Da L’Anima del Palio 25° novella L’EMOZIONE


L’EMOZIONE

Nel 1985 la Contrada Flora non arrivò prima per colpa di un viveur, un insaziabile Dongiovanni che puntava le donne con il cannocchiale del possesso e trasfigurandosi in melodioso uccello, gorgheggiava la sua pressante corte, svolazzava da brune a rosse, da bionde a castane e mangiava il becchime dalle loro mani.

Fu soprannominato “Pettirosso”, un po’ per celia, un po’ per presa in giro.

Era Gino, il Gran Priore destinato a condurre in porto la Flora.

Chiaro, che la sua attività preferita avrebbe indirizzato verso le secche, la nave con tutti i suoi occupanti.

Ma non come Noé, li avrebbe portati di salvo.

Gli piaceva l’articolo femminile.

Già sposato due volte, conviveva con Doriana, un donnino tutto pepe.

Il divario di età era un fosso da saltare per sentirsi più simili, pur partendo dalla fine e dall’inizio della vita.

Il “Pettirosso” doveva chinarsi per vedere Doriana.

Doriana invece, doveva alzarsi sulla punta dei piedi per occhieggiare l’esperienza di Gino.

Cinquanta anni contro ventidue, due età, due elastici estensibili e retrattili che fatalmente avrebbero fiondato il cuore dei due innamorati.

Le differenze non sempre uniscono, spesso allargano il divario quando i pruriti della passione lasciano il posto al tepore dell’affetto.

Se non si è in simbiosi, accomunati almeno da un obbiettivo, se non si imprime al proprio tempo lo stesso ritmo, allora ci si accorge di avere accanto un estraneo con il quale si è dormito insieme.

Si teme per la propria sopravvivenza e l’inconscio all’erta, usa il rancore, il litigio per far in modo che il legame slegato, si sfilacci, già consunto anche se ancora nuovo.

La fretta di dire sì è una cattiva consigliera che fa pagare e pesantemente, il momento di speranza e di abbandono.

Non ci si dovrebbe aspettare niente dal prossimo, niente dai sentimenti, niente dalle emozioni.

Essere in grado di produrre adrenalina, caricando con l’entusiasmo le pile dentro di sé per spezzare il maleficio che ti fa pretendere dall’altro cura e interesse per tua persona.

Non ci si risolve compiacendo ma solo piacendo, non affidandosi, ma solo confidandosi e staccandosi da tutto.

Allora diventa una scelta rinnovata dallo slancio, dall’istinto porgersi con la forza di sapersi anche negare.

Identificarsi in se stessi, come un pungolo, uno stimolo sui nervi altrui è difficile e solitario, ma straordinario.

Il mondo deposita i suoi doni ai tuoi piedi, ti blandisce, ti accerchia per farti diventare comune, normale.

Ovvero pauroso di essere solo. Come se non sapessimo, che è proprio attraverso la solitudine filtrata, completa, abbracciata, che noi esistiamo.

All’intelligenza, che è un amo senza esca, non abbocca nessuno.

Anzi, spaventa. Lo spessore delle situazioni, delle faccende, delle persone diventa un foglio di carta velina facile da trapassare, quando si guarda e non si vede soltanto.

È tremendo l’abbandono, ma siamo noi che ci abbandoniamo.

Non avviene mai il contrario.

Nessuno può lasciarci se non ci mettiamo nelle condizioni del rifiuto.

Noi siamo allegri di noi e tristi per noi, solo di noi, solo per noi, anche se non lo capiamo.

Nessun agente esterno alla nostra intimità può ferirci.

Eccola la libertà, la ribellione più sana.

La separazione dall’io mio e dall’io loro.

Il “Pettirosso” doveva verificare con scarsa considerazione delle sue doti, sottolineare col suo modo di fare, le lacune della sua personalità.

Cosa trovava nel raggiungere il letto delle sue dame?

Orgasmi piccoli, briciole di piacere che lo distraevano dal terrore di conoscersi, dal misurarsi, dal creare una qualsivoglia trama di carattere.

Immagazzinava voluttà per essere solo voluttà, una parte del tutto, una fetta insufficiente per essere torta intera.

Eppure, mettere in difficoltà la virtù femminile che è sempre labile, perché vulnerabilissima causa la noia di vivacchiare, fino a ritrovarsi da fanciulla improvvisamente vecchia, senza essersi preparata a diventare bella dentro quanto lo si può apparire fuori, è molto semplice.

Basta far leva sulle particolarità estetiche, sulla piacevolezza del nasino, l’intensità degli occhioni, magnificare due tette bianche o un sederino alto e sodo, senza dimenticare le gambe affusolate o lunghe o tornite, aggiungere che lei merita molto, molto di più, dimostrarsi pronti a scacciare il drago, tali paladini d’altri tempi e il gioco è fatto.

Le donne, piccole donne, che cadevano nella rete, perpetuavano la tragedia del destino.

Spettatrici della loro esistenza e mai attrici se non nel momento dell’esaltazione della loro funzione di vittima sacrificale, in nome dell’amore.

Ma cosa sarà mai questo amore che ti prende al laccio, ti lacera, ti separa da te, ti pone fuori dalla tua fisicità, ti fa bollire il cervello, ti esalta, ti butta giù dal burrone più scosceso, ti percuote la spina dorsale, ti sconvolge, ti acceca, ti mette in ginocchio, ti costringe a procreare, ti porta a lasciare traccia dei tuoi sentimenti sulla terra che l’oggetto del desiderio calpesta, ti dilata i pori per respirare il profumo dell’amplesso, ti inibisce la lucidità, ti obbliga alla dipendenza, ti conduce all’asfissia, ti lascia insonne e febbricitante, ti stravolge la sicurezza, ti cambia l’identità, ti abbruttisce, ti blocca i polmoni, ti arrossisce il sangue, ti carica la pazzia, ti tende la trappola del furore, ti riduce uno straccio che non puoi esibire come bandiera, ti lima l’ambizione, ti blocca le parole, ti assilla, ti ottenebra, ti devia, ti sconvolge, ti distrugge, ti ferisce, ti strazia, ti abbatte, ti esalta le percezioni, ti droga, ti uccide?

Cosa sarà mai, se non l’illusione dell’eternità che placa l’angoscia, distraendoti dalla coscienza della morte che cancella tutto, che dura lo spazio di un mattino.

Vale la pena del sacrificio di sé?

Sì, vale la pena, la delusione, la speranza.

Il “Pettirosso” lo sapeva tutto questo.

Ignorava invece che la fine non era il fine.

E che mettendo a frutto l’esaltazione, si poteva mirare lo sforzo non già alla ricerca di corpi da palpare, ma di spiriti da calmare, per ritrovare il silenzio.

Gino, nel giro dei tre mesi che precedettero l’appuntamento con il Palio, si era fatto (così si dice in gergo maschile) le mogli dei Capitani di tutte le Contrade.

Doriana aveva deciso che quel giovanottone spermatozoico non appagava più la sua insoddisfazione.

Lo lasciò solo con le sue donzelle e dame.

Qualcosa era filtrato alla luce, si diceva che il “Pettirosso” avesse esagerato, riuscendo ad inforcare anche la Rossana, la compagna del Capitano della Flora, moglie integerrima, madre esemplare e per questo donna insicura.

Mettere a tacere le malignità non era facile, anche perché il venticello del dubbio stava soffiando da orecchio in orecchio.

Fu così che le ventisette donne, accomunate dal gusto dello stesso peccato, si passarono la voce e si ritrovarono unite dalla stessa volontà di vendetta.

Arrivò il giorno del Palio.

Il Capitano della Flora, Gian-luigi Ceriani, per fortuna era ancora all’oscuro di tutto.

Quando vide un gruppetto di donne, Erinni infuriate e complici, accerchiare il “Pettirosso”, non ci fece caso, fino al momento in cui riconobbe la moglie, ma non capendo la successione degli eventi, si disinteressò della faccenda.

Il “Pettirosso” fu denudato e percosso dalle sue ex compagne di avventura.

La gente rimase sconcertata e divertita.

Il “Pettirosso” riuscì a scappare in campo cercando di chiudersi il cancello dietro le spalle.

Nudo, finalmente, con le sue vergogne esposte, non si avvide del gruppo di mariti alquanto incazzati, che entravano dall’altro ingresso.

Ora tutti sapevano quel che non avrebbero dovuto sapere.

Anche Gianluigi era stato avvertito, ma, si sa, mal comune mezzo gaudio. Invece di chiedersi il perché di quelle corna pubblicamente svelate, i mariti trovarono senza processo, il colpevole che andava punito.

Anche se aveva l’autorevolezza della funzione di Gran Priore.

Il manipolo d’uomini corrosi dalla conoscenza del tradimento, gli si fecero intorno.

Dalle botte all’omicidio il tragitto fu breve.

Non riuscirono le ventisette donne, che avevano accettato di essere messe all’indice rivelando la loro debolezza, a salvare l’amante.

Quel “Pettirosso”, che era riuscito a cinguettare con tanta dolcezza, non tentò neppure di cantare la sua discolpa.

Morì da sconfitto, pianto da tutte le ventisette donne ma da nessuna innamorata.
Lui che aveva cercato l’amore come un satellite cerca il suo pianeta, per non spegnersi di buio.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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2 risposte a Da L’Anima del Palio 25° novella L’EMOZIONE

  1. per predire chi sarebbe stato il loro futuro spasimante. Coglievano il fiore dalla tomba di un giovane, recitando:Millefoglio, dolce millefoglio, il primo che ho trovato.Nel nome di Gesù Cristo dalla terra ti ho prelevato.Come Gesù tanto profondamente Maria ha amato.Fa che nei miei sogni stanotte appaia l’uomo a me destinato.

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