Da L’Anima del Palio 28° novella L’OSTENTAZIONE


L’OSTENTAZIONE

Nel 1988 la Contrada Flora organizzò la cena propiziatoria con accurata meticolosità.

Il Capitano Alfredo Gibiani, solido uomo d’affari, con villa in zona residenziale, moglie casalinga e repressa e figli proditoriamente avviati alla sufficienza, alla monotonia della mediocrità, doveva far bella figura con la minima spesa.

È connaturato al carattere degli incolti e tuttavia curiosi di sapere senza tentare di mettersi in fila per imparare ad affinare il cervello, studiando, indagando, essere ipocriti.

Il soggetto siffatto è davvero quello che si compra la biblioteca a metri per arredare la sua idea intellettuale.

Ha tutto, i danéé, le brave figurine della famiglia a sua immagine e somiglianza, la carriera che procede, troppa ostentazione, amici invidiosi che Io cercano per fare un giro in barca a sue spese, la possibilità di vacanze natalizie ai Caraibi, le foto da mostrare come medaglie di superiorità, una amante che lo aiuta ad edificare il monumento al suo ego, i fine settimana nella casetta in campagna.

Ma non ha testa, non si è elevato e quindi non può capire e sottolineare la sensibilità, il dialogo, il paragone tra sé e chi invece di avere un costo, ha un valore.

Cerca allora di mostrarsi deciso ad avere ed offrire il meglio, ignorando quale sia, senza però essere disposto a pagarlo quanto valga.

Alfredo intrigò tre amici della sua stessa levatura e ottenne buoni pasto in catering, vino dal sapore annacquato che procurava un immediato mal di testa prima di intorpidire le membra, tovaglie di carta come i bicchieri e i piatti, mazzetti striminziti di fiori a rendere più evidente il divario tra le tavolate medioevali che quel convivio avrebbe dovuto ricordare e la realtà di una specie di picnic, contrabbandato per cena sociale.

Era rigorosamente richiesto l’abito scuro.

Un controsenso.

Serviva una corposa dose di fantasia per calarsi nell’atmosfera commemorativa e intravedere ospiti antichi alle prese con cosciotti di agnello, grappoli d’uva, dolci al miele, coppe ricolme di frizzanti vinelli.

Non n si poteva sentire la musica delle arpe di allora: si era immersi in un cicaleccio pettegolo, inutile e infantile.

Che strano, la maggior parte degli individui passa tutta la vita senza perforarla. Individui impermeabili al freddo e al caldo del sentimento.

Crede di realizzarsi, invece sguscia da una irriverenza all’altra, isolandosi dall’umanità.

Dona a volte qualche spicciolo di carità o regala inginocchiatoi al prete della sua parrocchia, arriva a lasciare in eredità al parroco la sua pinacoteca, orribile, per avere una targhetta che testimoni la sua magnanimità.

Ma non si educa, né riflette la sua fatica di crescere in nessun vetro che lo circondi.

Accumula roba e non aumenta il suo spessore.

Pretende tutto, riverenza, rispetto, considerazione, ma non cattura amore. Divide la gente, anzi il suo pubblico, in sottoposti e in stronzi, quelli che sfuggono al suo controllo e non gli obbediscono.

Timbra il cartellino per non trovarsi spiazzato.

Organizza i suoi ritmi per non rimanere angosciato a battersi con l’imprevedibilità.

Due ore per mangiare, una alla settimana per dedicarsi ai doveri coniugali, tre per giocare a tennis, sette per dormire, dieci per lavorare, mezza per concedersi il lusso di una amante a cui fare qualche regalino in nero per non scoprirsi troppo, pianifica il colloquio con i figli senza dannarsi e senza sapere cosa dire ed è felice.

Furbo, contento delle sue azioni per aver imbavagliato la parte selvaggia dell’impulso vitale.

Tra gli invitati del Capitano Alfredo Gibiani, c’erano anime sciolte.

Miranda Granieri, una ragazza disperata perché non trovava corrispondenza ai suoi aneliti negli imbecilli che le giravano intorno e Gianni Rubertio, lo scudiero più fedele che la Flora avesse potuto mai avere.

Venti e trenta anni: la decina di compleanni di differenza, equilibrava le loro misture.

L’approccio di Miranda era aggressivo, già maturo, le reazioni di Gianni svelavano la ricerca di serenità.

Destinati, era scritto, ad incontrarsi e a scontrarsi.

Gianni non sentiva l’esigenza di carriera.

Non era predominante in lui, essere temuto, disporre del potere, ma reputava fosse più saggio, essere potente nei confronti della paura.

Si considerava di passaggio, provvisorio in ogni fase della sua vita, in attesa della sua compiutezza.

Miranda era figlia di Alfredo.

Un handicap fortissimo che bloccava l’evoluzione della sua mente e paralizzava le sue aspirazioni.

Non poteva sciogliere il cappio sul suo collo per ribellarsi a suo padre, infrangendo così, tutti i dettami a cui era stata votata.

Alfredo non avrebbe mai accettato che Miranda si scegliesse da sola, le scarpe per camminare.

Lui le aveva comprate e poteva al massimo risuolarle, questa era la sua funzione.

Miranda avrebbe dovuto calzarle con riconoscenza.

Le scarpe erano di una misura inferiore alla pianta del suo piede.

Strusciava il cuoio stretto, sulle sue dita e le rendeva callose, quando il dolore era già abitudine.

Miranda voleva correre a piedi nudi.

Ferirsi il tenero tallone con i sassolini dell’acciottolato, spaccarsi la carne con i chiodi arrugginiti, scivolare sull’erba, bruciarsi nel tentativo di non rimanere attaccata ai carboni ardenti.

Gianni aveva la piuma per solleticare il dorso del piede e i calzari per compiere salti mortali, provando a volare.

Il clic scattò e fu un parlarsi con grazia, inserirsi l’uno nel mondo dell’altra, gesticolare con padronanza e successione naturale di incontri.

Potevano, da quel momento, viaggiare a braccetto, spogliati dei dubbi, vestiti di sensazioni gratificanti.

I commensali, privi delle lenti a contatto, della profondità, dunque miopi e presbiti, non si accorsero del miracolo.

Semplici comparse, rimasero a far da tappezzeria all’evento di quell’incontro.

Alfredo stesso non si accorse di nulla.

Per lui, l’ovvietà era la normalità.

Non si fece custode, né guardiano. Fu spiazzato e mosso, da lì nel tempo che seguì, da azioni finalmente indirizzate dalla volontà, anche se altrui.

Miranda e Gianni si rividero, fino a quando sentirono di appartenersi.

Alfredo si preparò al giorno del Palio, dissolti i fumi della grande cena, ubriaca di povertà, Alfredo soddisfatto di aver convocato tutta la Contrada, di aver ingozzato i suoi invitati con precotti.

Si preparò con la stessa imperturbabile calma che elude i misteri, trentatré, come gli anni di Cristo, inchiodato dall’invidia sulla croce, trentatré come i grani del rosario che allontanavano la Flora dalla vittoria del Palio.

Concentrato nella riuscita della corsa, scelto il fantino per cavalcare la sua apparenza di imperterrito Capitano, selezionato il cavallo, mezzo per giungere primo alla gara della superbia, fu distratto da tutto il resto.

Si rinchiuse negli ordini che impartiva, si disseccò nella aridità della presunzione, tagliò i contatti con la sua famiglia.

Miranda e Gianni crescevano d’intensità, stavano creando la via d’uscita, per la loro fuga dall’ovvio.

Si accordarono sui modi, lei aveva raccattato in valigia il superfluo, Gianni era il solo necessario e sarebbe letteralmente scappata di casa, senza neppure cercare di spiegare le ragioni del suo proponimento.

La madre poco propensa a battagliare, non sarebbe uscita dal suo guscio.

Il padre l’avrebbe annullata.

Finito il Palio e che il cielo vegliasse su di loro, concedendo la sospirata grazia di vittoria, tanto da affievolire il rancore che Alfredo avrebbe vomitato, Miranda e Gianni, già con i bagagli in macchina, si sarebbero allontanati per sempre dal provincialismo.

Il giorno del Palio arrivò puntuale.

Miranda si sedette nel palco dei Gibiani, Gianni passeggiava avanti e indietro al di qua della rete di recinzione del campo.

Alfredo si destreggiava a destra e a sinistra nel tenere i fili della rappresentazione storica.

I presenzialisti si catapultavano senza sosta dal Nord al Sud, per salutare ed essere indicati come appartenenti di diritto alla coreografia.

I cavalli stavano ansimando al Canapo che il Mossiere con un gesto deciso abbassò.

Avvertivano l’odore acre della sfida, pungolati dall’ambizione dei fantini.

Pronti a fare il loro dovere, anche a costo di rimetterci la vita.

Un afrore umido, l’odore della gara avvolgeva bestie e uomini, confondendo i confini delle diverse nature.

Il via era scattato, frementi i cavalli danzarono la loro pulsione, non preoccupandosi della bava che intrideva la lingua.

I fantini sdraiati sulla schiena dei puledri, a formare una unica sagoma, si tendevano nello sforzo di raggiungere la meta.

Effettivamente il purosangue della Flora sembrava superiore. Conduceva la corsa con padronanza di stile e di capacità.

Miranda ne approfittò per sgattaiolare via dal suo posto, per incontrarsi con Gianni.

Voleva patire altre emozioni segrete, condividere il suo languore con lui. Insieme affrancati dalla miseria del prevedibile, si stagliavano nell’accozzaglia che li circondava.

Alfredo pur preso dalla corsa, riuscì a vederli mentre sì baciavano, attaccati e persi. L’uno dentro l’altra, in piena fusione di umori e di anime.

Piombò accanto alla figlia, irruente e padrone.

Li staccò e mentre chiedeva lumi per quel comportamento così ardito e sfacciato, Gianni lo stordì con le sue parole.

Preso alla sprovvista, domandò la mano di Miranda.

Alfredo non si degnò neppure di rispondergli. Strattonò Miranda, appioppandole un rabbioso manrovescio.

Gianni reagì e si scagliò contro Alfredo che cadde al suolo malamente. Indignato per l’affronto, picchiò Gianni che si ritrovò sanguinante e inerme.

Miranda scorse un martello sul muretto del campo e lo impugnò come una clava.

Uccise lei Alfredo, il padre seminale che non era riuscito a farsi voler bene.

Un fendente mirato, liberatorio che paralizzò l’incredulità di Alfredo nell’accorgersi di essere mortale.

Gianni protesse Miranda dalla riprovazione della gente. Le fece scudo con il suo corpo.

Miranda riuscì a divincolarsi e a scappare in campo.

Fu evitata per miracolo dal fantino della Flora che però, perse le briglie e fu lanciato ai margini della pista.

Il cavallo, rotta l’andatura, prese la via della stalla.

Gianni recuperò Miranda in lacrime e attese la polizia.

La madre svenne rendendosi conto d’essere vedova. Una foglia staccata dal ramo e sospinta dai refoli di vento.

Miranda non fu trattata troppo duramente,  quando venne processata.

Gianni l’attese pazientemente.

Miranda orfana, si riconciliò con la memoria di Alfredo, avendo imparato ad essere madre e padre di se stessa.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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