Da L’Anima del Palio 24° novella LA MORALITÀ


LA MORALITÀ

Nel 1984 venne a galla la vicenda pruriginosa che cova in ogni cittadina di provincia, lo scandalo che percuote e fustiga i costumi sonnacchiosi in apparenza e vitali in sostanza, la storia che scuce tutte le bocche e che se-para, come esito finale, l’immortalità delle anime che non si arrendono dalla moralità delle anime che si spengono nella piattezza.

Certo c’è scritto da qualche parte che la donna è puttana se oltre a due fidanzati, un marito ed un amante, cerca contatti epidermici che le appaghino i sensi.

Ma puttana non significa utilizzare il proprio corpo e l’indegnità di chi si abita, per far soldi?

E l’uomo siamo sicuri, che non si comporti mai da meretrice?

Perché il maschio può tracciare tacche sulla sua pagella di conquista, mentre la femmina deve fare di fedele castità unica virtù?

È sotto le lenzuola che si danneggia il prossimo, che si truffano i deboli, che si prevarica col potere dell’arroganza?

Nel letto, pronti a dare e a prendere o ad offrire soltanto, non si è nudi?

Dove si nascondono per le bigotte e per i censori, le armi per massacrare il prossimo?

Tant’è.

La seduzione è un gioco meraviglioso, la calma dell’esporsi per poi ritrarsi, la trappola dell’ingolosire, del far sentire il profumo dell’amore prima di farlo esplodere nelle viscere e nel cervello, necessita di tempo, di ritmo, di pause, di sottolineature, di fughe, di concessioni.

Se una donna colleziona scopate, saranno fatti suoi scoprire che è incapace di stimarsi e volersi bene, accontentandosi di navigare in superficie senza avvertire la spinta a bloccare i polmoni, attingere alla riserva d’aria e spingersi fuori dal sommergibile per proiettarsi al cielo.

Un uomo no, pare che sviluppi la parte migliore di sé soltanto se scopa a ripetizione, come se dovesse dare prova della sua efficienza fisica nel concedersi a braccia disattente e poco accoglienti.

Per la donna giudizi a non finire, la dà a tutti.

Non è sua l’appendice che regala?

Deve chiedere il permesso a Supremo Magistrato?

Per l’uomo pacche sulle spalle, omertà, compiacimento, complicità.

Perché non potere scegliere di essere preda o cacciatore?

Nelle province, il metro di paragone con l’esemplarità di un comportamento, è spesso un millimetro.

La fotografia di gruppo dei provinciali svela atteggiamenti solidali, sorridenti, sereni, appagati.

Coppie collaudate, figli coccolati, amicizie di vecchia data.

Ci si conosce tutti e non si ha paura di nessuno.

Dietro la facciata, avendo poco tempo da dedicare alla ricerca della vita come spessore di saggezza, indagine conoscitiva, ci si butta sul sesso come antidoto alla noia.

Si intrecciano sconce tresche, frequentando con i rispettivi partner, gli amanti di turno.

Praticamente una grande famiglia di cornuti, apparentati artificialmente dai rapporti carnali che si consumano mentre la moglie è al motel con il migliore amico del marito e il marito nella sua garconniere affittata insieme a cinque o sei soldati per la stessa ventura, con la migliore amica della moglie.

Un traffico di coiti ininterrotti per rimanere avviluppati alla congeniale e innaturale immaturità.

Fino a quando chi scopre prima il tradimento, fa l’offeso e diventa l’angelo tradito e vendicatore.

Con l’appoggio di suocere e mamme disperate che supplicano il reo non confesso, a pentirsi e il tradito a lavare i panni sporchi nella lavatrice di casa.

Giovanna Rambaldi era una creatura esplosiva, esuberante, piena di curiosità. Contagiava per la sua allegria e per la sua particolarità.

Non camminava, correva, non si muoveva, ballava, non chiacchierava, parlava.

Provocante, provocatrice, se provocata sbranava.

Nessuna etichetta, nessun luogo comune la toccavano.

Imprendibile e imprevedibile non passava inosservata.

Bella, minuta, fianchi guizzanti, si esponeva in prima persona alle carezze e agli schiaffi.

Si cercava i guai perché non dava nulla per scontato.

Passava da lenzuola in lenzuola, per tentare di catturare il succo della vita. Irretita dalle dichiarazioni d’amore, in fondo ingenua, cascava nella rete di ogni premura che lei capiva cura verso la sua sensibilità.

Si rifiutava di ammettere che ogni volta, svaniti i mille coriandoli dalla pupilla chiusa, quando le cosce sfiancate non tremavano più e lei cercava tenerezza dopo essersi data, si rifiutava di ammettere di essere stata un burattino, a cui dissennatamente si erano tirati i fili dell’ombelico.

La donna dà sesso per avere affetto. L’uomo dà affetto per avere sesso. Inseguiva il suo ideale spinta dalla bramosia e dalla tenacia di possedere ed essere posseduta dal migliore.

Sensualissima, trasmetteva voglia di imprigionare quella luce che le divorava gli occhi agli uomini che, immediatamente, credevano di essere all’altezza della sua statura.

Presuntuosi.

Appena si accorgevano dell’eccezionalità di Giovanna, scappavano a gambe levate, con la coda bassa perché tanto si dicevano, la figa l’avevano toccata.

Potevano giudicare Giovanna una troia. Questa era la loro vendetta per non dichiararsi inferiori.

Sarebbe bastato, invece di offenderla non potendo competere per evidente inferiorità, di accettarsi diversi.

Troppo lavorio sull’intelligenza che morde meno, se lasciata inerte. Anzi, che non morde affatto!

Giovanna cercava la risposta alla sua insoddisfazione.

Ma anche lei errava.

Si soffre a causa di sé e non a causa di altri.

Si deve voler decidere se sottostare ai maneggi della gente o se attuare le proprie capacità, rivolgendosi al prisma della personale autonomia.

Senza compiacimenti, né nel dolore, né nella gioia.

Giovanna dopo l’ultima avventura aveva preso le distanze dalla propria inquietudine e si disse che, raccogliendosi a far bilanci, pesando e ripesando l’amarezza e l’intensità con le quali si stava consumando, forse sarebbe stata colpita dalla folgorazione.

Voleva essere una donna, non una strafiga.

Ma si fermò in leggero ritardo sul tempo che il destino le aveva concesso.

L’amante che l’aveva sbattuta usandola come una bambola gonfiabile, sulle lerce lenzuola di un motel, aveva perso sicurezza delle sue brame.

La volle rivedere, insaziabile parassita.

Lei accettò.

Compassionevole lo consolò, lui interpretò il suo gesto materno come resa ai suoi desideri e passò all’azione.

Nello sforzo di far l’amore con lei e sarebbe stata la prima volta che Giovanna veniva accettata nel suo insieme, anima e corpo, l’amante morì d’infarto.

Forse gli era scoppiato il cervello capendo quanto, tanta, fosse Giovanna.

Fu chiamato il medico, il gestore del motel dovette dare le generalità dei clienti.

Giovanna venne interrogata e svergognata da quella morte.

Lui, l’amante dalle coronarie deboli, era il Capitano della Contrada Flora, Mariano Castiglioni, sposatissimo a Clara.

Lo scandalo trascinò nel fango Giovanna che aveva avuto la sola colpa di vivere, da sempre, con assoluta naturalezza, trasparenza e trasgressione.

La puttana aveva ucciso l’uomo integerrimo.

Giovanna, a testa alta, non si sognava neppure di sentirsi sporca.

Si presentò al Palio, sicura di essere segnata a dito dalle donnette di Legnano, perse a controllare le sbavature nei comportamenti altrui invece di ammorbidire i calli alla coscienza propria.

Fu indicata infatti.

Sussurri al suo apparire, male parole mormorate al suo passaggio.

Coraggiosa, per nulla intimorita da quelle facce di pietra, si sedette al suo posto.

Clara friggeva dallo sconforto, era stata quella donna a raccogliere l’ultimo respiro d’amore di suo marito.

Un affronto che la sua presenza le faceva ricordare con troppo imbarazzo.

Mandò a chiamare Giovanna, avrebbe desiderato sapere per quanto tempo era stata insieme a Mariano.

Giovanna scese in campo, prima della gara, nel tentativo di far passare l’interrogatorio, come quattro chiacchiere senza senso.

D’altronde Clara era stata l’unica persona a degnarsi di rivolgerle la parola.

Non sapeva che Clara sarebbe stata il suo assassino.

Clara le infilò un coltello da cucina che si era portata da casa, in gola.

Un coltellaccio per tagliare la carne.

Ed era carne viva quella che venne straziata.

Giovanna morì soffocata dal suo sangue che le scorse in bocca con l’ultima goccia di saliva.

Clara ripresosi, a suo immaginare, l’onore provinciale ridiventato immacolato con quell’omicidio, scappò obnubilata, in direzione dei cavalli che ancora dovevano partire.

Squarciò i garretti delle povere bestie che non fecero in tempo a scappare. Dissanguò il cavallo della Contrada Flora, quasi fosse vittima sacrificale al suo Capitano, a suo marito.

Prima di essere arrestata, imbrattata di sangue, recò l’ultima offesa al Palio e alla sua dignità.

Ferì di striscio uno Scudiero, un fantino e il poliziotto che riuscì a bloccare la sua furia devastatrice.

Ma non bloccò la sua autodistruzione che proseguì, a consumarla in carcere, per tutta la durata della pena da scontare.

L’ergastolo.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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