Da L’Anima del Palio 30° novella LA BESTIALITÀ


LA BESTIALITÀ

Nel 1990 la Flora non avrebbe mai potuto aggiudicarsi il titolo, pur pervicacemente impegnandosi a conseguirlo.

C’erano state avvisaglie prima del mese di maggio, indizi premonitori del disastro che sarebbe poi avvenuto.

Un terremoto che lasciò intatta solo la commiserazione, facendo leva sulla rabbia che esplose compatta, determinata e feroce.

Ma ahimè, tardiva, a ricomporre dal caos, le tessere della normalità.

Il Mangino aveva una cinquantina d’anni.

Padre padrone fallito, trattava gli altri come oggetti da spostare a suo piacimento.

Un uomo tubo digerente, attento solo ai bisogni corporali, con un rifiuto totale al dialogo, a capire e a farsi capire.

Stolto, ignorante, calloso, emarginava il mondo, probabilmente intuendo da bestia, che il mondo stesso, interrogato, lo avrebbe rifiutato senza appello.

Gli erano sconosciute le parole e di conseguenza le sfumature dei pensieri.

Il suo vocabolario conteneva ordini, comandi, imperativi.

La moglie poveretta, una sensibilità l’avrebbe anche avuta, ma obbligata come era a servirlo per paura di essere picchiata una volta di più, non aveva tempo di ascoltarsi e di sbozzare la sua umanità.

Una ferita predestinata alla gangrena.

Efisio, il Mangino, viveva la vita come castigo da sopportare a testa bassa e da togliersi di dosso il prima possibile.

Beveva molto, giacché infelice, fino a quando la sua malvagità diventava frusta per seviziare la moglie Alma e i suoi figlioletti impuri, violati dalla assenza di una guida, di un testimone del bene e del male, del bello e del brutto, quali devono essere un padre e una madre.

Alma cercava di portare al di là del mare in tempesta la sua barchetta, sapendo che nessuno avrebbe mai soffiato sulla vela per aiutarla, che nessuno avrebbe mai creduto in lei, che nessuno l’avrebbe mai ammirata.

La sua solitudine era impenetrabile e disumana.

Eppure sperava in un futuro migliore per Giuseppe e Maria, le sue creature penalizzate da quel rottame di padre.

In Contrada, il Capitano sapeva con chi aveva a che fare e proprio in virtù della scarsezza di mezzi di Efisio, gli rinnovava il lavoro di volta in volta, per fargli guadagnare un po’ dì soldi e un po’ di fiducia in sé stesso.

La manciata di lire che Efisio si intascava, serviva invece a renderlo più borioso, più violento, avvolto dai fumi dell’alcol.

Efisio sfogava i suoi perenni malumori anche bestemmiando, non avendo pietà di nessun Dio, né fede in nessun uomo.

Tornato a casa una sera più ubriaco del solito, vivendo in promiscuità, in cattività dentro una stanza senza spazio per i sogni, prese a tormentare sua moglie, concupendola come una fessura, un vaso dove depositare i secreti della sua lurida virilità.

Come succede agli alcolizzati che hanno l’impulso sessuale, ma difettano di erezione, non riusciva a penetrare l’intimità straziata di Alma, che si ribellava seppur in silenzio, invocando la pace.

Efisio allora, colpì con forza la mascella di Alma che si frantumò.

La buttò giù dal letto facendola rotolare malamente sullo spigolo della pediera. Maria dal suo giaciglio si lamentò assonnata, forse preoccupata.

Giuseppe impaurito, si fece invisibile.

Efisio barcollando, cercò a tentoni l’interruttore e l’accese.

Alma respirava affannosamente.

Efisio buttò uno sguardo distratto ad Alma e si diresse, come folgorato da Satana, verso il lettino di Maria.

Tenera, raggomitolata sulle sue ginocchia, Maria spalancò due volte gli occhi per proteggersi dalla luce improvvisa e per tentare di capire come mai fosse stata svegliata.

Era intontita dal sonno e non protestò, avvezza agli schiaffoni del padre, non tentò di proteggersi quando lui le si avventò contro.

Fu strappata dal futuro migliore che la madre sperava per lei, con una forza tanto più brutale quanto più incestuosa.

Capì in fretta, troppo, che si nasce e muore soli e che le sole carezze che si ricevono da una vita sciagurata, possono essere soltanto graffi.

Efisio le entrò dentro deturpando perennemente la sua anima, la dilaniò con la sua sessualità sporca, laida, malata, mentre Maria urlava di dolore e di terrore, imparando in quel preciso istante ad odiare, senza avere mai imparato ad amare.

Le tagliò le ali, Efisio, brutalizzando una età, quattro anni che avrebbe invece dovuto essere condotta da mani gioiose e da palmi aperti.

Alma e Giuseppe tentarono un soccorso che separò nettamente e definitivamente la famiglia, semmai lo era stata.

Efisio non si rese conto di quanto fosse marcio, mentre sazio di merda, sprofondò in un letargo che dissolse la sua colpa: di essere nato e non ancora morto.

Nessuno si recò a denunciare il fatto, Maria non fu neppure aiutata a soffrire, a ricordare,  per liberarsi di quel freno che l’avrebbe tenuta a terra per sempre.

Semplicemente fu messo tutto a tacere, anche la mandibola rotta, anche la deflorazione, anche la violenza sessuale, anche l’incesto, anche la vergogna.

Solo un medico del pronto soccorso, inutilmente, richiese ragioni degli ematomi, delle percosse, della emorragia, dello choc.

Fu convinto e rudemente però, a farsi i fatti suoi.

Efisio continuava a recarsi alla stalla per accudire il cavallo del Palio come se non fosse successo niente di anomalo, proprio perché per lui, il mutismo, l’afonia della sua coscienza era l’assoluta normalità.

Al Capitano che aveva sentito dire in giro di un incidente occorso alla moglie e alla figlia e che si informava sullo stato della loro salute, Efisio tagliando corto, rispose che stavano ormai bene, evadendo le domande dirette.

Venne il grande giorno.

Tra i Paggetti e le Damigelle c’era un cherubino di nome Cristiana, quattro o cinque anni, portati con splendore.

Piena di vita, di curiosità, di candore e di confidenza con gli adulti che sarebbero stati ore ed ore ad osservarla, accontentandosi di percepire che con un esserino così perfetto bastava essere dalla parte del pubblico, Cristiana pervasa dall’energia di chi sa mordere la vita, sputandone la buccia amara, non stava mai un attimo più del suo necessario, ferma e catturata in un posto.

Le sarebbe servito un amorevole guinzaglio, per tutelare il suo entusiasmo, troppo vivido per la sua età.

Sgusciava dalla vista della madre con una celerità fulminea, sempre in cerca di far sue le scoperte della vita, svelando i miracoli che fino ad allora, le avevano narrato le favole.

Curiosa, dai mille perché che non risolvono i rebus della nostra esistenza, ma che formano le impronte del nostro andare, si trovò davanti alla stalla, davanti ad Efisio.

Efisio stava lustrando il cavallo dopo un’altra abbondante bevuta, per annegare la sua emarginazione.

Efisio vide in Cristiana tutta la purezza che aveva rinnegato, ne subì il fascino desiderando immediatamente insozzare quel candore.

Da furbo, prestò attenzione a Cristiana che lo tempestava di domande. Cristiana entrò nella stalla, uguale a quella dove, una volta, dicono sia nato Gesù Bambino.

Sulla greppia Efisio tentò il vizio di profanare la sacralità dell’infanzia.

Disse a Cristiana che le avrebbe insegnato un gioco da adulti, intuita la sua voglia di essere grande.

Un gioco che forse le avrebbe fatto un po’ male.

Doveva solo lasciarlo agire, lei ferma a guardarlo mentre si sbottonava i pantaloni ed esibiva un pene che non si imbarazzava.

Lei sdraiata con le gambine aperte e poi, dopo un po’ di sangue, avrebbe sentito piacere e lo avrebbe ringraziato del regalo che stava facendo a lei, la privilegiata.

Cristiana si incantò davanti a quel mozzicone di carne, che maneggiato da Efisio, sembrava ingrossarsi e, irretita, aspettò che il gioco iniziasse.

Lei davvero voleva crescere subito per avventurarsi da sola nelle storie che avrebbe vissuto e fatto vivere.

Che si facesse in fretta!

Un angelo perbene, non volle che Efisio uccidesse un’altra speranza.

La mamma stava cercando Cristiana con angoscia.

La trovò vicino al cavallo, dietro le spalle di Efisio che si stava avvicinando a Cristiana, come fa il maiale alla ghianda.

La mamma vide la patta sbottonata, strappò Cristiana dal ruolo di vittima, appena in tempo e urlò con quanto fiato aveva in gola.

Accorsero altri Mangini, accorsero i Capitani delle altre Contrade.

Il cavallo spaventato dalle urla e dal chiasso che ne conseguì, finì col rompere, dopo, in corsa.

Efisio fu massacrato di botte dalla gente che, messa a nudo da un patimento collettivo e rappresentato pubblicamente, sente sempre il peso della responsabilità e reagisce con ira incontrollata, reputando che, se si comportasse con minore foga, potrebbe trovarsi seppur indirettamente, coinvolta nel disprezzo laico di chi vede.

Efisio entrò in corna prima che la polizia fermasse, di malavoglia, il linciaggio. Aveva incontrato il suo castigo come aspettava da sempre.

Purtroppo, era prima riuscito ad essere carnefice e padre padrone di troppe vite, senza peraltro possedere la sua.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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