Voglio entrare negli spogliatoi di Francesca Devincenzi


Prefazione

A Francesca Devincenzi  nata a Parma trent’anni fa.

Trenta anni: la metà circa dei miei.

E non sono bastati  ad appianare la differenza che non fa giustizia.

La storia del costume, apre le ali,

Un centesimo di millesimo di millimetro al secondo, per dispiegare battiti.

Fremiti di un volo che non prende il volo.

Se nasco, donna   e adulta mi ritrovo alta 1,89cm.,  arrivando a pesare 120 kg, posso aspirare a fare il facchino?

E se nasco uomo e adulto mi ritrovo alto 1,20 cm, arrivando a pesare 39 kg, posso aspirare a fare il fantino?

La risposta da accendere è una sola, non c’è bisogno di fare ambarabbaciccicoccò, tra la uno, la due o la tre!

Ed è: Si.  Urlato, gridato, maiuscolo.

Dunque, se nasco donna e mi piace il balon, posso scriverne!

E se nasco uomo e mi piace la cucina, posso scriverne!

C’entra il sesso,?

No, c’entra il sasso sugli occhi.

E’ ora di lanciarlo via, il più lontano possibile, che non ferisca nessuno e che non sia un boomerang, (ad essere buone, perché la tentazione è forte!)

E’ ora di piantarla con lo stereotipo da un tanto ad etto di luogo comune: così è stato, così è, così sarà!

Un beneamato cippirimerlo!

E’ ora di togliersi spontaneamente il burqua intellettuale. O di strapparlo, senza alcun complimento,  ai più riottosi.

Per avere diritto, in quanto donna,  a  parità di pensiero, a parità di aspirazioni, a parità di occasioni.

Ora che i sessi sono aumentati, sono più di due, nella consapevolezza e non già nella pena della solitudine ed emarginazione e la intelligenza dell’apertura mentale si adegua di pari passo, ha ancora significato imporre il distinguo prodotto dall’arroganza?

Praticare la sopraffazione per difendere privilegi rubati all’umanità, dall’uomo, masculo che cerca di scalzare Dio, con i suoi dettami di religione, di comportamento, di regole, tutte a suo vantaggio?

Certo servono guerrieri e pionieri, guerriere e pioniere.

Di tempra Banzai che a  muso duro, con grinta e determinazione scalino la disparità, e annullino il gap, la differenza, come amava chiamarla Brera.

L’esempio è luce, che sovviene nel procedere per la propria strada, quando si è donna e si osa invadere il campo maschile, lastricata di dileggio, di risatine crasse, di calunniette al pene.

Se ottieni una intervista scoop, l’hai data e sei puttana.

Se te la chiedono loro, gli invidiosi della tua bravura, supportata, (non sia mai che una donna possa essere una gnocca pensante, troppa grazia San’Antonio!),  anche dalla tua bellezza e non la dai, sei stronza.

Ecco, tutto gira attorno a quella escrescenza in mezzo alle gambe degli ometti.

Il pendolo del loro pregiudizio. Della loro paura.

Che segna un ritardo macroscopico nel raggiungimento dell’essere quello che si sceglie di essere.

Una persona libera di esprimersi a seconda delle proprie capacità, a seconda del proprio senso del limite.

E del ridicolo.

Vai Francesca, prendi il testimone e che sia una clava, se la tua competenza non pare sufficiente.

Da roteare sotto il naso degli imbecilli.

Ce ne sono ancora troppi in giro.

Rosanna Marani

CAPITOLO XXIII.

 

 

Rosanna.


 

 

Rosanna MARANI nasce a Imola nel 1946, ed è la pioniera del giornalismo sportivo femminile. Approdata alla Gazzetta dello Sport nei primi anni ’70, facendo scalpore con un’intervista a nove colonne a Gianni Rivera, da 6 mesi in silenzio stampa (novembre 1973). Fu la prima donna a condurre un talk show sportivo (Bar Sport su TeleNordItalia). Lasciò la Rosea nel 1984, ma ancora la ricordano.

Ora tiene un magnifico blog, che racconta le sue gesta. E si occupa della difesa degli animali.

Questo è quello che avrei scritto di lei, prima di conoscerla. Copiando qualcosa dal suo blog (https://lortodirosanna.wordpress.com/), probabilmente.

Poi c’è la Rosanna Marani che ho conosciuto, che mi ha accolto nella sua casa di Milano, bianca, luminosa, sapientemente arredata con l’arte del gusto di non farsi mancare nulla senza strafare.

C’è quella specie di mito vivente che mi ha mostrato i book che riportano le sue gesta.

C’è una donna nella quale mi rivedo, perché lei ha vissuto i mitici sixties, ha fatto più di quanto altre potrebbero fare in cinque vite, abbattuto barriere che anche io incontro quotidianamente.

C’è una splendida sessantenne, che dimostra venti anni di meno, ha debellato un cancro, retto alla fine di grandi amori, cresciuto tre figli, ama i due nipoti (e la femmina, Gaia, sono certa, sarà una grandissima giornalista) e non dimentica quello che ha passato. Ora, ama gli animali, combatte per loro. Come in passato ha fatto contro le barriere.

Mi racconta aneddoti, che io riporto, tali quali, per sorriderne. Per esorcizzare i miei fantasmi quotidiani.

Che riporto tali quali perché devono essere un patrimonio, a presente ammirazione di una donna speciale.

<<Ho scelto lo sport perché era un argomento concesso solo agli uomini. Dicevo perché io no? Così ho fatto la pratica al Resto Del Carlino, sotto la supervisione di Italo Cucci, che fu il primo a credere in me ed affidarmi una rubrica di traduzione delle varie agenzie sulle Olimpiadi>>.

Ecco, dico io. Rosanna costretta ad entrare nel mondo dello sport per vie traverse, perché nessuno ha il coraggio di darle il posto perché le spetta.

Ecco la prima ingiustizia.  Costretta a sentirsi dire <<il tuo posto è l’America, sei troppo avanti>>.

Anche io mi sento troppo avanti, da sempre. Ma nessuno mi si fila…

Finita la pratica, Rosanna acquisisce il tesserino da pubblicista e tenta la strada a Milano. Tramite un amico di famiglia, Sansoni, cerca di entrare alla Gazzetta dello Sport. Ma lui le risponde “Cara, ciccina bella, tesoro, non conosco nessuno che ti possa far scrivere su giornali di ricamo, o su Grazia, Amica, Bella…”.

Ed io, spiega lei <<Mi incazzo. Ma chi vuole parlare di uncinetto? Non avevo parole, non ci potevo credere. Gli dico: voglio scrivere di sport, cazzo. Ok, lui capisce e mi promette di occuparsene, Mi porta in tribuna stampa a San Siro, si gioca Milan – Rapid>>.

In questo momento del racconto, io rivivo l’emozione della mia prima in tribuna stampa. La mia prima tra quelli che sono quello che sogno di diventare. Ma il racconto è troppo bello, per rivivere la mia prima. Lei continua: <<Incontro Mottana, direttore della Gazzetta dello Sport. E’ in lutto per la morte della madre, non mi si fila di striscio. Lo inseguo, e gli dico: direttore, voglio fare la giornalista. Non mi guarda nemmeno, mi impunto, lo inseguo. Ribadisco il concetto. Estorco un appuntamento in sede. Nel quale lui mi dice di essersi pentito di avermi ricevuto, io esigo di essere messa alla prova. Mi fisso, prima strillo, poi piango comunicandogli che ho ventotto anni, sono vedova con un bimbo piccolo, faccio occhi da cerbiatta, uso tutte le armi femminili e non che ho. Mi dice “Ok, mi porti Rivera”>>.

Considerato che era in silenzio stampa da sei mesi, è un modo elegante per liberarsi di una donna che non mollerà mai. Ma lui non lo sa.

<Romeo Benetti, giocatore del Milan e amico oltre che compagno di Rivera. Un giorno mi presento in ritiro, ed intervisto Benetti. A Rocco, tecnico di quel Milan, quasi viene un colpo e mi apostrofa con un “donne e calcio uguale diavolo ed acqua santa”>>.

Carino, no? <<Io intervisto Benetti, poi vedo Rivera scendere le scale e gli dico: scusi, con lei ho finito, mi presenta Rivera? E lui così fa. Io a Rivera dico la verità, gli metto nelle mani la mia carriera. Lui capisce, e mi dà l’intervista. Che svela l’uomo prima del giocatore. La legge prima di mandarla in stampa, l’approva. Esce una domenica. Io giro tram e metropolitane, ed a tutti quelli con la Gazzetta dello Sport tra le dita dico: “Quello l’ho scritto io”>>.

Lo farei pure io, già. Chissà se ne avrò mai il piacere. Nel mentre, la carriera decolla. Tra un’ offesa, ed un mirato mobbing, che lei ricorda con l’ironia di chi ha imparato a stare al mondo. <<Non mi prendo mai troppo sul serio, non lo facevo nemmeno allora. Nella vita è tutto in prestito, sempre. La vita stessa, i figli, gli uomini, nulla è nostro, nemmeno in leasing, solo in prestito. Prendevo delle gran sberle ma andavo avanti, consapevole dei miei limiti e delle mie doti, con percezione della mia bravura e voglia di migliorarmi, credendo sempre in me stessa, gestendo i miei limiti e la mia professionalità senza modestia ne superbia. Per questo, ci ridevo su, ma era tremendo. Avevo la gonna? Allora ero mestruata, se invece indossavo i pantaloni volevo comandare. Ottenevo un’esclusiva? Allora ero andata a letto con l’intervistato. Facevo la carina? Ero una troia. Facevo la dura? Allora passavo per stronza e antipatica. Un incubo. Una volta al Giro D’Italia, dove facevo l’inviata, mi infuriai. Volevano mandarmi a casa con l’accusa di essermi scop…. tutti i corridori. Io risposi così al direttore: “Ora mi paga una plastica a imene e vagina perché se mi sono scop…. tutti i corridori per intervistarli il giornale me li deve nuovi”>>.

Commenti quotidiani, ordinaria follia. Che solo ora magari Rosanna comprende. <<Avevano paura, li capisco. Erano spaventati dalla mia cocciutaggine, dalla mia  voglia di levare il BURQA INTELLETUALE AL MONDO DEL CALCIO, dalla rabbia con cui difendevo un mio diritto, ovvero quello di parlare di pallone. Per me era un’ingiustizia non poterlo fare, per loro una violazione del proprio campo che lo facessi>>.

Tanto che erano rari persino gli episodi di solidarietà (non che oggi le cose siano cambiate). <<A San Siro, in tribuna stampa non c’era il bagno delle donne (in molti stadi ancora non c’è, ce ne è uno per tutti), ed io dovevo andare in bagno. Ero in fila, con Gianni Brera (che ha scritto la prefazione dei libri di Rosanna, che invidia, io lo ho studiato, amato, letto, memorizzato, ma mai conosciuto),e uno mi si avvicina e mi dice che non posso usare il bagno. Io rispondo: allora la faccio qui nell’angolo del bar, e fingo di alzarmi la gonna fino a quando non mi fanno passare. Un’altra volta, a Bologna, nel dopo gara, non volevano farmi accedere alla sala stampa. Motivo: “Lei è una donna”. Secca la mia risposta: Ah si, allora adesso tutti giù i pantaloni, voglio vedere se hanno i maroni. Ed ecco, che i colleghi si sono sbattuti per farmi passare, ed il giorno dopo ho ricevuto un bel mazzo di fiori a casa>>.

Unico, o raro, caso, di solidarietà in una carriera fatta spostamenti a rubriche assurde, a sport impensabili, e piccole, grandi, soddisfazioni. <<Per il Guerin Sportivo intervistavo i giocatori travestiti, con i giocattoli dei miei figli o robe del genere, per ognuno trovavo una maschera. Dall’abito di  Babbo Natale al Tutù da ballerina, ci sono passati tutti. Volevo rendere il calcio più leggero, e ci sono riuscita. Incocciati invece lo ho intervistato ballando, in diretta tv: nessuno mi ha più copiato, mentre con Maradona, in silenzio stampa, ho realizzato un’intervista muta. La prima della storia. Con nessuno ho però mai varcato la linea di demarcazione tra professione ed amicizia, mai ho svelato una confidenza. Oggi la Gialappa’s fa cose del genere, riprende le mie idee. Li ho incontrati. Mi hanno detto che io ero troppo avanti>>.

Essere troppo, troppo avanti, troppo tutto però, ha i suoi contro. <<Sto pagando con la solitudine il prezzo della mia consapevolezza. Sono stata una madre, buona o cattiva non so. Ho avuto tre figli, sono stata amata molto da tre uomini, che però non sono riusciti a fermarsi nella mia vita>>.

Resta una sola domanda. Una donna che ha lavorato con Mike Bongiorno (<<un maestro, l’ho sempre seguito, per imparare>>), per prima ha condotto una trasmissione di calcio (Bar Sport, 90°Donna), per prima ha scritto di sport, ha qualche rimpianto? <<Mi sono tolta tante soddisfazioni. Quando mi cacciarono da 90° donna arrivarono telefonate di protesta perché non c’ero più. Ho sempre lavorato in base all’etica, e qualcuno lo riconosceva. Ma ci sono anche tanti rimpianti. Non aver condotto la Domenica Sportiva, ad esempio. Per questo, perché la Rai non mi voleva ed io la valletta non la volevo fare, ho sempre optato per le tv private, ad esempio. Poi, aver guadagnato poco. Avrei potuto guadagnare di più, ma ho sempre scelto sfide, non soldi. Aver fatto poca radio, ne diressi una, ma scoprii che era porno. Si chiamava Radio Jukebox, mi ero fatta il mazzo tanto, ma era legata ad un telefono erotico. Delusione terribile>>.

L’ennesima, di una vita fatta di mobbing e dissacralità. Miti massacrati, e barriere demolite. Termini inventati, e copiati. Sapete chi ha insegnato a Trapattoni il suo detto più noto, “mai dire gatto se non ce l’hai nel sacco?”.

Lei. Che mostra, nel rimpianto più grande, una modernità assoluta. <<Se avessi avuto un protector, uno sponsor, sai dove sarei arrivata?>>.

Già. Quante volte me lo sono detta anch’io…

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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