Da L’Anima del Palio 29° novella L’OSSESSIONE


L’OSSESSIONE

Nel 1989 sarebbe stato meglio fare soltanto la cronaca e non il commento di quello che successe e che impedì alla Contrada Flora di arrivare alla sospirata vittoria.

Lasciare le cose come stavano senza analizzarle, filtrarle con la sensibilità e penetrare così l’orrore, lo stordimento che sconvolse la gente, pubblico involontario di uno spettacolo agghiacciante.

Raffaele Capeni, il Capitano aveva una nipote, Learda Stocchi, figlia di sua sorella, che era un sogno.

Sedicenne, con il prato della vita davanti verdissimo e incalpestato.

Si proiettava nella sua dimensione di donna, con impazienza tenuta a freno dal gusto che aveva di sentire il tempo scorrerle addosso con tutte le sue sorprese.

Sapeva vagamente, che si sarebbe dovuta ricongiungere con il buio dal quale era stata partorita.

La traccia sulla quale depositiamo, lasciamo cadere i nostri pensieri, le nostre azioni che si aggrovigliano fino a diventare la macchia del vissuto.

Noi apriamo l’armadio che ci viene regalato e ogni giorno preferiamo indossare le vesti che più si adattano al nostro umore.

A volte sbagliamo e per punizione patiamo il ridicolo della nostra sbadataggine.

Gli abiti non possono essere cambiati a seconda del nostro libero arbitrio.

Quello è il corredo e il massimo della nostra possibilità di interpretazione, è la scelta di un panno piuttosto di un altro, messo in bella fila da quel birbone di un sarto che è il destino.

Certo, ci sono tanti capi e tanti colori.

Potrebbero bastarci a sfilare con soddisfazione, magari potremo ricevere un applauso per il nostro stile, ma ahimé la moda cambia e noi ci affezioniamo, a volte, ad un vestitino di mercato che si riduce in brandelli quando non ce ne accorgiamo e risultiamo patetici.

Raffaele Capeni, senza figli, amava teneramente la nipote e la considerava anche sua, avendo contribuito ad allevarla.

Generalmente facciamo in modo che i figli si stacchino da noi per ribellione.

Non abbiamo la tolleranza, la pazienza di farci toccare dalla loro visione della vita.

Li gestiamo come appendice nostra, come pacchi, come belle statuine da porre, deporre, collocare senza immedesimazione.

I bambini devono essere comodi, non sporcare, non urlare, non chiedere, non dar fastidio.

Bruciamo la speranza, li violentiamo costringendoli dentro una gabbia arroventata dal nostro egoismo e quando finalmente loro possono difendersi e reagire, cadiamo dalle nuvole e ci meravigliamo se ci abbandonano, se ci rifiutano, se ci lasciano.

Padri e madri, diventano assassini bianchi che pretendono riconoscenza per tutto quello che hanno speso in moneta e per tutto quello che hanno investito per ambizione di riscatto dalla loro superficialità.

I bambini non sono amati perché nessuno ha insegnato ai genitori ad amarli.

II delitto si perpetua e l’esecrabile equivoco si legittima.

È possibile assistere senza intervenire alla scena che vede un genitore alzare la mano per sculacciare un bimbo?

Quella mano va tagliata, mozzata di netto.

Bastano le parole, il dialogo per crescere e capire insieme e spezzare le catene di ciò che fu fatto a noi.

Non importa se in buona o cattiva fede.

Learda era una privilegiata.

Pur essendo orfana di padre, il fratello del Capitano della Flora, era diventata grande, come tutti dovrebbero diventare.

La madre intensamente disponibile, sapendo quante responsabilità le gravava sulle spalle.

Doveva essere una testimone del tempo e trasmettere a sua figlia, la comprensione degli enigmi umani.

Lo zio si era assunto il compito di fare le veci del padre. La mancanza della figura paterna, era diventata così, meno pesante.

Learda possedeva il seme dell’amore universale, base primaria sulla quale sviluppare le sfumature di ogni altra tipologia d’amore.

Era priva di nevrosi che spingono invece i labili e gli inaffidabili a giocare con la carne umana, presa come involucro da graffiare, tormentare e rendere duttile per la propria confusione mentale, escludendo la possibilità di curarsi dell’anima, penetrando al nocciolo della personalità con la quale combaciare.

Che è indossare lo stesso abito, paludarsi con identiche nuances, anche se i costumi hanno foggia diversa, giacché lo stilista che ci veste, non taglierà mai due drappeggi e scollature uguali.

Raffaele aveva chiesto alla nipote di partecipare al corteo del Palio.

Learda accettò con entusiasmo considerando quell’offerta come il battesimo per il suo debutto nel mondo degli adulti.

Era eccitata, avrebbe dovuto ricordare una eroina medioevale di nobili origini.

La stoffa che acquistò era un incanto di trama e tessuto.

Arabeschi d’oro, il fondo bianco: una esplosione d’eleganza che l’avrebbe resa bellissima.

Lei di suo, ci mise la postura altera delle femmine consce del proprio fascino.

Si ingegnò a camminare con i pesi sulla testa per risultare sciolta e aggraziata. L’andatura divenne irreale.

Quella colomba bianca e innocente si apprestava a divenire preda di un falco.

Venne il giorno del Palio.

Come una sposa o forse come una bambina che non dorme la notte precedente al Natale, Learda indossò il suo sudario.

La coroncina in testa, il soggolo a esaltare i suoi lineamenti classici, le maniche lunghe a coprire la pelle liscia, gli occhi brillanti e roridi di compiacimento, Learda si presentò candida nella piazza dove la mattina stessa, il cardinale parato liturgicamente a festa, aveva benedetto i cavalli.

Un tripudio di tifo, una interrogazione sul vaticinio tradizionale che prevede vincitrice la Contrada sulla quale le colombe in volo, liberate dalla prigionia, andranno a posarsi.

Lo stormo di colombe si diresse verso la Flora e gli alti rappresentanti della Contrada presenti alla cerimonia, esultarono, non più imperturbabili.

Il 1989 aveva le premesse propiziatorie per incontrare l’emozione che solo l’attesa, la dilazione, il ritardo e poi il raggiungimento della vittoria, riesce a provocare.

Raffaele Capeni lasciò l’equilibrio a casa, la sua mente era chiara, senza condizionamento alcuno.

Aveva perso le rughe del dovere, aveva trovato la freschezza della trasgressione.

I fili della recita tenuti in pugno e la motilità dei muscoli facciali non più repressi dalle convenienze, facevano sembrare il Capitano un ragazzo al suo primo appuntamento.

Vedeva, osservava, si liberava.

Il gorgoglio del piacere di ritrovarsi vivi, interi e pieni della propria solitudine, quando questa solitudine non è un rifugio angoscioso, una tana nella quale essere spinti dalla emarginazione, ma una scelta, aveva reso ebbro Raffaele.

Le Castellane, i Paggetti entrarono nel campo salutati da ovazioni entusiaste.

Il mormorio che accompagnò il passaggio di Learda, costrinse Raffaele ad accorgersi di lei come persona e non già come nipote.

Raffaele nascose il battito impazzito del suo cuore sotto il mantello che arrovesciò sulla testa, prima di chiudere gli occhi e decidere se accettare o combattere quella rivelazione che l’aveva già così totalmente disfatto.

La forza che l’immagine di Learda emanava, unica Eva che da quel momento in poi avrebbe potuto ammaliare, sedurre, conquistare Raffaele e lui ne era perfettamente conscio, colpì, come l’uppercut finale stende il pugile inaspettatamente, la fibra del Capitano.

Seguì l’istinto, Raffaele. Andò incontro a Learda e prendendo fiato, non ragione, si rese conto che quella ragazza non avrebbe potuto appartenere a nessun altro.

Il mondo non avrebbe capito.

Cerberi ad impedirgli l’ingresso in Paradiso, sarebbero state sua moglie e sua cognata.

Non c’era altro da fare.

Giunse davanti a Learda che lo accolse con un sorriso radioso in cerca della sua approvazione.

Raffaele l’abbracciò, estraendo il pugnale.

Lo infilò tra le scapole di Learda mentre un filo di sangue imbrattava quella stoffa bianca.

Un arabesco spiccava sull’oro degli altri.

Era rosso e pulsante.

Learda si accasciò mentre un manipolo di curiosi si appropinquava.

Raffaele inebetito ripeteva che lo doveva fare.

La Contrada rammentando il volo delle colombe bianche, capì che non aveva voluto significare la vittoria del Palio, ma anticipare l’ascesa al cielo di una anima perfetta.

E, ammutolita, si ritirò dalla corsa per non farsi scoprire a piangere.

Annunci

Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
Questa voce è stata pubblicata in Bibliografia, L'anima del Palio, Libri e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...