Se ti ammali ti lascio


E lo chiamano amore! In salute e in malattia… sei solo.Sempre, come quando nasci e muori.

Per quanto mi riguarda, a me è capitato, tra le opzioni descritte nell’articolo, di diventare più forte.

Ora i vaffa sono aumentati in percentuale del cento per cento. La barriera della tolleranza, mettersi neo panni degli altri, farsi carico dei problemi degli altri, è caduta e non ho nessuna intenzione di riedificarla, perchè sono impegnatissima a prendere  le misure dei panni miei e a farmi carico dei problemi miei.

Come amo ricordarmi: non ho tempo per gli imbecilli.E faccio capire agli imbecilli di non sprecare tempo con me.

E dopo aver vissuto la mia a avventura con l’ufo tumore, improvvisamente ne ho riconosciuta una moltitudine che mi ha lasciato attonita.

Prima era una macchia, una marmellata senza nome, ora sono in possesso di tutti i dati per compilare l’etichetta. Trattasi di componenti  di materia..fecale.

Corriere della Sera

INCHIESTA

Cancro? E il matrimonio va a pezzi: se ti ammali ci lasciamo

Se il tumore colpisce lei la separazione è sette volte più probabile. Storie di separazioni e tradimenti

(Grazia Neri)

MILANO

Una malattia grave in famiglia mette seriamente alla prova la solidità di una coppia: tante difficoltà pratiche e psicologiche finiscono per minare in modo irrecuperabile il rapporto, mandando in frantumi l’intimità sessuale e sentimentale. Le probabilità di separazione o di divorzio, però, sono sette volte superiori nel caso che sia la moglie ad ammalarsi. I motivi? Spesso, dopo esserle stato vicino durante il periodo delle cure, il marito la abbandona. Ma accade anche che a fare le valigie sia lei, perchè combattere il cancro rende le donne più forti e consapevoli delle proprie capacità.

LO STUDIO – In uno studio pubblicato sulla rivista Cancer ricercatori del Seattle Cancer Care Alliance hanno analizzato le statistiche dei casi di divorzio di 515 pazienti colpiti da varie forme di tumore al cervello e da sclerosi multipla, seguiti per un arco temporale di cinque anni, dal 2001 al 2006. I risultati hanno confermato quanto era già emerso dai pochi studi sul tema svolti in passato: circa il 12 per cento delle coppie va incontro a divorzio o separazione se uno dei due coniugi sviluppa il cancro. Ma ben il 21 per cento delle coppie tende a separarsi quando ad ammalarsi è lei, mentre soltanto il 3 per cento dei matrimoni s’infrange se è l’uomo ad essere colpito dalla malattia. La rottura è più frequente nelle coppie giovani (quelle con una storia insieme più breve o formate da persone di giovane età), mentre i coniugi anziani o sposati da lungo tempo sembrano reggere meglio l’impatto. Un fatto, comunque, risulta evidente: la separazione influisce negativamente sia sulla qualità di vita residua dei malati che sulle terapie. I pazienti soli, infatti, hanno più probabilità di venire ricoverati in ospedale e minori chance di partecipare a sperimentazioni o di sottoporsi a diversi cicli di trattamenti.

LA COPPIA SCOPPIA, DOPO – «Nella mia realtà confermo in pieno i dati dello studio americano – commenta Patrizia Pugliese, responsabile del Servizio di psicologia all’Istituto Tumori Regina Elena di Roma – : se un’unione va in crisi nella stragrande maggioranza dei casi è il marito che se ne va e la separazione riguarda soprattutto le persone giovani o le unioni formate da poco. Ma scoppiano davvero sole le coppie che avevano già dei problemi, magari trascurati, lasciati sopire per anni. E la malattia li mette in evidenza, li esaspera». Di solito, spiega l’esperta, marito e moglie restano molto uniti finché «c’è da fare»: intervento chirurgico, chemio e radioterapia, accompagnamenti per le visite, gestione di casa, famiglia e figli mentre il coniuge è più debole o ricoverato. I problemi arrivano dopo, nel follow up. Quando c’è tempo per riflettere e bisogna tornare alla «normalità», raccogliere le forze dopo la paura che la malattia porta con sé, programmare il futuro facendo i conti con il cancro e i cambiamenti avvenuti. Quando si torna a casa, alla quotidianità. E all’intimità, che troppo spesso non prevede il sesso.

STORIE DI SILENZI… – «Mio marito è stato splendido», racconta Roberta, 47 anni, operata quattro anni fa di un carcinoma al seno e ora in cura per una recidiva. «Si è fatto carico di tutto. Era onnipresente, per me e per nostra figlia: portava me alle visite e lei a scuola, ai corsi di nuoto, la seguiva alle gare. Coordinava i turni in ospedale e mi è stato molto vicino. Casa, spesa, vacanze, pensava a tutto lui. Cucinava, persino, e sorrideva». Eppure ora sono in crisi: lui rivendica gli sforzi fatti e mette in evidenza l’abisso che separa i suoi molti impegni rispetto a quanto fanno normalmente «gli altri uomini». Lei ringrazia, ma si sente sola. Con il dolore, la paura di morire e la sensazione sgradevole di non sentirsi più amata né desiderata, solo accudita. «Luca fa, fa tantissimo, si sente Superman in confronto ad amici e colleghi – continua Roberta -. Ma non mi parla, non mi vuole ascoltare. Quando ho tentato di parlargli delle mie ansie, ha sempre tagliato corto. E se mi vede pensierosa o solitaria s’infastidisce piuttosto che chiedermi cos’ho. Mi basterebbe un “come stai?” di tanto in tanto. E una carezza, un bacio, magari qualcosa in più». L’incapacità di comunicare i bisogni emotivi è uno degli scogli più grandi da superare: il malato si sente senza appoggio, incompreso, abbandonato a timori che il cancro ha scatenato. E il partner non sempre è in grado d’intuire cosa sta succedendo. «Comunicare è l’unica soluzione – dice Pugliese -. Bisogna esporre chiaramente pensieri e bisogni, da entrambe le parti. Perché i silenzi sedimentano e si creano mura invalicabili»

. …E DI TRADIMENTI – E il sesso? Tornare a farlo, appena possibile, è il consiglio degli esperti. Compatibilmente con i tempi di recupero dai trattamenti, ovviamente. Magari trovando strade nuove per una sessualità che, soprattutto agli inizi, potrebbe non consentire il tradizionale rapporto completo. Ma baci, carezze e «preliminari» sono parte fondamentale di una coppia che voglia restare unita. «Dovevo capirlo prima, ho sbagliato anch’io – ammette Sonia, che a 44 ha ritrovato la serenità e i piaceri dell’intimità con un nuovo compagno -. Avevo 35 anni quando mi hanno diagnosticato un carcinoma ovarico, convivevo con il mio ex da tre anni, ma stavamo insieme da sei. Ho subito un intervento e la chemio, per fortuna è andato tutto bene, ma noi due ci siamo persi. Dopo le cure lui non mi cercava più: era paziente e comprensivo o disinteressato? Forse entrambi, all’inizio. Io soffrivo di secchezza vaginale, dolore alla penetrazione e non avevo molta voglia. Non mi sentivo desiderata, evitavo il discorso. Giorno dopo giorno, senza parlarne, sono passati cinque anni. Cinque anni senza rapporti, per me. Lui si era trovato un’amante».

IL MALATO E’ LUI? CHIEDE AIUTO CON L’AMANTE – Simona Donegani, psicologa delProgramma Prostata dell’Istituto Tumori di Milano dal 2003, di storie da raccontare ne avrebbe tantissime, tutte molto simili: vede circa 20 nuovi malati ogni settimana. Sono uomini a cui viene diagnosticato un tumore alla prostata, perlopiù over 60, vicini alla pensione. «Su di loro l’impatto della malattia è durissimo – spiega l’esperta -, sia a livello psicologico che sessuale perché l’uomo sente di perdere il suo potere di capofamiglia e vede messa in dubbio l’immagine virile che ha di sé. Incontinenza e disfunzione erettile, poi, sono un duro colpo da sopportare». Nonostante le difficoltà, comunque, il matrimonio regge. In oltre sette anni, su circa 3 mila pazienti, la psicologa ricorda bene gli unici tre casi di separazione: «Tre coppie con grandi differenze d’età. Lui ultra 60enne, lei molto più giovane con l’intervento prostatectomia radicale vedeva rompersi l’idea di famiglia che avevano progettato. È stata l’impossibilità di avere dei figli a rendere la crisi irreversibile. E in tutti e tre i casi la separazione è stata ben accettata anche dall’uomo». Solitamente, invece, la donna accudisce il partner, è avvezza a offrire supporto emotivo, a sacrificarsi e non le dispiace cercare una nuova sessualità fatta più di preliminari (se per effetti collaterali legati alle cure la penetrazione diventa un problema). Lui spesso diventa geloso, possessivo, teme un tradimento, ma il tempo e il dialogo aggiustano le cose. «Per le donne, passati i 60 anni, nella stragrande maggioranza dei casi il sesso penetrativo non è la cosa fondamentale – continua Donegani -. Ma lo è per i maschi, che quando si presentano da me (chiede supporto psicologico solo un paziente su dieci circa, ndr) sono molto frustrati». E se non mancano i casi di uomini che, una volta lasciata la malattia alle spalle, decidono di “cambiare vita”, dedicandosi a nuove esperienze e nuovi amori, la maggior parte di quelli che chiede aiuto per la vita di coppia lo fa perlopiù accompagnato dall’amante, perché con la moglie spesso non c’è più intimità.

UNA DONNA SU QUATTRO LASCIA IL MARITO – Gli studi scientifici sul tema «cancro e divorzio» scarseggiano e dati italiani non ne esistono, ma secondo le stime fornite dall’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) nei mesi scorsi il 25 per cento delle 400mila italiane ad oggi guarite dal cancro al seno ha chiesto la separazione perché il coniuge si è dimostrato inadeguato ad affrontare la prova. Di fronte a questi dati bisogna tenere presente che, con la diagnosi precoce, è sempre più alto il numero di donne che affrontano il cancro molto giovani, fra i 30 e i 40 anni. E che le possibilità di guarigione sono elevate. Sconfiggere il cancro, così, può equivalere a una seconda occasione: dopo aver sfiorato la morte si ritrovano l’entusiasmo e la voglia di vivere, di ripartire da zero. Ricominciare a vivere, dopo mesi di agonia e angoscia, spesso vuol dunque dire lasciarsi alle spalle molte cose e se una donna su quattro lascia il marito, cresce sempre di più pure il numero di ex-pazienti che diventano mamme (il 5 per cento) e che tornano al lavoro (il 40 per cento dopo due mesi dalla diagnosi, il 74 dopo due anni).

TRE CONSIGLI PER RESTARE UNITI – Come far reggere il matrimonio all’urto di una malattia grave? Le psicologhe concordano su tre punti fondamentali. Primo, chiedere un sostegno psicologico fin dalla diagnosi: aiuta a sentirsi meno soli e a non commettere gli errori più comuni per le coppie in questa situazione, prevenendo conflitti di coppia, distacchi e separazioni. Secondo, la parola d’ordine è comunicare. Chiedere al partner cosa gli fa paura, se prova dolore, quali sono le sue aspettative e i suoi bisogni. Terzo, non perdere l’intimità e riprendere la sessualità il prima possibile. Non esistono tempi obbligatori di stop da rispettare (a parte quelli legati all’intervento chirurgico) e non è detto che sesso equivalga solo al tradizionale rapporto completo. Si può sperimentare altro, i preliminari diventano più importanti e a un’intimità di baci e carezze non esistono limiti. È fondamentale che il malato si senta desiderato e il partner non si senta escluso, ma vicino.

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)
29 giugno 2010(ultima modifica: 05 luglio 2010)

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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