Da L’Anima del Palio 26° novella L’UMANITÀ


L’UMANITÀ

Il 1986 rimase impresso per un fallimento totale.

Quando si arriva in prossimità dell’obbiettivo si tende a lasciarsi andare, a cullarsi nell’idea di avercela fatta.

L’attenzione a quegli ultimi passi, tanto decisivi e necessari, si rilassa, si abbandona al compiacimento della soddisfazione e, carambola, ci si ritrova con il culo per terra e l’orgoglio sotto zero, a temperatura cadavere.

Perché si deve combattere sempre e comunque?

Perché non si deve avere ciò che spetta in base alla lucida voglia di migliorarsi, ai meriti che si raggiungono, spogliandosi e rispogliandosi della propria pelle?

Perché è così difficile sviluppare se non l’intelligenza, la diversità che porta a scavare gli argomenti, a sezionare gli interrogativ, per poi essere guardati con sospetto, tanto non cambia niente?

Che strano destino ci accompagna.

Mettiamo in moto ogni possibilità per capire e conoscere, per farci strada senza voler sgomitare, invidiare, criticare, prevaricare.

E per difendere le nostre idee ci tocca annusare l’aria, metterci con le spalle al muro per rifiatare, riordinare i pensieri, accumulare esperienza per non ripetere i furori che ci fanno urlare, riprogrammare gli sforzi, limare, rinascere. Costruire per poi distruggere e ricostruire.

Stress, tensione, intensità per arrivare ben in forma e sani, alla morte.

Il giro dell’oca, vizioso, il ballo del gatto che si morde la coda senza sosta. Sfiancante, esaustivo, sfinente.

Abbiamo bisogno degli altri quanto di noi stessi e ci mescoliamo al paragone per tirarci fuori dal mucchio e sentirci primi e migliori.

Stessa ricetta per gli appartenenti al genere umano, stesse dosi, stesse possibilità.

È l’impulso a voler creare quel quid in più che rende il soufflé più morbido, che ci personalizza.

Ma tanto, il gonfiore dell’ego, così appetitoso che lustra gli occhi e che ingolosisce l’acquolina, dura un attimo e si sgonfia.

Vale la sfida trattenere dentro di sé, quell’attimo di trionfo, quando sappiamo che tutte le nostre azioni dipendono da noi in relazione agli altri e sono provocate dagli altri in relazione a noi?

Vale il sacrificio concatenare le emozioni sospinte o represse dagli slanci, per ritrovarsi sempre perfettibili e soli?

Enrica era una donna completa.

Il fascino che emanava era una rete che si stendeva automaticamente, appena parlava, si muoveva, si dava in pasto al prossimo, pubblico di quella magnifica recita a soggetto che era la manifestazione di tutta se stessa.

Sapeva di possedere mille facce.

Era un diamante che rifletteva luce dal di dentro e che si caricava autonomamente senza necessità dell’energia solare o artificiale per risplendere.

Interpretava profondamente queste facce che risultavano compiute, autonome ma conseguenti al suo carattere.

Ognuno di noi è tutto e niente.

Non siamo capaci di accettare il bello e il brutto che siamo.

Rinneghiamo e anneghiamo la maggior parte di noi, privilegiando l’aspetto diligente, eroico, frenato dalla leggenda dell’uomo.

Scopriamo esseri eccezionali attraverso l’innamoramento.

Ci aspettiamo fatti che ci coinvolgano i sensi sgranati, eccitati dall’adulazione. Reputiamo chi crediamo d’amare al di sopra del mucchio, ci ostiniamo a vederlo possente, straordinario.

Siamo imbecilli.

Il partner non è un marziano o l’ultimo esemplare di una specie protetta.

È una persona anche banale con tutti i difetti e tutte le prerogative umane.

Ma come conciliare l’urgenza di sentirci divini con la realtà reale e non virtuale della scelta e dell’essere scelti?

Ci potremmo contentare di sapere che siamo stati prediletti da reazioni chimiche e non dalla nostra originalità?

Anche gli eremiti, le monache di clausura, il papa, le grandi figure missionarie, le infermiere, i medici, gli apostoli sono da accettare così come sono senza innalzare templi attorno a loro.

I loro bisogni, le loro nevrosi li portano a sembrare santi.

Ci dà fastidio ammetterlo: dobbiamo pur credere.

Come conciliare il fatto di sapere che amiamo un normale uomo, una donna comune e che siamo amati per la nostra assoluta banalità e il sogno di sorvolare la plebe per essere, in questa tombola, assolutamente unici?

Enrica lasciava affiorare le mille facce.

Era fino in fondo seduttrice, madre, massaia, manager, amica, amante.

Era bella da sfiatare, era brutta da repellere.

Era viva.

I paurosi la accerchiavano per catturarle quella stilla vitale che avrebbe permesso anche a loro di respirare a pieni polmoni.

Non si può essere monocordi ed avere la pretesa di modulare i toni della voce. Non si incanta nessuno e fare ciò che non è spontaneo, che non corrisponde al marchio delle impronte digitali, così personali, comporta una fatica sprecata, immane.

Ecco cosa ci fa ammirare e che ci porta ad essere ammirati, quello che non si ha e che invece si agognerebbe avere nei propri geni.

È più carismatico il verosimile del vero.

Semplice, vogliamo credere secondo quello che vedono i nostri occhi e che sentono le nostre orecchie.

Vogliamo assimilare quello che ci penetra, senza considerare che forse è solo una parte infinitesimale di verità nella quale ci beiamo di sguazzare.

Giù con tavole rotonde, con parole a stigmatizzare i comportamenti altrui, solo per non sforbiciare i nostri!

Senza chiederci se quello che ci viene propinato ha una sua valenza autonoma.

Ci raccontano di stupri, avvenuti con coercizione da parte di disgustosi individui, che pistola alla tempia, hanno imposto la loro amoralità a padri che devono ingravidare le figlie e di figli che devono dissacrare la madre.

L’uomo che agisce, in questo caso, come riesce ad avere una erezione e poi l’eiaculazione che deflora un tabù?

Ci mettono incinte di strazio, la natura allora fa il suo corso, chiesa che protegga la violenza o chiesa che sottolinei la pietà.

Se siamo capaci di tanto pur di non rimetterci la vita, pur di continuare a respirare, che speranze abbiamo di dichiararci umani, civili, liberati, colti, equilibrati, innocenti?

Enrica soffriva per la sua spontaneità.

Era talmente naturale da sentirsi insottomittibile.

Un animalino educato ma libero di accettare il cibo comodo, per scegliersi, magari, il digiuno.

Sposata al Capitano della Contrada Flora, Daniele Pistocchi, sopportava la sua immaturità.

Avvertiva che la storia era già stata scritta e che lei dipanava in assoluta armonia con i suoi pensieri, la tolleranza di essere uguale, perché pregna di senso d’appartenenza al genere umano, dunque  anche alle prostitute, alle infanticide, alle criminali.

Ovvero pur non potendo né identificarsi né giustificare l’abnormità, la capiva ambigua, parte della natura che ci livella tutti.

Certo che pativa moltissimo non essere apprezzata per la sua totalità.

Lei era anche gesti indomiti, danze sui tavoli senza ubriacatura, esplosione di risa solo come motivo di ringraziamento per il miracolo di aver aperto lo sguardo anche su quel giorno, orgoglio di curare le sue ferite senza l’intervento di nessuno.

Era forte, se essere forti è qualcosa di cui vantarsi.

Daniele doveva averla al suo fianco pur non rinunciando a svolazzare ebete, sui quaderni che scrivevano altre, per lui.

Influenzabile, girava attorno a se stesso con ridicole capriole, per domandare poi perdono ad Enrica la quale come sempre, chinava il capo e lo riammetteva nel suo cuore.

Daniele aveva bisogno delle mille facce di Enrica.

Mille stimoli per condurre la sua coscienza a svegliarsi, di tanto in tanto, mille input per andare avanti senza sdraiarsi sulla sua pigrizia.

Non sapeva cosa fosse la fatica, costanza, tenacia nel mordere la mela anche con la dentiera dopo averla sbucciata.

Pretendeva che Enrica tagliasse a spicchi il pomo e lo imboccasse.

Finiamo anche noi, non ci è dato di reggere il peso dell’esaltazione.

Enrica scelse il fantino Salvatore che capovolse il suo mondo.

Era lui che adorava Enrica.

Si conobbero alle prove del Palio e l’occhiata indagatrice che si scambiarono, rimise a posto tessere di un puzzle disordinato.

Per Enrica si trattava di rieducare un’altra pecorella smarrita, lo sapeva, per Salvatore, ripagare con palpiti racchiusi nella purezza della fede che avvenga ciò che si sogna, i debiti che il tempo aveva contratto con lei.

Daniele non si accorse in tempo della trama che lo escludeva.

Il giorno del Palio si ritrovò senza faro, senza mamma, senza biberon, senza alcuna balia che gli avrebbe pianificato lo spazio, arrotondandogli gli spigoli.

Salvatore a volte nitriva, in sintonia col suo cavallo e la percezione di comprendere l’animale, lo faceva più adatto a sentire le vibrazioni dell’anima.

Enrica era una anima e dunque lasciava a Salvatore la possibilità di essere attratta e di attrarre.

Il fantino è un essere speciale.

Muto quasi sempre, diventa loquace solo in gara.

Proprio per intendere e farsi intendere dal suo cavallo.

Il silenzio di Salvatore era la cera sulla quale Enrica poteva imprimere traccia della sua sensibilità.

Il silenzio era la loro lingua. Ma quali messaggi, quanti cenni d’intesa in quella afonia della trachea che si era lacerata a furia di spiegarsi.

Enrica poteva innalzarsi a musa e poteva inginocchiarsi a schiava.

Non tratteneva nulla delle sue mille facce. Senza vocalizzi, singulti era folgorata.

Venne il giorno del Palio.

Salvatore vestiva i colori rossoblù. Partì bene e procedette meglio.

Enrica sussultava per ricongiungersi, a fine corsa, con la sua metà.

Erano d’accordo, lei e Salvatore di fuggire, senza lasciare tante spiegazioni. Basta, Daniele avrebbe forse trovato nella sua inazione, la causa dell’abbandono.

Che si sbrogliasse da solo, non a sostituire Enrica, impossibile copiare la libertà di essere, ma almeno a crescere, qualsiasi fossero le reazioni al trauma.

Daniele si accorse però che la moglie era catturata da un alito che lo respingeva.

Quando Salvatore al comando prese una curva con eccessivo affanno e caracollò a terra, Enrica sussultò e si precipitò dentro l’arena.

La fermarono prima che venisse travolta dai cavalli in corsa.

Daniele preoccupato e sospettoso ma ancora al riparo dalla sofferenza che avrebbe patito di lì a poco, si recò da Enrica, elogiando il suo rigurgito di interesse verso il fantino della Contrada, assicurandola che i medici avrebbero fatto del loro meglio, se Salvatore fosse stato in pericolo.

Enrica gli spiattellò che il suo interessamento non era una azione da dama di San Vincenzo, anzi da first lady della Flora, ma il palpitare dí una donna innamorata e in ansia per il suo uomo.

Daniele diventò sordo per un attimo, non recependo fino in fondo, la pena che il tribunale dell’amore, dare per dare non è ammissibile, gli aveva comminato.

Poi l’esplosione del concetto, sanata la sua sordità, lo impietrì, mentre Enrica poté finalmente correre da Salvatore e dal suo cavallo, trascinati fuori percorso.

Si abbracciarono e tutti ebbero rispetto per due cuori che pulsavano con lo stesso battito.

Tutti, meno Daniele che, sentendosi derubato da Salvatore, mentre si era esautorato con la sua stessa pigrizia, separò quello che una forza sovraumana aveva già attorcigliato.

Colse il frustino e menò frustate ai peccatori.

Raccattò pietre e lapidò le mille facce di Enrica mentre il silenzio di Salvatore divenne un rantolo.

Il cavallo fu ammazzato per ipocrita eutanasia.

Un cavallo non può vivere senza i calici dei suoi garretti.

Ed eutanasia fu quella che praticò Daniele uccidendo Enrica e Salvatore che cominciarono il loro viaggio nell’infinito, consci di essere arrivati al traguardo insieme.

Mentre Daniele non seppe mai, pieno di tormenti, di aver reciso anche il cordone ombelicale che l’avrebbe potuto lasciare vivo.

Morì poco dopo, della più sciocca morte.

Di rassegnazione, di apatia, di ignoranza, di fallimento totale.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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