Da L’Anima del Palio 32° novella L’ARMONIA


L’ARMONIA

Il 1992 recava con sé la frustrazione, che dimezza la speranza.

L’entusiasmo si deve ricaricare autonomamente per il credo che si afferma con vivacità laddove la melma dell’inazione, del tempo che sembra bloccato e che non si decide a ribaltare le premesse per dare la spinta a traghettarsi al di là della delusione, era molto scemato.

Qualcuno alla Contrada Flora aveva strappato la tessera, non sapendo con chi prendersela per tutti gli accidenti che erano ormai capitati dal 1961 ad allora.

Quei signori si erano arresi.

Non volevano più covare in seno lo spirito della resurrezione, lo slancio della rinascita.

Si deve avere il coraggio di soffrire, di amputarsi i sensi secchi e inariditi, per crearne dei nuovi.

La natura ci insegna come.

Tutto ha un limite di tempo.

C’è la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno.

Sempre, con una logica inarrestabile che ci sovrasta e ci devia.

Noi siamo natura e non lo vogliamo ammettere.

Comunque e ovunque possiamo immedesimarci nel ritmo che qualcuno regolò all’inizio, quando il mondo fu creato.

Certo un bambino può nascere prima dei nove mesi, ma deve, per realizzarsi, superare una serie infinita di problemi.

Anche le nostre certezze, false, nell’eccezione dovrebbero trovare conferma per essere veritiere.

Niente è eterno, se non lo scarnificare della nostra pelle che si aggrinza e si decompone nell’attesa di una sola, piccola certezza.

Esistere.

Accettando il minuto secondo che batte le nostre tempie e le sconvolge, più che la fantasia può la realtà, potremo salvarci dall’annientamento.

Modificando l’utopia del sogno di pace e di serenità che noi aspettiamo dagli altri che devono risolverci, proteggere il nostro mal di vivere, condurci oltre la paura, esaltarci fino a farci diventare sicuri di essere.

Aspettiamo inutilmente tutto il tempo che abbiamo a disposizione, ci consumiamo accesi e spenti dalla nostra confusione, ci perdiamo peregrinando senza avere un indirizzo preciso e una meta a cui approdare.

Perché viviamo fuori dalla natura, pretendiamo che sia sempre fatta luce al di fuori di noi, dormicchiando, vivacchiando nell’oscurità.

La nostra forza è proprio identificarci nelle stagioni.

Ci sarà pure il periodo di siccità, del caldo tropicale a dicembre, del gelo siberiano ad agosto, ma poi tutto rientra nel lento fluire della successione.

Allora, credere, rialzando la testa dopo la tormenta, diversificando quel quid immortale che noi esigiamo infondere ai nostri palpiti tanto volubili, diventa profonda sintonia con l’evolversi della storia che contribuiamo a scrivere con il nostro diario.

Siamo solo appunti e cancellando gli svarioni, sentendoci appartenenti al consesso che è stato creato e che ci vede come figuranti, possiamo con fatica, sacrifici e sudore conquistarci il ruolo del protagonista.

Combattendo noi stessi, non gli altri, povere anime turbate quanto noi.

I signori che strapparono la tessera della Contrada, avevano rinunciato a fondersi con la natura rinnegando il desiderio di vittoria, l’appagamento della rivincita.

Riscatto che va preparato in silenzio, magari piangendo senza testimoni, ma aspettando con infinita pazienza che il seme piantato in autunno, gelato d’inverno, sbocciato a primavera, dia i suoi frutti in estate.

La natura è levatrice del patimento che fa maturare la coscienza, madre negata dal rapporto irriverente dei suoi figli.

Sempre trascinante e mai matrigna per chi le affida la propria vita e la modella sulla matrice dei suoi proponimenti.

Si devono lasciar per strada quei fratelli miscredenti che hanno la brutale volontà di capovolgere la sensibilità, l’umiltà di chi, invece, chinando le spalle per salvare la fierezza, procede sempre avanti, lasciandosi gli imbecilli dietro le spalle.

Non sarebbe servito a nulla cercare di convincere quei signori a non lacerare la tessera.

Nessuno può permettersi il lusso di perdere energie con chi è cieco, sordo, muto, che cambia reazioni e carattere a seconda del barometro della sua superficialità.

Nessuno può permettersi tempo da sprecare con gli imbecilli!

ll Capitano Clorindo Prastieri decise per quell’anno di scrollarsi di dosso il lutto della amarezza.

Organizzò una cerimonia che senza dubbio avrebbe determinato un ripensamento della capricciosa fortuna.

Agendo con positività si attira la risposta favorevole alle aspettative.

Ma non si deve ingannare la fortuna, dimostrando solo in apparenza una fede che non sia invece attaccata alle viscere e che, dunque, scorra dentro di sé.

Non era un caso, se il caso aveva voluto che per trentun anni la porta della vittoria fosse stata sbarrata alla Flora.

Non è importante il tempo dell’attesa, tutto arriva per chi sa soffocare l’impazienza, è invece determinante essere costanti, tenaci nelle prove e riprove a cesellare le sconfitte.

Per trentun anni la Flora non aveva saputo perfezionare il dolore della disfatta.

Distratta dall’accanimento, non si era messa in condizioni di nulla pretendere per avere tutto in cambio.

Clorindo era sicuro che il 1992 dovesse essere l’anno della preparazione del ciclo vincente.

Era necessario il fuoco per bruciare le vestigia di un passato che doveva essere sepolto e considerato soltanto come foriero di esperienza da onorare.

E l’amore, che è fede, determinazione, basta da sé a riscriverlo… il passato!

Un falò simbolico e reale, bruciò nel cortile del Maniero tutti i costumi indossati durante gli anni neri.

Bruciò anche il Maniero.

Un rudere diroccato, un tizzone di cemento sul quale ricostruire la fiducia.

Le opere di rinnovamento furono iniziate alacremente.

La sede sarebbe stata ricostruita più acconcia alla immagine della nuova Flora. Ogni Contradaiolo si tassò pesantemente per rifare il guardaroba e prevalse alla fine, sulla ritrosia, la speranza di ingabbiare la vittoria del Palio.

Come aveva avvertito il Capitano Clorindo Prastieri, non era scritto da nessuna parte che proprio da quell’anno, si sarebbe potuto raddrizzare la tristezza storta.

Venne il giorno del Palio.

La giornata era calda, gli affanni lasciati a rodersi da soli, la gente chiacchierina, la Contrada Flora piena di grinta.

Il cavallo Proteus pareva una scultura.

Anche i suoi simili erano impastati di forza e possanza.

Una sfida lucida, aperta ad ogni risultato.

Le prime due batterie con quattro cavalli in corsa, selezionarono i finalisti, tra cui anche Proteus.

Era più che una vaga possibilità che la Flora vincesse.

Tutti i Contradaioli erano in subbuglio.

Turbati, irrequieti, ansiosi, frementi, già predisposti all’urlo liberatorio che scarica la tensione velenosa, si facevano coraggio l’uno con l’altro.

Il Capitano, invece, appariva calmo come il mare quando ci si mette, per lasciarti galleggiare senza sforzo.

Il fantino Romano Castaldi, esibiva la giubba rossoblù con orgoglio.

Il Mossiere diede il via.

I cavalli partirono subito ordinati.

Iniziò la corsa, cominciò il supplizio.

Cinque sono i giri finali.

Lunghissimi nel viverli e un soffio nel ricordarli.

I cavalli, eroi per una volta, sprizzano velocità.

Le criniere nell’aria roteavano lucide, le code inarcate prima di penzolare come zavorra, erano linee che si dimenavano bizzarre, la folla un ammasso di cuori scoppiati.

Quattro giri e un fantino si era fermato.

Brutto segno, pagato da qualcuno contrario alla rinascita della Flora, cercava di ostacolare Proteus e Romano.

Aspettava, il fedifrago, che la coppia passasse per buttarle tra le zampe un grasso maiale.

Proteus scartò l’ostacolo rimanendo aggrappato alla sua posizione, ma al penultimo giro, fu costretto a cadere, dopo aver perso l’equilibrio della rotta vincente, non potendo fare a meno di scontrarsi con quel grasso maiale.

Due, i cavalli che lo superarono, lasciandolo agonizzante al suolo.

La sua fine era arrivata.

Venne il veterinario, gli chiuse gli occhi e gli sparò in mezzo alla fronte.

Romano singhiozzava come tutta la Contrada Flora.

Il Capitano Clorindo cercò invano di calmare la rabbia dei suoi Contradaioli.

Romano scorse il fantino traditore, cinico, mercenario.

Lo raggiunge e senza frapporre tempo, dal pensiero di vendetta all’azione, lo massacrò di botte.

Come uno straccetto pieno di polvere, fu calpestato dalla vergogna della Contrada che l’aveva prezzolato, mentre Romano prima di essere condotto in prigione, riuscì a sputargli addosso tutto il suo disprezzo.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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