Tesi di laurea di Chiara Colnaghi


Università Degli Studi di Milano

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea Magistrale

in Teoria e metodi per la comunicazione

Tesi di laurea di Chiara Colnaghi

COME E QUANDO LE DONNE HANNO ASSUNTO UN RUOLO NEL GIORNALISMO SPORTIVO

Prova finale di Chiara COLNAGHI

Matricola: 755179

Relatore: Prof. Marco VOLPATI

Correlatore: Prof.ssa Irene PIAZZONI

Anno accademico 2009 – 2010

Introduzione pag. 3

CAPITOLO PRIMO Nascita e storia del giornalismo sportivo        pag. 5

1.    Breve analisi e storia del giornalismo sportivo pag. 5

2.    Le particolarità di questo ambito giornalistico:

un mondo in parallelo pag.20

3.    Evoluzione del racconto dell’evento:

nuove forme pag.23

4.    La spettacolarizzazione: oggi, ieri pag.26

5.    Generi e linguaggi pag.31

CAPITOLO SECONDO La storia dello sport e la donna                  pag.36

  1. 1. Media e giornalismo sportivo pag.38
  2. 2. Carta stampata pag.38
  3. 3. Radio e televisione: fenomeno delle radio cronache sportive (prettamente maschile) pag.42

3.1 Radiocronisti pag.42
3.1.1 Le radiocronache calcistiche pag.44
3.2 Telecronisti pag.45

4.    La telecronaca è donna: tennis e sci pag.47

4.1 Altri esempi di telecronaca sportiva e presenza femminile:

il calcio pag.50

4.1.2 Gabriella Lescai pag.53

4.2 Telecronaca di automobilismo pag.55

4.3 Telecronaca di Basket pag.56

4.4 Il ciclismo pag.58

4.5 Pallavolo pag.60

5.     Web e giornalismo sportivo pag.61

5.1 La nascita dell’informazione italiana sul web pag.63
CAPITOLO TERZO Società, media e donne: l’ingresso della giornalista. pag.67

  1. 1. Origine sociale e formazione della giornalista,  ruolo e

spazi della differenza di genere pag.67

1.1 Perché diventare giornalista? pag.69

  1. 2. Una storia di genere: dagli anni Sessanta ad oggi pag.70
  2. 3. Una componente in crescita: gli anni Novanta pag.74
  3. 4. Parità tra i sessi: la storia continua pag.76
  4. 5. Il dibattito in Italia:  Milly Buonanno e l’indagine Eurisko pag.77

5.1 L’indagine EURISKO: diversi punti di vista pag.78

5.1.1 Le donne come soggetto di comunicazione pag.79
5.1.2 Le donne come “oggetto” di comunicazione: il punto  di

vista del pubblico femminile pag.81

6.    La rappresentazione di genere nell’informazione RAI pag.82

6.1 GLOBAL MEDIA MONITORING pag.83

7.    Evergreen pag.84

7.1 L’effetto-vetrina delle giornaliste in TV pag.85
7.1.2 La vetrinizzazione sociale pag.86

8.    I casi pag.87

8.1 Alba Parietti pag.88
8.2 Cristina Parodi
pag.91
8.3 Antonella Clerici
pag.93
8.4 Simona Ventura
pag.95
8.5 Maria Teresa Ruta
pag.98

CAPITOLO QUARTO Le giornaliste raccontano                    pag.100

  1. 1. Analisi delle interviste pag.102
  2. 2. La tv nel mondo del pallone pag.102
  3. 3. L’indagine pag.103
  4. 4. E ora la parola al mondo maschile pag.110
  5. 5. Considerazioni finali pag.112

APPENDICE pag.115

BIBLIOGRAFIA pag.183

SITOGRAFIA pag.185

RINGRAZIAMENTI pag.186

Carta stampata

Intervista a Rosanna Marani

Nel nostro Paese, insiemi ai quotidiani di diffusione locale, i giornali sportivi ricoprono il ruolo di “veri giornali popolari”. Lo sport, in particolare il calcio, è un fenomeno di costume di significativo spessore sociale e il suo linguaggio ha un ruolo rilevante nella costruzione del bagaglio linguistico di una fetta considerevole della popolazione, prevalentemente maschile ma non solo. Sono particolarmente gli strumenti grafici adottati dalle redazioni che vengono utilizzati per mantenere alto l’interesse dei lettori e per nascondere la povertà dei contenuti che caratterizza la stampa sportiva nei giorni in cui non ci sono particolari eventi.

La carta stampata, come già accennato nel capitolo precedente, ha una storia antica rispetto agli altri mezzi di comunicazione. La presenza femminile, oggi in continua espansione, riconosce nelle figure di Rosanna Marani e Manuela Righini l’inizio della rivoluzione che ha permesso l’ingresso all’universo donna nel maschilissimo mondo dello sport.

Chi è Rosanna Marani[1]?

Rosanna Marani, classe 1946, nata a Imola, è lombarda d’adozione. Il suo non è un nome a caso. Non è una penna tra le tante. È entrata nel 2009, a pieno titolo, tra i grandi della rosea. La Gazzetta dello Sport ha voluto, infatti, riconoscere a questa giornalista coraggiosa un posto d’onore tra i padri della storica testata. Il suo volto comparirà accanto a quelli di altri che hanno segnato le epoche più lontane e recenti del giornalismo sportivo.

Un atto dovuto, perché Rosanna Marani è diventata la prima donna giornalista sportiva con La Gazzetta dello Sport.

Una “madre” tra tanti “padri” illustri, presente con la conquista di un posticino al sole, nella storia del costume italiano che delinea le pioniere come quelle lottatrici che tanto hanno fatto per le pari opportunità.

Tanto si è parlato di lei, soprattutto anche altri professionisti hanno apprezzato la sua presenza nel mondo dello sport come un “fulmine a ciel sereno”.

A riguardo, Enrica Speroni, altra brillante giornalista della Gazzetta ha detto:

la presenza di Rosanna Marani, a metà degli Anni Settanta, aveva l´impatto del meteorite e non erano mancati incidenti di percorso. Per motivi più diversi: la sua bellezza, l´invidia per l´intervista esclusiva a Rivera da mesi in silenzio stampa, l´affermazione dell´allora direttore Giorgio Mottana che dichiarava un aumento delle vendite da quando aveva cominciato a scrivere lei, il suo disinteresse per il lavoro interno e improvvisi malori quando doveva chiudere le pagine in tipografia… Non fu un incontro sereno, la redazione ebbe una sorta di rigetto tanto che Gino Palumbo, storico direttore, un giorno disse la famosa frase: ‘Basta donne’. Trent´anni dopo abbiamo una giornalista vicecaporedattore nell´ufficio centrale del giornale, abbiamo due capidesk, inviate di calcio, F.1, sci, vela, volley… (nel calcio cronaca e pagelle, non solo il pezzo di colore)“.

  1. 1. Intervista a Rosanna Marani, prima giornalista sportiva della Gazzetta dello Sport

Come nasce la giornalista Rosanna Marani? Era un suo sogno fin da piccola?

Ho deciso che avrei fatto la giornalista quando avevo appena una decina d’anni: mi piaceva leggere, scrivere e a scuola, durante le lezioni d’italiano ero attentissima. Adoravo la magia delle frasi che, concatenandosi, volavano nella mia mente. Con le ali della immaginazione le vedevo comporsi e danzare. E volevo conoscerne mille di parole, diecimila, tante per poter provare il piacere di giocare con tutte le loro sfumature.

Ho iniziato effettivamente a scrivere a sedici anni, per i giornali della Parrocchia della cittadina in cui sono nata, Imola.

Per quanto riguarda il perché della mia scelta per il racconto sportivo,  è presto detto: mia madre era una grande appassionata di calcio, la domenica non perdeva mai nessuna trasmissione a riguardo, quasi ‘trascurando’ me e mio padre. Dunque lo respiravo in casa.

Ricordano la mia storia, partiamo dai miei diciotto anni, quando mi sono trasferita a Roma per poter continuare gli studi, ospite di amici di famiglia. Già allora però coltivando l’ aspirazione di fare la giornalista sportiva, pur   consapevole delle difficoltà che avrei incontrato, soprattutto perché una donna, cominciai a darmi da fare, per pubblicare qualcosa.

La prima mia firma su un quotidiano nazionale è apparsa su  Il Tempo.

Il caporedattore Erminio Iattarelli mi pubblicò una straziante ‘lettera in redazione’ sulla situazione dei cani, che venivano soppressi se non adottati entro dieci giorni,  del canile di Porta Portese.

Animali, la mia seconda ed attuale passione. Mi occupo di battaglie di civiltà come volontaria per la tutela degli animali e dell’ambiente.

Beh tornando ai miei primi passi, approdo poi ad Agenzia Italia,  Paese sera  e  Momento sera.

L’incontro con Mino Doletti, un ottimo maestro, mi portò poi a specializzarmi nello spettacolo. La paga, il conquibus,  di quel tempo era piuttosto modesta. Occuparmi di spettacolo però, mi diede la possibilità di frequentare luoghi prestigiosi, come il Teatro delle Vittorie a Roma e di fare la conoscenza di talenti veri, come la grande Mina.

Continuando su questo filone, ebbi la possibilità di lavorare per altre riviste femminili, come Sogno e Gioia e di conoscere un pezzo da 90 del giornalismo come Maurizio Costanzo, a quel tempo a Grazia.

Rientrai a Imola, nel 72,  poco prima della morte di mio padre, dopo essermi sposata, e avere avuto il mio primo figlio ed essermi separata.

L’aiuto di Pirazzoli, un giornalista sportivo imolese, del Resto del Carlino, mi permise di iniziare una collaborazione con il quotidiano  principale della mia Regione.

Sotto la guida di Gualtiero Vecchietti, altro maestro,  divenni una cronista di colore, nera e di rosa. Feci la vera gavetta con tanto di nottate in tipografia a chiudere il giornale. Ero responsabile della pagina di Imola.

Potei sbizzarrirmi per valorizzare questa pagina, con rubriche atte ad interessare un pubblico vasto e a far prenotare..copie del giornale.

Ricordo ad esempio la ‘parrucchiera del mese’, il ‘nipote del mese’, il ‘ristorante del mese’ e via dicendo. Un tentativo di marketing molto casalingo ma che funzionava alla grande. Avevo a volte, anche 100 copie prenotate!

Fu giocoforza, girando per i corridoi, fare amicizia con gli altri giornalisti, quelli assunti, titolati. Conobbi Italo Cucci, caporedattore dello sport. Il primo che credette nelle mie possibilità di giornalista sportiva!

Italo mi affidò così il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi per una rubrica fissa sul Resto Del Carlino.

Parlavo di sport!
Pur senza laurea, era iniziata una carriera che definisco più che brillante, di cui mi ritengo soddisfatta in pieno.

La mia formazione scolastica? Beh, da grillo inquieto. Ho frequentato il liceo classico due anni, la scuola per interpreti un anno, poi il liceo     linguistico tre anni e infine obbligata a prendere un pezzo di carta da mia madre Olinda, e da mio padre Roberto, ho conseguito il diploma della Scuola Magistrale da privatista, sei mesi di studio e quattro anni portati all’esame in un botto.

Ho superato l’esame di ammissione e frequentato per un anno il Magistero di Filosofia (allora non esistevano le scuole di giornalismo), senza però terminarlo, privilegiando l’ esperienza sul campo e spinta dalla forte volontà di lavorare e poter dimostrare la mia bravura”.

Lei è stata la prima in assoluto a varcare la soglia in questo mondo, sbaglio?

Effettivamente sì e qualcuno l’ha riconosciuto: al tempo, Francesco Cossiga mi nominò Cavaliere della Repubblica per meriti professionali, per aver aperto una strada nuova alle donne. Anche se ha poca importanza, mi è stato riferito che sono stata addirittura la prima in Europa, tanto che negli anni Settanta vennero ad intervistarmi anche dall’estero, dalla Grecia, dall’Inghilterra, ad esempio: conservo tuttora alcuni degli articoli che  mi dedicarono oltreconfine.

Ho iniziato a lavorare nel 1964 e nel 1973 sono approdata alla Gazzetta: il mio primo articolo è uscito il 18 novembre 1973. Titolo a nove colonne: Rivera e le donne? Terza pagina tutta intera per il mio pezzo.

Me lo ricorderò per il resto dei miei giorni… sulla rosea poi, quale giornale più adatto ad una donna che vuole intraprendere questo mestiere?”.

Ha riscontrato molte difficoltà in un mondo che si pensa, erroneamente, sia prettamente di competenza maschile?

“Diciamo che non è stato tutto rosa e fiori il mio percorso. Le difficoltà che ho dovuto affrontare per poter lavorare in un mondo come questo, infatti, sono state molte, però solo all’ inizio: quando andavo negli spogliatoi delle squadre per poter realizzare le interviste del dopopartita con i giocatori, cosa consueta per i colleghi maschi, gli incaricati dell’ordine, mi bloccavano e mi impedivano di entrare, addirittura coprendomi gli occhi con la mano,  affermando che in quel luogo non era possibile l’ accesso alle donne, ma io mi ribellavo, urlando che avevo tutti i diritti di entrare, al pari dei miei colleghi maschi. Ero una giornalista sportiva, che se ne facessero una ragione.

In una trasferta a Milanello, Nereo Rocco, allora sulla panchina rossonera, vedendomi arrivare, mi domandò cosa ci facessi lì, dicendomi, con il suo celebre accento triestino, che quello non era un luogo adatto per donne, alle quali non era concesso entrare perché avrebbero potuto far perdere la concentrazione ai giocatori. Il diavolo e l’acqua santa!

Oltre a questo mi è toccato sopportare lo scetticismo da parte degli addetti ai lavori, che ritenevano che una donna non potesse lavorare in questo ambito perché poco competente e capace di fare sempre solo le stesse domande. Per quanto riguarda il proseguimento della mia carriera, alla rosea fu davvero ben più difficoltoso.

La Gazzetta pensò fosse giusto, dopo avermi dato le prime pagine e titoloni a nove colonne, mettermi da parte, anzi annullarmi.

Fui obbligata a far causa alla rosea, riuscii ad ottenere giustizia, fui riassunta, avendo rifiutato il tentativo di un direttore del personale di allora, che mi aveva offerto una grossa cifra per convincermi ad abbandonare il giornale.

E la mia guerra personale per farmi accettare è continuata a lungo, prima di acquistare col il tempo, la mia dedizione, la mia professionalità, la credibilità necessaria per essere considerata parte della famiglia dei giornalisti.

E poi non posso certo negare le invidie e gelosie che si crearono nei miei confronti da parte di qualche collega maschio: nelle vesti di mosca bianca, giornalista sportiva, donna, giovane e belloccia, tutti mi cercavano, ero richiestissima come madrina per qualsiasi manifestazione, qualsiasi evento mondano legato allo sport.

In redazione, però, non potevo nemmeno rispondere al telefono, poiché i miei colleghi non volevano creare possibili fraintendimenti con le loro mogli, fidanzate o amanti, che non avrebbero gradito la presenza in redazione, di una collega femmina per i loro partner”.

Quello che lei racconta sembra appartenere a mondi lontani, differenti da una realtà che oggi si pone come “ aperta e paritaria” ed è stupefacente averne una dimostrazione così diretta… come è riuscita a uscirne da questa situazione?

“Gli uomini difendevano questo mondo con ogni mezzo, consideravano a priori la donna come un oggetto misterioso che non poteva trovare nessuna collocazione in tale mondo. Parliamo di rivoluzione femminista agli albori, dunque la donna a casa a far la maglia! Al massimo poteva insegnare.

Da parte mia, posso dire di non essermi certo risparmiata per  abbattere questi luoghi comuni, a volte anche con mala grazia, con rabbia, alzando la voce, lottando con le unghie e con i denti, quando il dialogo era precluso dai tabù del pregiudizio.  E non mi sono mai arresa, pur sola in questa battaglia all’ultimo sangue! E ce l’ho fatta!

La domanda che più mi irritava era il voler sapere come facessi a conciliare un lavoro tanto impegnativo con i miei doveri di madre ( tre figli ho generato), ed io, senza spendere troppe parole, ogni volta replicavo proponendo a chi mi poneva la questione, la stessa domanda. Chi mi intervistata, guarda caso era un uomo nella maggior parte dei casi. E lui, l’uomo, come poteva conciliare il ruolo di inviato e di padre? Si mi guardavano come una marziana!

Altro esempio: i discorsi dei miei colleghi masculi, quando ero nelle vicinanze, erano sempre infarciti di parolacce. Ogni occasione era buona per mettermi in imbarazzo. Per rimarcare la differenza uomo donna.

Beh mica mi sono fatta problemi. Davanti al mio specchio ho fatto scuola di parolaccia. Appena pronta, ho iniziato a parlare come uno scaricatore di porto, superando nel linguaggio volgare i maestri.

Bene, nel giro di un mese e mezzo coloro che mi avevano sfidato tentando di zittirmi, smisero di prendermi di mira.

Forse avevano imparato ad arrossire, loro dopo che avevo smesso io di diventare di fiamma.

Potei sciacquarmi la bocca, ma ahimè l’abitudine a parlare come un uomo scurrile, mi è rimasta!

Da quel momento si sparse la voce e fui vista come essere umano, una persona di sesso femminile che lottava per conquistarsi un posto al sole. E la pagnotta.

Si, è stata dura, durissima.

Posso dire di aver patito anche una violazione della mia intimità, della mia privacy, della mia femminilità, del mio essere donna.

Se portavo i pantaloni non avevo ‘le mie cose’, se avevo la gonna invece ero abbordabile.

E ovviamente non è stato facile. Orgogliosa, quando la rabbia e la frustrazione partorivano le lacrime, perché riusciva, qualcuno, a farmi saltare i nervi, stuzzicandomi in continuazione,  mi rifugiavo in bagno, di modo che nessuno mi vedesse.

Detesto la pietà, la compassione. Mi piace l’empatia, questo si.

Ma la carità pelosa no. La aborro. E mai dare soddisfazione al ‘nemico’.

Sì, sono stata sola per molto, moltissimo tempo, nel senso che a lungo non mi sono sentita dentro la redazione, ma un’estranea, capitata lì per caso: Davide di fronte a Golia. E quel che era più sconfortante, era il fatto che dovevo andare avanti grazie alle mie sole forze, non potevo appoggiarmi a nessuno. Erano quegli stessi uomini che mi guardavano con diffidenza che dovevo conquistare, per catapultarmi dalla loro parte.

Fortunatamente, poi ci fu un collega Lodovico Maradei che premiò la mia costanza e il mio impegno. Gliene sarò per sempre grata. Sfondata la breccia, abbattere col suo prezioso aiuto il muro, fu una conseguenza naturale.

Capì, che io chiedevo solo di essere messa alla prova, di essere giudicata per quello che ero in grado di fare, per le mie capacità. Non per il mio sesso, né per il mio faccino”.

Pensa che esistano ancora delle discriminazioni verso le donne giornaliste-sportive?

“È un mondo difficile e faticoso. Solo dimostrando con tenacia e testardaggine sul campo il proprio valore, si può ribaltare e annullare il pregiudizio che ti accompagna da quando fai il tuo ingresso”.

Cosa pensa sia cambiato dal suo esordio?

Credo non sia cambiato molto. Le giornaliste e non le ragazze sgabello che utilizzano l´ambiente del calcio come trampolino per il successivo calendario, sono una presenza minoritaria rispetto ai colleghi maschi. L’erosione ai tabù e pregiudizi è molto lenta. E l´autostima delle donne è messa a dura prova. Penso che ancora oggi non sia un percorso facile. Molto più soft, questo sì, grazie anche a tutte le donne che ad oggi si sono affermate come giornaliste sportive e grazie all’appoggio che si può trovare in loro e nelle colleghe della redazione. Io allora non potevo affidarmi a nessuno, se non ad un uomo!”.

Cosa le hanno insegnato le sue esperienze in televisione e quelle nella carta stampata? Somiglianze e differenze tra questi media?

Nella carta stampata la carriera è più lenta, serve maggiore tempo per diventare una firma riconosciuta dal lettore. Nella tv basta una immagine giusta, un secondo appena, per impressionare e diventare un nome. La notorietà può essere uno scudo che ti aiuta a proseguire la tua strada.

La carta stampata è analisi, induce alla riflessione. Entri nel mondo del lettore in punta di piedi. La tv è sintesi, induce alla spettacolarizzazione. Scrivere esalta l´intimità, la parola ti entra dentro e ti sveglia. La televisione ti affascina e ti cattura con l´immagine. Salti a piè pari nel mondo del telespettatore. Tutti e due i mezzi ti devono rapire i sensi e rimanerti nell´anima, come tuo patrimonio.

Ecco il giornalista deve dare il là. Lo scrittore prosegue con le altre note”.

Lei che dello sport ha fatto la sua vita, avrà pure una preferenza per uno sport in particolare? Di cosa è particolarmente tifosa?

Tifo per l’uomo che nello sport incontra e supera i suoi limiti. E per lo sport che si fa domare dall’uomo con un record. L’atletica. E mi affascina il tiro con l’arco, centrare l’obbiettivo deve dare i brividi. Gli sport che ho praticato? Beh la mia insegnante di educazione fisica mi rimbrottava sempre per la mia pigrizia. Poca stoffa e ruvida come atleta avevo! Ho praticato la guida sportiva sul go kart. Con buoni risultati e mi sono dilettata al tiro al piattello”.

Nella sua esperienza professionale ha un servizio, un personaggio o un’intervista che più ricorda?

Un’intervista decisamente. Per entrare alla Gazzetta dello Sport, l’allora direttore Giorgio Mottana, esasperato dalla mia caparbietà e dal mio voler assolutamente entrare nella sua redazione, mi affidò un compito impossibile, con l’intento di togliermi di torno: avrei dovuto intervistare il capitano del Milan Gianni Rivera, a quei tempi in silenzio stampa da ben sei mesi. E per scoraggiarmi ulteriormente, inoltre, prima che abbandonassi il suo ufficio, Mottana aggiunse che avrebbe voluto leggere nel mio pezzo qualcosa di nuovo e non tutto quanto era già stato sentito più e più volte.

L’impresa di incontrare Rivera si rivelò ovviamente ardua fin dall’inizio, dal momento che il giocatore si negava con costanza al telefono con scuse banali e poco credibili, ogni volta diverse: prima era occupato, poi era appena uscito… Ma io non mi arresi nemmeno quella volta e lo raggiunsi di persona ad Ancona a bordo della mia Cinquecento, con la complicità di Gino Sansoni. L’editore di Forza Milan e di Romeo Benetti.

Lo incontrai Gianni Rivera, nella hall di un albergo e fu proprio con quell’intervista che mi inventai la mia carriera. Giocai tutte le mie carte, presentandomi come una donna separata con un figlio piccolo, la cui possibilità di lavoro come giornalista alla Gazzetta dipendeva da quella missione impossibile, dal suo sì.

Mi dichiarai disponibile a fargli rileggere il pezzo una volta steso e addirittura a distruggerlo, se non avesse ritenuta opportuna la sua pubblicazione. Insomma, ho usato tutte le armi a mia disposizione ed è andata decisamente bene. Mi concesse l’intervista. Portai così l’articolo in redazione, ma per il responso dovetti aspettare ventiquattro ore durante le quali, per sconfiggere l’ansia e il nervosismo, cercai di tenermi impegnata il più possibile e di distrarmi in qualsiasi modo.

L’attesa venne ripagata: l’articolo uscì il giorno successivo, il 18 novembre 1973, domenica, quando la Gazzetta è più venduta, pubblicato in terza pagina,  la più nobile, occupando ben nove colonne e con l’aggiunta perfino una mia foto!

Ero davvero orgogliosa di me stessa e, compiaciuta e con un pizzico di vanità, mi chiesi come avesse fatto fino a quel momento il mondo del giornalismo sportivo a sopravvivere senza una donna nelle sue fila ma soprattutto senza di me!”.

Chi tra colleghi e colleghe apprezza di più? A chi si è ispirata come modello?

Faccio grandi nomi, tutti uomini : Mino Doletti, Emidio Iattarelli, Gualtiero Vecchietti, Italo Cucci, Lodovico Maradei, Gianni Brera. Ma non mi ispiravo a nessuno in particolare: volevo affermare me stessa. Presuntuosa e sfacciata come ogni giornalista che si rispetti”.

La situazione del giornalismo in Italia non è sicuramente delle migliori…sia per i contratti che per le poche possibilità che ci sono se si vuole fare un certo tipo di giornalismo che non è da “salotto”…che consigli si sente di dare a chi vuole intraprendere comunque la carriera giornalistica?

Curiosità, coraggio, faccia tosta, solido bagaglio culturale, grinta, determinazione, costanza, passione e salute di ferro.
E ottimo utilizzo del web, oggi puoi diventare giornalista senza direttore senza frequentare una redazione, ma realizzando scoop che puoi pubblicare da solo. Fanne due, tre, quattro e vedi come fanno a gara a comperarteli i tuoi articoli!”

Attualmente nelle trasmissioni sportive l´immagine della donna è associata alla bella ragazza sullo sgabello che non parla e sorride sempre. Cosa ne pensa?

Dignità e ruolo. Due parole chiave. Fino a quando la donna conscia di avere ruolo e dignità e non pretenderà rispetto, beh allora che si butti via senza lamentarsi. E quelle che si buttano via, che percorrono la strada facile del tutto subito perché sono niente dentro e il fuori se ne va in fretta, sono le peggior nemiche di quelle donne che lottano per affermarsi senza sentire la necessità di mostrare il tanga”.


[1] Cfr.  Intervista numero 1 in appendice

Advertisements

Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
Questa voce è stata pubblicata in Dicono di me, Tesi di Laurea e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...