Da L’Anima del Palio 31° novella L’INVIDIA


L’INVIDIA

Nel 1991 in Gran Priore Nicola Botterini fu al centro di un episodio poco chiaro. Era stato minacciato più volte prima che assumesse l’incarico di rappresentare la Contrada della Flora.

Minacce cadute nel vuoto ma intimidatorie e provocatrici di timori che non risultarono poi, del tutto immaginati.

II mondo mandava i suoi figli a spasso, in cerca di sopravvivenza e dignità.

File di disoccupati di colore, mescolanze di derelitti e transfughi da patrie matrigne e comprate da ambizioni immonde, erano la testimonianza di quanto il potere fosse soltanto una dilatata pancia da rimpinzare.

Capi di Stato corrotti avevano svenato la propria terra di ricchezze, dimenticando che, senza popolo, qualsiasi reggente non può tiranneggiare e sentirsi dunque, potente.

Anche a Legnano erano arrivati i miserevoli uomini dannati dalla loro transumanza.

Qualcuno trovò collocazione alla Contrada Flora.

La mano d’opera operosa, senza rifiutare un lavoro modesto ma nobile, era ben accetta.

Si discusse durante una cena sociale di razzismo, snobismo, antisemitismo. Tutti concordi nell’affermare la superiorità della persona, senza distinzione di casta e di ceto.

Tutte balle naturalmente.

L’abito fa il monaco, eccome!

Così la pensava anche il Priore di un’altra Contrada, un tipo scuro di idee e bianco di pelle.

Basso, tarchiato col sedere a papera, strizzato dentro pantaloni di una taglia inferiore e con addosso un gilet a scacchi giallo semaforo, camminava in modo particolarmente ondulatorio, non essendosi ancora abituato a dominare i sopratacchi con i quali cercava di rubare centimetri alla statura e di superare il suo complesso di inferiorità.

La voce stentorea di chi, si presume, sappia il fatto suo, spaventava.

Se si aveva la pazienza di aspettare e ascoltarlo con attenzione, andare oltre i suoni dialettali che uscivano dalla sua bocca, si doveva trattenere, a fatica, una risata spontanea, perché gli strafalcioni che ne sortivano, sembravano inventati apposta per divertire la gente.

Questo Gran Priore, ricco parvenu per un commercio di semi e miglio e concimi animali, non si doveva guardare allo specchio da molto tempo.

Oppure si piaceva talmente tanto da perdonarsi ogni disappunto, ogni aggrottata di ciglia, che provocava nei suoi interlocutori.

L’unghia del mignolo era allungata, si sa che uso ne fa il maleducato che la lascia crescere, se l’infila nel naso in pubblico per scaccherarsi, la fronte bassa e lo sguardo galleggiante.

Una caricatura d’uomo, bizzarro ma soprattutto analfabeta, venuto su a pane e presunzione.

Studi elementari, rozzo d’ingegno ma furbo, aveva edificato un conto corrente notevole.

La moglie, passata dal pascolare il gregge a dirigere una villa che era una subliminazione concentrata del pacchiano, del kich e dell’inutile, tappetta anche lei, grassa oltre misura, con le chiappone che strusciavano e si dondolavano disarticolate, arrossate dalla ciccia, ordinava a destra e manca con la sicumera dell’ignoranza.

La più grande miseria dell’uomo.

Una coppia tronfia, Aurelio Domineddio e Concettina, che si distingueva in prosopopea e superbia.

Aurelio non stava più nel gilet a scacchi giallo semaforo da quando era stato scelto come Gran Priore.

Che s’immaginava fosse questa carica!

Tant’è, la divisa crea dipendenza negli sciocchi.

E Aurelio si sentiva Gran Priore fino nelle ossa.

Era stato proprio lui a far giungere le minacce a Nicola Botterini.

Non tollerava che avesse accettato mano d’opera nera, extra comunitaria.

Per lui la razza bianca era l’unica che dovesse esistere.

Quei mangiapane a tradimento dovevano essere ricacciati da dove provenivano.

Si può chiedere solidarietà ad un tipo che è tutto corpulenta deficienza di stimoli e delicatezza?

La mente, ottenebrata  a mantice, da quello che vuole vedere e lasciar fuoriuscire, si chiude a qualsiasi moto di comprensione.

Chi si innalza dal coro, anzi chi stecca in quell’armonia di toni che dovrebbe essere il genere umano e crede solo in quello che tocca e che il risultato sia soltanto quattro per due + due, è perso da subito.

È come annaffiare una pianta seccata dal troppo sole, cercare tra le robinie una primula o voler cogliere una ciliegia da un pero.

Fatto è che Nicola cercò di incontrarsi con Aurelio per fermare quella emorragia di odio.

Il Capitano Nicola non era certo uomo da tirarsi indietro nelle discussioni.

Non una cima ma robustamente deciso a cantargliele chiare a chi lo contestava, spiegando le sue ragioni.

Faceva il massimo che la natura gli consentiva.

Non aveva posizioni intermedie da occupare, o vero o falso, o moglie o puttana, o uomo o frocio.

Non era cattivo: si attaccava alle stampelle della divisione categorica delle due facce della vita che conosceva.

Sapere che in mezzo ci sono tante sfumature, avrebbe bloccato la sua certezza di esistere.

È pur vero che ogni medaglia ha il suo rovescio, che ci sono gli avvocati accusatori e difensori, che la verità è una e trina, ma è pur vero che un arbitro, un giudice, un magistrato, una giuria, propendono da una parte piut¬tosto che dall’altra.

I piatti della bilancia scendono e salgono a seconda delle circostanze.

La giustizia quando arriva, trova incantamento e definizione nell’opportunità delle prove presentate.

Si può aspettare tutta una vita, la giustizia giusta.

Aurelio se la faceva da sé.

Nicola pretendeva l’assenso e il dissenso altrui, prima di conficcarsi un luogo comune dentro la testa.

Aurelio e Nicola si videro in un ristorante del centro.

Ognuno accompagnato da qualcuno.

Aurelio da una corte di giannizzeri a sua somiglianza, Nicola da amici di Contrada.

Nicola fu apostrofato come nemico.

Con tutti i disoccupati che c’erano in città, avrebbe dovuto licenziare gli errabondi e dar lavoro agli indigeni.

Un patto che avrebbe salvato la corsa della Flora, altrimenti da lì a poco, sarebbe potuta capitare una serie di incidenti a Nicola, al cavallo, al fantino, a qualche Contradaiolo della Flora.

Intimidazioni feroci, da picciotto prevaricatore.

Nicola non riuscì a contenere la discussione entro certi limiti.

Si infervorò mettendo a tacere Aurelio, che promise però di fargliela pagare cara.

Fu così che la macchina di Nicola saltò in aria, che il suo cane fu azzoppato, che la stalla venne incendiata, senza danni notevoli per fortuna, che un Contradaiolo fu pestato di notte, senza testimoni, che i cancelli del Maniero vennero saldati, che il giardino della Castellana venne irrorato da acido muriatico.

Fino a quando Nicola passò al contrattacco e rifece esattamente, senza però azzoppare nessun cane, quello che Aurelio aveva fatto.

Arrivò il giorno del Palio dopo una breve tregua, in cui tutto si cristallizzò preso al laccio dalla tradizione.

Aurelio ridacchiava sotto i baffi.

Nicola tentava di essere calmo, ma in cuor suo temeva il peggio.

E il peggio fu.

Al momento del via, mancavano all’appello il cavallo e il fantino della Flora. Con frenesia il Capitano Nicola si precipitò alla stalla.

Il fantino stava vomitando, coprendosi gli occhi.

Nicola entrato con irruenza fu subito davanti alla scena e si tappò la bocca, mentre lacrime di dolore scorrevano sulle sue guance.

Il cavallo boccheggiava, sgozzato sulla paglia bagnata dal suo sangue.

Arrivò gente, il veterinario pose fine a quello strazio, ma la corsa partì ugualmente.

Beffardo il Gran Priore Aurelio Domineddio, propose di far portare il nastro a lutto al braccio dei partecipanti.

Nicola sbiancato e corroso dall’odio che lasciò affluire fino a quando la saliva non divenne amara, si diresse verso la Contrada rivale.

Raccolse da terra un legnaccio quasi marcito e volle piantarlo negli occhi di Aurelio.

No, non estrasse la spada.

Troppo aristocratica sarebbe stata la morte, troppo acconcia ad un nobile Cavaliere in battaglia.

Aurelio era un animale e solo il legno avrebbe dovuto inchiodarlo alla sua bestialità.

Il ghigno di presunzione che aleggiava sotto i baffi di Aurelio, si trasformò in smorfia di terrore.

Incontrò lo sguardo di Nicola e capì che non avrebbe avuto scampo.

Tentò una fuga, ma Nicola lo prevenne.

Aurelio non fece in tempo a pentirsi, ammesso che ne avesse avvertito l’esigenza.

Morì bestemmiando, come una bestemmia era stata la sua vita.

La moglie Concetta, intanto strillava, gesticolando con le mani grasse ridondanti di anelli, massicci anelli con il brillante che catturava quell’ultimo raggio di sole mentre il marito si offuscava per sempre.

Annunci

Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
Questa voce è stata pubblicata in Bibliografia, L'anima del Palio, Libri e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...