Da L’Anima del Palio 23° novella L’ETICA


L’ETICA

Nel 1983 il Gran Magistrato emanò un codice di comportamento etico per impedire al Palio di Legnano di essere confuso e associato a quello di Siena.

Basta tangenti, uomini prezzolati, corrotti, ingordigia di supremazia, sotterranee combine!

Federigo Barbarossa era stato battuto il 29 maggio dei 1176 dai Comuni della Lega, il malcostume sarebbe stato sconfitto dal rinnovato senso morale, nel 1983.

La Croce di Ariberto da Intimiano doveva risplendere alla fine di singolar tenzone, sollevata dalle mani di chi aveva superato l’agone con passione smisurata ma corretta.

Uomini di vetro e uomini di cristallo.

Questa la grande distinzione tra le anime: chi si ostina a voler trarre dal cristallo, allisciando il dito sul bordo, ogni possibile trillo di violino, lascia vibrare la musica che nasconde dentro e impara tutte le sfumature del suono; chi invece non può fare altro che toccare il vetro, stringerà i cocci opachi e stonando, saprà sentire soltanto il rumore.

Quante persone portano a spasso un estraneo, invece di se stessi, rifiutando di scoprire fino a quale punto possono piegarsi (e non spezzarsi) ai compromessi?

Dato che nessuno riesce a sostituirsi a noi, solo noi abbiamo il potere di venderci, di regalarci o di svenderci.

Anche a Maresa era capitato di chiedere lavoro e di trovare più attenzione per il suo corpo che per la sua mente.

L’interlocutore al quale si era rivolta, le aveva risposto, che della faccenda se ne sarebbe potuto discutere e le aveva condotto la mano, mentre la fissava mellifluo, proprio là, sulla cerniera dei pantaloni, pronti ad essere aperti per lasciar guizzare fuori quel cazzo che non sapeva amare, ma soltanto scopare, rubare, violentare, rapinare, marchiare, gallare.

Non è questione di scambio di meriti che esaltino l’intuizione di chi sa riconoscere la bravura e la mette, in condizione di essere espressa e di chi, riconoscente, si supera per ripagare la fiducia.

È mistificazione dell’imbecillità che quasi sempre è abbinata al potere decisionale.

Maresa ce la fece lo stesso, pur lasciando chiusa quella sconcia cerniera e diventò prima segretaria, poi moglie del Capitano della Contrada Flora, Luca Berrini.

Senza figli, peraltro giovani e con la possibilità di moltiplicarsi, Luca e Maresa camminavano su due piani troppo distaccati.

Luca si rendeva conto che Maresa era spaventata dalla impudicizia e dalla sfacciataggine della realtà quotidiana che mette di fronte l’uomo e la donna a combattersi, a farsi del male nel tentativo di trascinare l’uno dalla parte dell’altro, soffocando la libertà individuale, non accettando le caratteristiche precipue differenti invece di accogliersi integrandosi a vicenda, curando la possibilità di diventare due rami rigogliosi che si tendono appaiati ma separati, dallo stesso robusto tronco.

Si fece carico delle sue paure senza svestirsi degli abiti saccenti del maestrino, segno della sua scarsa disponibilità, invece dì condividere privazioni ed esaltazioni, trovando spunto nel decalogo scritto dal Grande Magistrato per insegnarle come dogma non relativo, che la diffidenza è un rasoio affilato.

Incise sulla crosta di Maresa che, confusa, si aprì allo sbando, non agendo convinta dalle sue percezioni, ma guidata da una bussola senza ago.

Luca intanto, tastava il polso alle altre Contrade e fu rassicurato soprattutto dal Capitano di Legnarello, Giampiero Renani, uomo tutto d’un pezzo, che ben rappresentava la sua Contrada.

Sita in periferia, costruita sulla decimazione di una peste annidata nell’ignoranza del rimedio, salvificata dall’epidemia che in ogni epoca significa castigo di Dio prima della resurrezione purificatrice dei superstiti del contagio, Legnarello agglomerata attorno alla chiesa dei frati, dispensatori della zuppa ai poveri, reagiva da secoli con apparente fatalismo. Un atteggiamento che in effetti legittimava la ricerca silenziosa delle più intime, inesplorate risorse.

Gli insuccessi non erano sconfitte definitive, ma passaggi per risalire fino alla realizzazione dei progetti di vita a largo respiro.

Legnarello era solida, difettava di un cecio di poesia.

Luca e Maresa si recavano spesso in visita da Giampiero Renani.

Maresa sballottata nel suo equilibrio instabile, intravide in Giampiero un’ancora a cui legare il suo esaurimento viscerale.

Passò dal maestrino che se avesse avuto meno certezze e più dubbi, sarebbe stato egregio tra gli uomini, al necroforo che invece non avrebbe mai potuto smettere di accarezzare salme.

Innocue, stabili, eternamente scarnificate e quiete.

Non si può corteggiare la morte, giacere con lei a letto, sperando di sentirsi vivi, dando prove della propria esistenza nel gelo e non nel turbinio di soffi caldi e scomposti.

Maresa perse completamente la fiducia, che, come seme, avrebbe dovuto germogliare nelle sue fibre e si lasciò andare.

L’ancora che aveva legato al granito si staccò, motu proprio, lasciando folleggiare tra le onde ingrossate, le voglie di innocenza di Maresa.

Fu presto alla deriva, quel guscio bucato dalla grandine persistente, Luca scoprì in sua moglie la linfa seccata e non poté disgiungersi comunque da quell’amore che le portava, anche se nevrotico e irrisolto, diede appuntamento a Giampiero al Palio.

Dopo la gara si sarebbero riuniti in tre a discutere del loro futuro.

Che ognuno si assumesse le proprie responsabilità. Non era una semplice storia di corna, ma un triangolo che rischiava di soffocare nel rancore e risentimento, tre lati di tre diverse verità.

Il giorno di maggio, il mese così rassicurante dopo le promesse di marzo, giacché le mantiene, sviluppando quel tremito che fa scoprire le braccia e sciogliere le ansie, si presentò come arbitro inefficace per districare i nodi di tre vite in pericolo.

La corsa prese l’avvio tra la gente festante.

Tutto sembrava scorrere con la precisione di un tempo controllato.

Luca e Giampiero si guatarono con furore.

Fu un duello epico, in palio sul campo c’era la vittoria della corsa, ai bordi dello stesso campo, la vittoria avrebbe significato l’ottenimento di una preda intontita.

Non una verifica tra due personalità, ma la supremazia sulla disfatta dell’altro. Con Maresa ottusa nella sua cecità pronta a seguire incondizionatamente il maschio che l’avrebbe vinta.

Luca e Giampiero discussero, accusandosi delle stesse lacune.

Ben presto non poterono trattenere i toni della voce e i pugni serrati si prepararono a colpire, prima l’orgoglio, poi la dignità.

Luca agguantò un tondino di ferro dimenticato da un capomastro distratto e colpì Giampiero sul naso.

Il sangue schizzò zampillando come acqua gorgogliante. Poi, esauritasi la sorgente, si prosciugò, mentre Giampiero per contrattaccare scelse come arma di offesa una frusta sfuggita ad un fantino in gara.

Strisce di pelle ferite, brandelli di cuoio lacerati.

Si trovarono, i due contendenti, avvinghiati.

Rotolarono sul percorso di gara prima che qualcuno potesse dividerli.

Maresa svegliatasi dal suo torpore, rivitalizzata da una lotta che credeva accesa per lei, corse dagli uomini che stavano dando misero spettacolo di sé.

Compiaciuta quasi dalla scena, incitava l’uno e l’altro a smetterla.

Mentre non avrebbe desiderato altro che continuassero per sempre a combattersi, per farla sentire viva.

Rimase attonita però, quando i due corpi abbracciati vennero schiacciati, calpestati dai cavalli.

Fu un finimondo.

I fantini furono sbalzati dalla sella, i cavalli cadevano non riuscendo a frenare la rincorsa e a scavalcare due corpi.

Il Mossiere dovette sospendere la gara che venne ripresa, con chi acciaccato ma intero, poté cimentarsi di nuovo.

Luca e Giampiero morirono insieme, nemici.

Maresa diventò adulta, scoprendo la forza dell’autosufficienza, ma tenne sul comodino, la foto di quelli che chiamò poi angeli custodi.

La Flora e il Legnarello si astennero dal ripetere la gara.

I fantini fratturati e contusi, i Capitani sepolti, gli stendardi delle Contrade listati a lutto.

Come l’insulsa vita di chi si aggrappa a tutto, per essere niente.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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