Da L’Anima del Palio 15° novella IL TEMPO


IL TEMPO

Nel 1975 l’attività era frenetica, alla Contrada Flora.

C’è chi è incapace di leggere il quotidiano del giorno precedente considerandosi talmente appaiato al tempo che le distanze tra quello che è successo e quello che succede, devono essere colmate in fretta e per fretta di scappare oltre al presente.

C’è invece chi accantona quotidiani giorno per giorno, volendo pregustare il piacere di sentirsi calati nel presente, disposti al futuro, ma consapevoli della pienezza dei passato.

Un modo diverso di non stare bene con sé.

Le notizie di ieri danno conseguenza ai fatti di oggi, ma se saranno tanto sconvolgenti quando le leggeremo domani, il nostro dolore non sgorgherà come avrebbe dovuto per lavare il patimento, giacché saranno lontane e già dimenticate dalla storia.

Il Capitano Ernesto Padovani sapeva reggere benissimo le fila del suo tempo, vivendo con continuità ogni minuto della sua giornata.

Era un uomo eccezionale, grande. La sua sensibilità si mostrava in parte femminile, dunque completa, poiché essendo dato alla donna il privilegio di saper consolare dopo aver ascoltato, dì saper proteggere il debole quando è offeso, di saper infondere fiducia all’ultimo che è deriso, soltanto la donna è dare di abnegazione, comprensione e tolleranza.

Si interessava a tutti col sorriso sulle labbra, i suoi dinieghi non erano furiosi ma ponderati, prendeva per mano l’interlocutore e lo accompagnava alla sensazione di essere, in quell’istante, la persona più importante del mondo.

Chiunque avesse di fronte era un suo pari. I figli, Carlomarco e Giuliana lo adoravano. In lui, avevano trovato la fonte della generosità ed erano cresciuti forti e sereni nonostante la presenza di una madre piacente e persa nel suo involucro troppo inamidato per essere sgualcito.

Roberta Padovani non era granché colta, ma avendo girato il mondo per lavoro, era stata indossatrice, faceva sfoggio di riferimenti, ad usi e costumi, a paesaggi inglobati dentro, che riuscivano a darle una certa aria di raffinatezza.

Naturalmente era vestita con gusto, l’eleganza innata era una sua attrattiva. Peccato, che in quanto ad igiene fosse poco propensa ad essere fresca di doccia e non ricoperta di afrori mescolati a fragranze di lusso.

Tutto ciò che costava fatica od impegno non rientrava nel suo approccio con la vita.

Tirchia, si negava perché non era mai il momento adatto a concedersi. I figli dovevano essere bravi, buoni, educati, rispettosi, come sì deve, imparando da soli o dal padre, lei era troppo indaffarata. Non era abbastanza umile per guardarsi dentro e conoscere le sue lacune, si trascurava dal punto divista intellettivo, aspettando sempre che Ernesto ponesse il dito dentro qualche crisi che lui sentiva e tentava di analizzare, per poter esclamare che, giustappunto anche lei avvertiva lo stesso disagio.

Mai una volta che arrivasse prima ad intavolare un discorso, mai una volta che regalasse uno spunto di verifica. Una persona solo apparenze che mascherava la sua inadeguatezza, dietro un sorriso mansueto che la faceva sembrare dolce e remissiva.

Una fotocopia che però aveva l’arroganza di travisare le parole stampate, di stravolgere a suo favore, la bontà del marito. Poteva anche far colpo e sembrare lei, quella che sopportava.

Ma ad un giudizio più approfondito, si capiva quanto da sola fosse una nullità e quanto invece fosse tutto Ernesto.

Roberta senza di lui sarebbe naufragata alla deriva. Rimanendo aggrappata alla esuberanza del marito che pur sviliva, poteva permettersi il lusso di parare i colpi, di mediare gli affronti esterni.

Reputando che tutto le fosse dovuto, si permise anche il lusso di negarsi, a letto, alle richiese di Ernesto.

Era una donna sensuale, ma dalla sessualità irrisolta e avendo creduto di potersi vendicare della superiorità di Ernesto con e attraverso i suoi rifiuti, si ritrovò malata di vaginismo senza accorgersene. Somatizzò l’invidia e l’incapacità a reagire, ad aprirsi al sole, fino a patirne le conseguenze senza soffrire.

Da nevrotica, da paranoica distrusse con la caparbietà a non farsi curare, rimandando a dopo, a poi, la sua vita, che si sbriciolò aridamente.

Ernesto rimase legato a Roberta, nel suo carattere era determinante la disponibilità ad aiutare i deboli, anche se sapeva che avrebbe dovuto tagliare i fili col passato prima che diventassero gomene e lo facessero sprofondare nella melma del rancore della moglie.

Ernesto accettò, pur sentendosi fatto a pezzi, pur essendo umiliato, ferito, offeso dalla cieca e gratuita cattiveria di Roberta, di contribuire a farle conoscere le sue colpe per magnificare le sue doti.

Quali doti però salvare, se se ne era persa memoria dall’epoca del corteggiamento? Roberta faceva la ruota del pavone per mostrarsi come è difficilissimo continuare ad essere, recitando un ruolo che non era il suo e che la tensione, poi avrebbe sbugiardato.

Con pazienza Ernesto diede altro tempo a Roberta che dichiarandosi innamorata, dopo la separazione, di un altro uomo, non perdeva però occasione di cercarlo.

Voleva davvero riconciliarsi con i suoi figli, lasciati da lei al loro destino con compiacimento indecente?

Ernesto desiderava rinascere, ricostruire, ricominciare.

Con Roberta. Aspettò che i bollenti sospiri dell’infatuazione di Roberta sbollissero, proprio fino a maggio, il mese del Palio e della Madonna.

Ernesto si decise a rifiutare mentalmente la partecipazione che ancora l’univa a Roberta.

La lasciò, per non morire di crepacuore, sola di fronte ai suoi specchi. Che si rompessero, una volta per tutte!

Richiuse le sue braccia addosso a sé per vivere, per andare avanti e si guardò intorno fino a quando si accorse che di Roberte, il mondo era pieno.

Le scartò accuratamente fino all’incontro con Claudia, una donna risolta che l’ammirava, lo comprendeva fino dentro le vene, fin sotto le unghie.

Fu amore, quello, non dettato dalla dipendenza o dalla insana voglia di prevaricare, ma intessuto di tenerezza, di complicità e parlato con l’identico idioma.

Era poco più di un mese che Ernesto e Claudia stavano mettendo radici. Era poco più di un mese che Roberta invece, annoiata dalla sua passione, vagava nei suoi ricordi come una pazza, rendendosi, troppo tardi conto che, anche lei, avrebbe potuto essere una persona variegata.

Corse come un gambero sui suoi passi, pregando prima, supplicando dopo, minacciando poi Ernesto, di concederle l’ultima chanche.

Si era fatta curare il vaginismo per interesse verso il suo fittizio compagno.

Adesso era guarita, aveva compreso di aver perso tutto. Desiderava ripagare Ernesto e i figli della sua assenza così lunga, si sarebbe rimboccata le maniche, avrebbe accettato ogni condizione.

Si buttava ai suoi piedi in nome di quel grande amore che Ernesto le aveva sempre dimostrato.

Fuori tempo massimo, era arrivata fuori tempo massimo.

Ernesto, salvo finalmente dalle spire di quella donna bugiarda, incapace di donare vita pur avendo partorito due volte, asciutta nel suo egoismo, limitata dalla sua ambizione di succhiare le emozioni agli altri senza nulla dare in cambio, ebbe il coraggio e la forza di proferire il suo no.

Il giorno del Palio il Capitano sorvegliava l’andamento delle cose, lo svolgersi del meraviglioso rito.

In compagnia di Claudia pareva racchiudere tutta la felicità dell’universo nel suo sorriso.

Roberta arrivò trafelata al palco, livida, imbruttita, esasperata dalla realtà della sua definitiva solitudine per aver volontariamente sperperato un amore.

Voleva riprendersi quello che considerava suo, in una maniera sbagliata come lo era stata la sua vana gloria.

Estrasse il revolver dalla borsetta, si avvicinò ad Ernesto, nascondendo l’arma nel cavo della mano.

Fece per abbracciarlo ed Ernesto non si ritrasse alla stretta mortale.

Digrignò ì denti incredulo, interrogando Roberta con lo sguardo, mentre si accasciava al suolo.

Claudia pur atterrita, cercò di soccorrerlo non accorgendosi che Roberta, sovreccitata e senza pentimento, ma caricata, anzi, dal suo gesto, si preparava al secondo colpo.

Si suicidò ridendo con la consapevolezza tardiva di aver lasciato a piangere Ernesto, i suoi figli e Claudia, la compagna a lungo desiderata e di non poter pretendere niente altra commemorazione per se stessa, che la misericordia e il silenzio.

Mentre la Contrada Flora si metteva in lutto da quel preciso momento.

Annunci

Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
Questa voce è stata pubblicata in Bibliografia, L'anima del Palio, Libri e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...