Da L’Anima del Palio 27° novella L’IMPUDICIZIA


L’IMPUDICIZIA

Nel 1987 la Contrada Flora fu al centro di un episodio che fece girare il soffio della calunnia fino a trasformarlo in tromba d’aria.

Caterina era la Castellana acqua e sapone, che in dote portava la castità, l’unica virtù che porta alla pazzia.

Carina, biondina, bianchissima e cerulea, sottomessa e votata al servizio del suo futuro marito, celava dietro l’atteggiamento perbene, un tormento che incideva la sua carne, fino a farla irrequieta.

Era vergine: troppo carenti di stile i suoi aspiranti fidanzati.

Si sarebbe concessa ad un imperatore.

Si era prefigurata, senza malizia, peraltro, di ottenere il meglio, il massimo dal mercato maschile.

Lo voleva, il compagno, bello, intelligente, ricco, spiritoso, affascinante e leader.

Lei avrebbe immolato la sua servile dedizione, la sua insicurezza e la sua verginità al maschio più potente che l’avesse griffata come appartenente allo stato sociale più elevato possibile.

Corsi di educazione domestica, studi umanistici, scuola di portamento e cucina, si era preparata ad abitare un castello, non un focolare.

Tutto a modo, grazia, taglia, lineamenti: l’impatto sul mondo, il suo, era decisamente positivo.

Caterina lasciava intendere di covare anche la passione senza però spaventare troppo l’interlocutore.

Seduceva con la promessa di potere imparare tutto per devozione.

Nel chiuso della sua camera da letto, quando era rosa dall’impeto della libidine, si masturbava furiosamente e godeva nel leggere libercoli elementari dove la lascivia e la lussuria erano spinte al parossismo.

Lei covava la religione di essere legata al letto, percossa e costretta alle più fantastiche prestazioni sessuali.

Doveva essere guidata da un uomo perverso e soprattutto non avrebbe dovuto doveva vedere ciò che  le stava accadendo.

Una benda sugli occhi e impossibilitata alla difesa…

Avrebbe mai trovato cercando nell’universo, un amante sfrenato come se lo aspettava o avrebbe dovuto rassegnarsi a pretendere ufficialmente soltanto un robusto principe azzurro tutto casa e famiglia per accoppiarsi con un tipo quale lei lasciava trapelare, fosse?

Caterina aveva freni inibitori troppo potenti. Che senza l’innesto della dolcezza, arrestavano il processo interiore che l’avrebbe portata ad agire di più e ad immaginare meno.

Come molti di noi che non seguono il dipanarsi del filo raggomitolato dentro e si trovano attorcigliati nei nodi, invece di disfarli con pazienza infinita, per poter infilare l’ago che rammenderà i nostri strappi.

Caterina aveva paura nel far vivere la sua parte sessuale e così si disperdeva nell’appetito onirico per non affrontare il rapporto a due.

C’è sempre qualcuno, che scafato, malvagio ci ruba la nostra distonia.

Elia Laggiani il Gran Priore della Flora si mise a corteggiare Caterina spinto dall’ossessione, quella vergine doveva rinfoltire la collezione delle sue scopate.

Una vergine si pagava a peso d’oro nei letti della pornografia.

Lui poteva prendersi questo privilegio, gratis.

Cosa se ne fa un uomo di un imene?

Nei suoi ricordi di conquista, l’imene diventa un drappo per coprire il suo marciume. È la verità.

L’infilzatore della prima volta, senza amore, (che piacere deve essere!), è identico al pedofilo.

Pervertimento totale, gusto che nasce dalla violazione, orgasmo che scaturisce dal turbamento e dall’invasamento di essere anormali  che non sanno cercare e trovare antidoti, alla propria vergogna.

Elia ci si mise di buzzo buono, un tarlo che con presunta delicatezza, concupiva Caterina, il frutto goloso e proibito, cercato dalla cupidigia, aspetto di una sola morbosità.

Quella di essere sporchi, opachi, subdoli sapendo di esserlo.

Elia era un ladro, Caterina il bottino.

Il Gran Priore sussurrava il suo stordimento alla Castellana, che mascherava con continui rossori quelle laide profferte, e nel contempo ahimè, rimaneva invischiata nella melassa.

Da sola rimuginava scene infuocate, sarebbe stata disposta ad essere vestita di pelle, poteva osare fantasticare di vedersi in guepiere bianca e senza mutandine.

Sì apriva, spingendo in avanti il suo pube immacolato, pronta ad inarcare le reni per ululare di sudore soddisfatto.

Rifiutava questi richiami ma non poteva far a meno di pregustarli.

Elia era scapolo e dunque un possibile marito.

La posizione sociale era rilevante, gli mancava nella faretra del carattere, la freccia della lealtà.

Qualcosa di viscido, anzi d’oscuro lo rendeva ambiguo. Ma pochi se ne accorgevano.

Caterina era tentata di lasciarsi andare ma il disegno che si era ostinata a  creare, la teneva ancorata ai suoi propositi.

Non era pronta a sovrapporre quello che sapeva di sé, a quello che invece intuiva.

Elia parlava la lingua volgare dell’amore.

Questo avviene solo quando l’amore se lo può permettere, non certo durante i primi timidi tentativi di copula.

In quei momenti, i passi che ti spingono alla donazione totale dell’amore che nasce con te e migliora a gradi con l’accettazione della tua sessualità, slegata dalle cristiane raccomandazioni a non peccare da soli e in compagnia, ma a congiungersi soltanto per procreare e non per piacersi e piacere, i passi dunque, sono lenti e nascosti nell’alibi del grande supremo, eterno amore.

La scusa che ti fa sopportare la prima penetrazione dalla quale scaturirà col tempo, con molto tempo, la consapevolezza che incontrarsi, prendersi e lasciarsi per continuare le proprie intime ricerche, non dovrebbe paludarsi di grandi promesse e di barlumi d’eternità. Ma tant’è!

Caterina osava accostarsi al fuoco fino a scottarsi.

Elia soffiava su quel fuoco senza rendersi conto che ne sarebbe morto ustionato.

Una sera, a ridosso del giorno del Palio, il Gran Priore riuscì a convincere la Castellana a salire sulla sua automobile.

L’avrebbe riaccompagnata a casa, poteva fidarsi, era in buone mani.

Caterina saltò il precipizio, si disse che sarebbe successo quello che doveva succedere.

Elia le propose un drink a casa sua. Caterina sulle prime si negò, poi sospirando accettò.

Era pudibonda e impudica. Elia invece scoppiava nei pantaloni.

Le regole del cazzo sul quale ruotano i pensieri dell’uomo, sono preistoriche, e vanno accettate così.

L’uomo considera la donna per scopare, la donna scopa per essere considerata.

Che distanza siderale!

Eppure il perno per equilibrarsi c’è, non respingere la differenza, ma sviscerarla perché il maschio si integri nel mondo femminile, la femmina perché coordini il mondo maschile.

Non ribaltare i ruoli, la scopatrice assatanata è molto uomo e il timido senza iniziativa è molto donna.

Con persuasione tentatrice, Elia proiettò filmetti sbavati che fecero pulsare il cervello di Caterina.

Quello era il pene! Quello era il cazzo!

Che bramosia di toccarlo! Quelle bocche che suggevano dalla pelle gonfiata il nettare dell’orgasmo, come potevano poi sorridere?

Non si sentivano perennemente bagnate dallo sperma?

Come potevano baciare la madre, il padre o i figli?

La castità era una gabbia scomoda.

Serpeggiava nelle vene di Caterina, uno sconvolgimento innaturale.

La fregola le premeva violentemente dentro il petto.

Ansimava mentre tutto di lei che taceva, urlava la voglia di darsi.

Elia sapeva il fatto suo.

Tolse dall’armadio proprio una guepiere bianca e pregò Caterina di indossarla. Lei ubbidì all’istante.

Le sue visioni si stavano realizzando in gesti rallentati che compiva, ipnotizzata dalla voce di Elia ma anche dal suo grido, che le faceva precipitare il sangue a cascata, nelle vene.

Si sentì sensuale e fu allora che Elia la abbracciò cullando i suoi tremori, carezzando le sue paure.

Caterina si sciolse, si abbandonò, rendendo elastici, morbidi i suoi tessuti.

Elia la legò al letto, senza forzare la situazione.

Le bendò gli occhi con una sciarpa di seta rossa.

Caterina dimenò il suo desiderio, assicurandosi che in effetti voleva rimanere nell’oblio dell’innocenza, quando innocente non era mai stata.

II gioco delle parti si rovesciò.

Caterina divenne il burattinaio ed Elia il burattino.

Caterina anelava congiungersi, avendo ripudiato la sua verginità, Elia aveva abiurato il suo ruolo di predatore.

Come supplicava, pregava la Castellana di essere presa e come si rifiutava invece il Gran Priore di profanare quel corpo.

La scena era di un languore indicibile.

Elia singhiozzava ai bordi del letto, pentito e illuminato finalmente dalla coscienza che, invece nel caso di Caterina l’aggrediva e la indirizzava alla foia del sesso.

Elia la pregò di avere pazienza, perché no, davvero non ce la faceva.

Si mischiarono i due umori della vita, la carnalità e la spiritualità.

Elia fu vittima di se stesso, si innamorò della Castellana, ormai  avviata al solo piacere , che decise di farsi scopare dal Capitano della Contrada, Martino Guernati, uomo privo di qualsiasi delicatezza.

Elia lo venne a scoprire proprio il giorno del Palio.

Caterina era più rotonda, le linee del corpo più armoniose. Intrise dalla rugiada del godimento della femminilità.

Elia era arcigno invece per le privazioni che la sua voglia gli infliggeva.

Caterina quando Elia le propose un matrimonio veloce, giacché non resisteva a bagnomaria, gli rispose che avrebbero avuto tutto il tempo necessario per conoscersi e fare all’amore prima del matrimonio.

Spiegò ad Elia attonito, che aveva perduto la verginità con un altro, perché lui si era rifiutato di prenderla, quanto fosse contenta di essersi liberata dal peso della purezza.

L’imene non era più diaframma per la loro passione.

Elia andò in cerca di Martino.

Senza domandare né offrire spiegazioni lo strangolò davanti al pubblico del Palio.

La gente raccontò in giro, che Martino aveva tentato sfacciatamente la virtù di Caterina e ne aveva pagato le conseguenze.

Calunniò il morto che non poté difendersi.

Il fantino della Flora si ritirò dalla corsa in quanto, fratello di Martino, fu squassato dal dolore.

La Castellana, dal suo canto, rimase in silenzio a pregare per tre fantasmi.

Quello di Martino, suo compagno carnale, quello di sé stessa non più vergine ma peccatrice, quello di Elia non più peccatore ma casto.

La tromba d’aria spazzò via i ricordi in un solo colpo.

Caterina aspettò che Elia uscisse dal carcere per buona condotta e ritenne di non dovere più presentarsi al Palio, dopo aver realizzato che nel 1987, in palio aveva messo la sua anima.

Mai più ritrovata.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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