Da L’Anima del Palio 18° novella L’AMORE


L’AMORE

 

Il 1978 fu l’anno della resa dei conti.

È vero che per mettere in moto un successo servono anelli di fortunata volontà che si concatenano con forza, tempismo e conseguenza.

Però è altrettanto vero che sfaldato il successo per non aver avuto gli occhi ben aperti sulle carte da giocare, per uscire dalla strettoia degli affanni creati dalla perdita di identità, quando i nodi vengono al pettine, non serve solo la grinta, ma ci si deve porre a distanza dai sentimenti, valutare con lucidità la questione e rincorrere l’alito del vento quando cambia direzione per risalire in groppa alla serenità.

Serenità era il nome dei cavallo prescelto da Guido Renani, il Capitano determinato a non lasciarsi fuorviare dalla depressione per la Croce che sfuggiva ogni anno, da troppi anni, dalle mani della Flora.

La Flora, Contrada prima dei Fiori, poi dei Floridi, vanta nel suo Contado, il ricordo della battaglia tra le milizie della Lega e quelle di Federico Barbarossa, in territorio tra Ponzella e Mazzafame.

I Contradaioli sono abituati a perpetuare la lotta raccogliendosi attorno al Maniero per ribadire l’entusiasmo dell’amicizia, della solidarietà dichiarate sotto i bagliori della bandiera che continua a dardeggiare l’ardente rosso e il leale blu.

Guido aveva un compito assai difficile, far girare le opportunità perdute, mescolarne l’amaro, diluire l’impazienza foriera di ulteriori sbagli, afferrare l’esperienza, masticare e sputare il veleno dell’apatia.

Guido era una roccia, non si prestava ad alcuna lapidazione, dopo aver sofferto fino in fondo quello che la vita decide dì farti soffrire.

Accettava le sue responsabilità a viso aperto e aveva fede nelle sue capacità, peraltro ben delineate e riconosciute.

La resa dei conti del 1978 testimoniò che l’imprevedibile malia dell’amore è una cambiale perennemente rinnovata senza la carità di un sconto.

Eliana Redi, la Castellana si poteva definire una meravigliosa fanciulla.

Senza ambizione prevaricante il suo equilibrio, si adattava a svolgere i suoi compiti con moralità ed etica purissime, slegate dalla realtà.

Non desiderava occuparsi delle contingenze della sopravvivenza, aveva uno stipendio fisso minimo che tappava i buchi dello stomaco, ma allargava le frustrazioni per la mancanza del bello.

Eliana lo bramava senza cupidigia, voleva circondarsene e stare a mollo nell’armonia della natura più rigogliosa, perché le sembrava che comportandosi da cannibale nei confronti della bellezza, anche lei sarebbe potuta diventare bella.

Sospirava spesso, incapace comunque di risolvere le sue spinte al meglio, giacché la paura di confrontarsi per ottenere, la bloccava.

Inseguiva l’elemento esterno, la bacchetta magica per cambiare la sua vita pantofolaia e tutto sommato grama, come fosse l’elemento esterno, la risoluzione delle sue aspirazioni calpestate appena tentavano di darle forza.

Avrebbe dovuto incontrare un marito padre che si fosse preso cura di lei, offrendole agi e tenerezze senza pretendere in cambio altro che la sua disponibilità indecorosa.

Conobbe Gabriele, un ragazzo precocemente invecchiato per la morte dei suoi genitori, quando era ancora in fasce.

Cresciuto tra istituto per orfani e una zia vuota come una zucca, era sensibilissimo al fascino di due occhi languidi dove poter specchiarsi e vedersi come desiderava essere, per dimenticare le sue radici strappate.

Aveva fatto strada, piegando ai suoi voleri la tristezza del senzafamiglia. Gabriele, di poche parole, ma pronto ad essere inciso dentro ogni cellula della sua fibra, si innamorò di Eliana.

Una cagnolina che si rotolava per terra incontinente per la gioia di una carezza, un padroncino che non si dimenticava mai di fare uscire il cucciolo per i suoi bisogni.

Due parti di una tessera che combaciavano con assoluta precisione.

Eliana si rendeva necessaria con la sua smania di pulire, di cucinare, lavare e stirare per il suo uomo.

Gabriele ricompensava la fatica con attenzioni delicatissime.

Un incastro che sembrava destinato a far nascere le radici che mancavano a Gabriele, un incastro che sembrava destinato a rendere lucente Eliana.

L’una aveva regalato all’altro la sua infanzia felice, l’altro le donava il presente pieno.

Gabriele morì nei giro di due mesi di leucemia fulminante.

Uno strazio che impantanò le risorse fisiche di Eliana fino a bloccarne la concezione del dolore, la coscienza di quello che era capitato proprio a lei.

Rimase, dentro, una meravigliosa fanciulla e fuori una orrida zitella.

Non essendosi sposata con Gabriele, non ne avevano avuto tempo, nulla le spettava in eredità.

Il testamento di Gabriele parlava di regalie all’istituto che gli aveva fatto da patrigno e matrigna.

Eliana non reagì, non ascoltando nessuna voce che avrebbe potuto indirizzarla o alleviarle il peso sulle spalle.

Rifiutò di crescere, ora ne aveva scoperto le ragioni, non si adattava e continuò a cullarsi nei suoi sogni, rapita dal principe azzurro che non sarebbe, no, non avrebbe osato, mai scomparso.

Guido non poteva farci nulla, lui così reattivo e si limitò a blandire Eliana con parole rassicuranti negando a sua volta, come si fa con i bambini per non spaventarli, la realtà.

Venne il giorno del Palio.

Il fantino era un nobile in miniatura.

Aggraziato, ben sostenuto dalla sua corporatura, emanava un fascino aristocratico permeato della sua aria tanto per bene.

Eliana sfilò in passerella, sorridendo beatamente.

Guido si stava interessando per farle avere una pensione di invalidità mentale, avendo realizzato che con la morte di Gabriele, anche le scarse doti combattive di Eliana erano sfumate.

Altera e infantile recitava la parte di una regina vincente in una storia, ahimè, mai scritta.

Il corteo finì la sua vetrina.

Eliana si mise ai bordi del campo, sfuggendo al controllo che voleva ogni non addetto ai lavori della corsa, fuori dal recinto, a tutela della sua incolumità.

Serenità sostenuta dal coro dei Contradaioli della Flora era in testa.

Figlio della vittoria e della perseveranza, alzava il muro del distacco ad ogni scalpiccio degli zoccoli, tra la sua classe e quella degli avversari.

Eliana incontrò lo sguardo del fantino, un dio greco, un Cavaliere esaltato dalla prova che stava superando.

Eliana si irrigidì, pervasa da un tremito di freddo che evidentemente doveva penetrarle fino nelle ossa doloranti.

Ansimò, si identificò in quello slancio del fantino.

Perché il fantino era Gabriele, presentatosi in quel momento sul cavallo, pronto a salvarla.

A portarla via dalla sua fisicità per farla vibrare come pura essenza dello spirito.

Dell’amore.

Presa dal suo ricordo, avvinta a quella felicità che avrebbe potuto scaldarla ancora, bastava che lei andasse incontro a Gabriele e si lasciasse trascinare sulla schiena di Serenità.

Eliana barbellando, si spinse sulla pista con un guizzo fulmineo prendendo la rincorsa proprio quando il fantino l’avrebbe incrociata di nuovo.

L’impatto fu devastante.

La mole del cavallo la sommerse schiacciandole l’ultimo inutile respiro che si tramutò in rantolo di rabbia.

Il fantino urlò imprecando contro quella figura di donna che cancellò l’ipotesi di vittoria con sbadataggine incosciente.

Guido si rassegnò immediatamente sapendo che l’amore di qualsiasi specie sia, è sempre follia che travisa l’umanità del singolo per confondergli le idee e lo fa regredire fino a prima della sua nascita.

Calmò gli astanti invocando, a suggellare l’ennesima occasione sfumata, pietà per Eliana, la meravigliosa fanciulla incapace di proteggersi e tutelarsi dai suoi incubi, dalle sue percezioni, dai suoi desideri, dai suoi fantasmi.

I Contradaioli della Flora, cominciarono a pregare, mentre la bandiera rossa e blu veniva ripiegata e riposta, in attesa di garrire l’anno successivo.

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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