono emancipata ti chiamo papà, ma ti ho sempre appellato babbo, che mi pare troppo casereccio, provinciale, quasi un gradino più in basso dell’italiano forbito che tu mi hai incitato a studiare.

Sono uscita dalla tua casa una volta di troppo.

Per una operazione stupida,  mentre era anche sotto i ferri il mio Gabriele straziato nelle manine dalla corrente.

Tu non mi hai aspettato.

Perchè babbo? Perché questo dolore così grande?

Immobile. Incontenibile.

Il mio sangue ha sobbalzato, la mia voce ha urlato, le mie lacrime si sono cristallizzate in grandine, si sono divise in acqua e sale.

Ed anche io ero in ospedale, operata d’urgenza, forse lo stress per la tragedia successa a Gabriele mi aveva spezzato la forza.

Il tuo cuore gonfio di famiglia, di figlie, moglie e nipotino, è scoppiato in tante venuzze rossastre sulle gote.

Era successo con te il disastro a Gabriele e te ne sei fatto una colpa mortale.

Lì come un sacco d’uomo, tu così forte e così teneramente debole a combattere il destino, nella poltrona del tuo ufficio.

Hai compiuto un giro fatale, sei andato per ospedali, da Gabriele a Modena, sei venuto a Bologna nella mia stanza. Ti ho sempre presente, mentre stavo uscendo dal limbo dell’anestesia. Ho rubato l’ultima tua occhiata, severa e preoccupata e ne ho fatto un ciondolo d’amore, che porto sempre al collo.

Poi, hai salutato per telefono la mamma, domandando notizie del “tuo bimbo” e della tua “bambina”.

Alle 18,30.

Alle 19 un rantolo  e sei divenuto ricordo.

Per chi ti ha voluto bene. Tanti, babbo, tanti scrivono ancora per salutarti, non sapendo che a cinquanta anni l’infarto, il crepacuore per troppo cuore, può respingere in gola anche un respiro di sollievo.

Si, perché gli interventi a Gabriele e a me, erano andati a buon fine.

Non avverto la tua mano ma risento con brividi, la tua risata.

Quando volevi comperarmi un automobile e scriverci sopra, “Il Resto Del Carlino”, per fare capire agli altri che ero una aspirante giornalista  Confondendo giornalista con giornalaia!

Eri tronfio appena usciva un mio articolo. Diffondevi il giornale, per il gusto di vedermi crescere l’ambizione.

Tenevi copie sparse sul tavolo del salotto buono e le rifilavi ai tuoi ospiti obbligati a vantare meraviglie di tua figlia, “l’intellettuale”!

Tu che ti intendevi di motori, di matematica, tu che eri così vivacemente intelligente, ma che non avevi avuto la possibilità di studiare e quindi di coniugarla, di affinarla, la tua intelligenza, avevi messo al mondo una figlia che ti somigliava al millesimo di centesimo di goccia, una figlia che non sapeva contare, ma solo sentire.

Mi hai perdonato babbo? Di non avere rilevato la tua cooperativa?

Hai dimenticato la mia testardaggine nel volere grattare da sola, l’animus della vita? Di avere scelto e non subito?

Ti vedo, che stai passeggiando in pensione obbligata, sugli argini di rigagnoli d’acqua zampillanti.

Oppure giochi a carte con il tuo angelo custode.  A Scala Quaranta.

Qua, nessuno voleva più giocare con te, rosso dalla tensione e dalla fortuna sfacciata che ti inimicava tutti i gagà del circolo Sersanti. Sempre vincente!

Babbo, ho bisogno di te. Ti invoco spesso, amore mio grande.

Portavo a scuola la tua fotografia, ti spacciavo per il mio fidanzato, tanto eri bello e scuro.

Ma le mie compagne mi svergognavano in pubblico.

Eravamo identiche parti di umori e sapori di vita, solo di diverso sesso.

Custodisco la tua dignità, il tuo orgoglio, il tuo coraggio.

Non penso che la morte fisica interrompa il dialogo.

Perché babbo, impietrirei come statua, subito, annichilita, se supponessi che di te non è avanzato niente altro che cose, che accenni, sulla mia tavola.

La strada?

La tomba?

L’insegna dell’ufficio?

Il timbro con il tuo nome “Autoscuola Marani”, che conservo gelosamente sulla mia scrivania?

Il tuo cappello?

Il mozzicone della tua ultima sigaretta?

Il tuo accendino?

Stralci di firme sugli assegni?

Il tuo ultimo ghirigoro sulla carta già trasparente?

No, mai.

Non può essere!

Ci sono io a raccontarti, prima che il buio o la luce che ti assorbe, ti cancelli.

No, mai.

Non può essere!

Scriverò di te dappertutto. Scriverò con te dentro, ovunque.

Sei tu che insegui le mie dita e le fai velocemente arrampicare sui tasti della macchina da scrivere.

Tu che mi solletichi l’orecchio affinché non diventi sorda, tu che mi soffi voce affinché non diventi muta, tu che mi dai la forza per trasformarmi, da crisalide, a farfalla variopinta dai mille abbaglianti colori.

Tu che mi sproni a conquistare il mondo.

Sei tu che mi consenti di vivere sotto il tuo segno di uomo perbene.

Sei tu che mi insegni, ogni giorno, ad onorare la vita.

Ciao babbo

Tua figlia Rosanna

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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