Quarto libro 1°Lettera Alla cortese attenzione di mia madre


Alla cortese attenzione di mia madre

Comincio da te, Olinda.

E’ giocoforza, considerato che hai aperto il tuo ventre per sputarmi in faccia al mondo.

Pensavo, chissà, che avrei faticato meno a respirare.

Pensavo che sarei riuscita prima, ad inghiottire il liquido amniotico per succhiarmi il pollice da sola.

Invece da trent’anni mi incuti timore.

Come l’eco che sento quando il dover decidere, deride i miei riflessi e li fa lenti.

Ti ricordi, mi ripetevi spesso?

“Questo non si fa.”

“Io ti ho fatto e io ti disfo.”

A te mamma, chi aveva insegnato che… “ Questo non si faceva? “

E che…”Quello invece si?”

E dimmi, lo pensavi veramente, di avere diritto di vita e di morte su di me, soltanto perché mi avevi partorito dalle tue trame?

Ero “cosa” così tua?

Oppure ti spingeva alla bestemmia, la maternità viscerale, quella mischiata da voci del sangue, da istinti vetusti, dal senso del pensare solo al bene dei figli e al loro futuro protetto e così via, con spinte della tradizione tramandata delle azdore?

Così si è fatto, così si deve fare, perché se no: “La gente………che dice la gente……”

La molla che ti portava all’esasperazione, lo riconosco, era la mia cattiveria a non seguire le tue ordinate, perentorie direttive oppure il fatto di renderti conto che avevo già maturato a dieci anni, un mio senso individuale di libertà?

E’ strano, parlando con te, io ancora pendo dalle tue labbra.

Ti domando, non ti dico.

Sarà che mio figlio Gabriele è giovane e giovane è il mio non istinto materno.

Ma cerco di capire.

La vocazione al sacrificio, è la vocazione unica, concessa e permessa alla donna, per il tuo credo rassegnato.

Per il tuo modo di essere succube e di non essere donna, quindi altro.

Un satellite che mai potrà diventare pianeta!

Almeno come lo intendo io.

Che è essere donna, ovvero essere persona.

“La donna è la regina in casa e lascia portare i pantaloni al marito!”

“Tocca alla donna sopportare per la tranquillità e la serenità  della famiglia!”

Erano i dogmi del mondo che avevi ereditato e che io faticavo ad assimilare.

Anzi li ho rigettati tutti!

E ti parevo “poco seria” soltanto perché domandavo spiegazioni di questo forzato martirio, che mi indirizzavi ad abbracciare come mio predestinato futuro.

No, non è che ti faccio il processo, mamma.

Voglio paragonare, per capire, il tuo di destino, le tue radici così nodose, così passive, con la mia scelta, imperiosa, la mia ribellione, furiosa, a non patirlo il tuo esempio, come Vangelo codificato.

Ormai siamo adulte. Entrambe dunque siamo donne “grandi”…

Me lo puoi dire, eri felice di portare il peso che ti avevano consegnato alla tua nascita?

Casalinga per costrizione (o castrazione?) e fuori, al lavoro, soltanto per le necessità, materiali, dei tuoi primi anni di matrimonio.

Ti sei mai sentita autonoma, compiuta, soddisfatta di te mamma?

Ti sei mai sfidata mamma, messa alla prova?

Ti sei mai sentita luce?

Qualcosa di diverso dal riflesso, dall’ombra, dall’appendice del mio buon babbo?

Hai mai riso per gorgoglio spontaneo, sapendo magari che avrebbe quel riso, potuto disturbare il sistema di abitudini a cui ti eri e ti avevano, votata ancora bambina?

Beh, io ti confesso che l’ho provato. Da poco.

Da quando ho capito che si nasce, si vive e si muore da soli.

Anche se qualcuno ti tiene stretta la mano.

So che oggi tu non la chiameresti più.. alzare la cresta, la mia disubbidienza. Però ti chiedo scusa se ti ha ferito, il mio no, non ci sto,  il confuso sentore dei miei quindici anni, quelli che ti hanno fatto dannare davvero, perché volevo andarmene lontana da Imola, volevo emigrare a Roma, una vera città e non una cittadina pollaio, che mi strozzava il respiro con i suoi usi e costumi… scostumati per il mio respiro di libertà a cercarmi.

“Cosa dirà la gente che te ne vuoi andare di casa?”, ripetevi

Ora te lo dico, io dentro di me mi rispondevo :”E chi se ne frega?”

E me ne sono andata da casa. Sul serio, obbligandoti ad ingoiare il mio volere.

Sai, non mi ribellavo a te, non ti sapevo vittima di ghetti, mi ribellavo

ai kapò della piccola provincia.

Più che il ragionamento, mi spingeva a scappare, l’angoscia di andare al macello senza sapere perché.

Ora lo so.

Vado al macello perché ci sono mille altri esseri come noi angosciati, nervosi, tenuti in cattività fino all’esasperazione.

Fino alla propria negazione.

E dalla nostra indignazione scocca lo scintillio della rabbia, della guerra per fare spazio all’amore.

No, non ci vado al macello solo perché sono nata donna.

La mia vita me la scelgo da sola.

Dimmi, tu piuttosto, sei felice della tua vita?

Ho tanta paura che tu abbia vissuto senza saperlo. Di vivere.

Solo quando è morto il babbo ti sei accorta di essere senza una tua identità.

Quella che avresti voluto prediligere da sola, ma eri sempre e solo tanto confusa.

E’ stato troppo tardi mamma per ricominciare?

Ora chi sei veramente?

Spaurita come quando ti mancò il tuo unico punto di riferimento, oppure ti appai in armonia al tuo tempo di ora?

E non parlo di buona o mala fede.

Giacché lo so, che nel tuo pensiero non c’è stata crudeltà da matrigna, voluta.

Dicevi, che la vita ti dà o ti toglie, a seconda di un Premio o Castigo che tu debba meritare, soltanto perché tu ne eri convinta, soltanto perché questo era il tuo alibi.

La tua difesa alla tua insoddisfazione, palpabile, al tuo sguardo rassegnato.

Ti avevano convinto di un Moloch che sceglieva i bravi e regalava loro il biglietto vincente della Lotteria di Capodanno

Agli altri, carbone funerali e solo.. danno.

Ora che le tue giornate scivolano tra un latrato dei tuoi amati cani e un colore di bocciolo delle tue rose che nasce, tra una dura zolla che tu sterri e una odorosa manciata di erba tagliata, una partita di pallone che ascolti alla radio santificando la tua domenica e che magari non ti soddisfa più, che babbo non c’è a farti compagnia al boato dei gol del Bologna, un commosso saluto, un fiore fresco posato sulla sua lapide al cimitero e un cero acceso al tuo Gesù, tu, mamma, sei sola.

Raggomitolata, nella lana ispida della nostalgia.

Sei rimasta davvero sola, senza i tuoi sogni soffocati.

Non ne hai salvato neppure uno.

A  scaldarti il cuore.

Ci sono io.

Non mi hai perduto, mamma anche se davvero non so, in quale modo si affastellino, si affaccino i ricordi di me, tua figlia, nella tua memoria.

E’ vero che una mamma vede i figli sempre bambini?

Ti vedo anche io sempre mamma e ti perdono.

Dai, ridiamo insieme.

Ti perdono, mamma, perdonami anche tu.

Seppur mi sento in colpa, del mio istinto che mi ha obbligato a decidere di me, strappando dolorosamente il cordone ombelicale, mi rendo appena appena conto, di avere combattuto anche contro di te, ma solo per infliggermi da sola, le ferite da far sanguinare.

Che in sostanza, mamma sono le tue, le ferite delle donne, quelle che mi lecco.

Ne ho solo la sfacciataggine, la spudoratezza, il coraggio. Di mostrarle.

E questo è vero e te ne sono grata.

Posso dirlo e non ti offendi?

Attraverso i tuoi errori di donna, impastati al.. sacro bene dei valori di una volta, io, a mia volta, sono diventata donna.

Diversa da te, ma sempre donna, che porterà in sé il tuo soave, dolcissimo ma ahimè desueto, paradigma di tempo e di identità femminile.

Ma stai tranquilla, sei stata albero perché io potessi diventare foglia.

Figlia.

E sarò ramo che darà foglie.

Figli.

Un albero mamma, non è mai superfluo.

Mentre una foglia, mamma, cade.

Tua figlia Rosanna

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato… 

Ora mia madre ha raggiunto mio padre. Che riposino in pace.

https://lortodirosanna.wordpress.com/2014/11/24/cio-che-caino-non-sa/

Antologia poetica letteraria Ciò che Caino non sa

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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13 risposte a Quarto libro 1°Lettera Alla cortese attenzione di mia madre

  1. Spigolo ha detto:

    No, io non devo leggerti altrimenti apro le fontanelle e poi vado a lavorare con un naso tipo clown.
    Non sono genitrice (credo non lo sarò mai: che sollievo!) ma ho capito che i genitori spesso (mi riferisco al mio vivente padre, mia madre mor’ prematuramente anni fa) non capiscono è che la miglior scelta che possono fare per noi figli e scegliere di farci scegliere di sbagliare o far bene da soli.
    Ti abbraccio
    Un Clown

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  2. Umbe Re ha detto:

    Carissima…ognuno fa quello che può nella sua vita sperando sempre di fare il meglio per gli altri e per se stessi…i conflitti che avevo con i miei si sono sciolti da qualche anno solo riconoscendo il fatto che anche i genitori sono persone e non superuomini e superdonne quindi non sono affatto infallibili ma portatori, a volte sani a volte no, di esperienze di vita.
    Un bacino! Ciao!

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  3. Rosanna Marani ha detto:

    Non sempre accade. Qualcuno muove la vita degli altri come burattinaio. Ma è verissimo che i genitori sono essere umani perfettibili come i figli…..Bacino reso

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  4. annagrazia ha detto:

    Cara Rosanna quante delle domande che tu poni a tua madre avrei voluto fare alla mia, sempre chiusa in un suo mondo, affettuosa e presente ma anche trasognata, elusiva, troppo buona e mite forse, ma anche chiusa in se stessa, ed ora che non c’è più mi rendo conto di averla conosciuta poco, ma è davvero così difficile parlare con i figli? Ti perdoneranno forse solo quando, a loro volta genitori sapranno che a volte agli occhi dei figli è impossibile non sbagliare? Ti voglio bene.

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  5. Rosanna Marani ha detto:

    Grazie anche io voglio bene a te.Sono domande ingrate e le risposte ahimè, non sono mai state ..risposte. Si, i figli ti perdonano quando da figli diventano genitori….perchè comprendono appieno la durezza, la difficoltà della vita. Uno specchio che si rompe e tu a ricomporlo ti fai sanguinare le mani e l’anima

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  6. Mauro Munari ha detto:

    BELLISSIMO!!!
    Sono felice di conoscerti Rosanna….
    Sei una persona profonda e scrivi in maniera da evocare sentimenti dolci e struggenti, narrati con sapiente fare……………..

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  7. piccoleparole ha detto:

    Ci sono vissuti comuni che legano a priori due persone attraverso un sentire comune.
    Ho pianto leggendo questa lettera: rivedo me e le mie ribellioni esplose troppo tardi.
    Ho trovato te che come una mamma mi hai guidata in questo percorso ed aiutata a essere paziente e accogliente con la mia vera mamma.

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  8. Rosanna Marani ha detto:

    Grazie Paola.. E’ un bellissimo complimento che mi fai. Ne sono onorata…

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  9. Mia cara,

    parlo di me, se mi permetti, ma per parlare di te.

    Si sedeva al piano, la mia mamma, e suonava Mozart, oppure Bach.
    Era una musicista dilettante, ma di gran talento, ciò non solo detto da me, che ovviamente non sarei buon giudice, ma da chiunque frequentava la nostra casa.
    Io non ho fatto a tempo a “staccarmi” da lei, a “ribellarmi”, perché lei mi ha di molto preceduta in questo, staccandosi da me quand’ero ancora giovanissima. Il mio ricordo è quindi intatto e incontaminato, come congelato nel tempo, non ha avuto possibilità di involvere e/o evolvere: sono rimaste solo quelle sue mani che carezzavano la tastiera, e, attraverso quelle carezze, senza darmene quasi coscienza, formavano il mio gusto, la mia sensibilità, la mia cultura. E assieme a questo plasmavano la mia personalità. È da lei che di certo ho ereditato questo mio pervicace dilettantismo intellettuale, che per me, come per lei, significa prima di ogni cosa libertà di pensiero e di espressione.

    Ho fatto qui questi cenni biografici, personalissimi, perché volevo significare come e quanto per ogni donna il rapporto con la propria mamma sia unico, irripetibile e irriducibile. Non si tratta di un legame di sangue, sarebbe troppo semplice e scontato dirlo. È qualcosa di possibilmente più profondo ed ineluttabile. Neppure necessariamente positivo. Semplicemente una “prefazione” inevitabile della nostra esistenza. Tra due donne si crea un legame profondissimo ed indicibile, del tutto insondabile, e voglio dire sia che tale rapporto sia stato illuminato e felice, sia che sia stato fosco e infelice, e con tutte le possibili sfumature intermedie. In tutti i casi si tratta di radici piantate profondamente nella terra. La terra-madre, infatti, diciamo.

    Questo è il senso della pagina di Rosanna, non un omaggio, non nostalgia, non rimpianto. Forse conflitto, piuttosto, a momenti, e risoluzione continuamente rinviata di tale conflitto. Con tutta la sincerità, l’autenticità, la totale mancanza di ipocrisia, la refrattarietà a ogni edulcoratezza, che sappiamo distintive di questa donna molto speciale.
    Che però riconosce lucidamente in questo suo essere speciale tutto il merito e demerito di ciò che nella sua vita è stata sua madre. E tutto questo senza astio, senza rivalsa, nemmeno l’ombra. Ma ancora tanta rabbia, profondamente inclusa d’amore, come un minerale incluso nell’altro. Badate la definizione da dizionario: “Un’inclusione in mineralogia è definita come qualunque materiale che è stato intrappolato all’interno di un minerale durante la sua formazione”.
    Un rabbioso amore insomma, oso dire, quello di Rosanna, da figlia verso mamma. Da donna verso donna. In tutti i sensi. Profondo, commovente, definitivo.

    Marianna

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    • Rosanna Marani ha detto:

      Ciao Marianna. Ho riflettuto molto sul mio rapporto con mia madre. E ancora ripeto i proverbi che mi suggeriva a guisa di incitamento o di consolazione. Da lei ho ricevuto in dono la sensibilità. Quando diceva: ah se questo albero potesse parlare.. mi conduceva diritta alla poesia.. a cercare la voce della natura. Ma lo so ora che non c’è più e non posso farglielo sapere. E come sempre.. grazie per la tua attenzione

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  10. Pingback: Ciò che Caino non sa | L'Orto di Rosanna

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