Tesi di Laurea di Giada Masieri


Ringrazio Giada Masieri che ha voluto ricordarmi nella sua Tesi di Laurea.

Ai miei genitori, per il loro infinito, incondizionato e a volte immeritato amore e ai miei nonni, figure non più visibili ma sempre presenti in ogni istante della mia vita.

INTRODUZIONE_ – 3 –

CAPITOLO PRIMO_ – 4 –

IL GIORNALISMO SPORTIVO E LE SUE PECULIARITA’ – 4 –

Analisi e storia del giornalismo sportivo – 4 –

Le peculiarità del giornalismo sportivo – 18 –

Evoluzione del racconto dell’evento sportivo: dalla cronaca alla retorica_ – 22 –

Notiziabilità del giornalismo sportivo – 22 –

CAPITOLO SECONDO_ – 24 –

LA FIRMA FEMMINILE NELL’INFORMAZIONE_ – 24 –

Percorsi e presenze di una storia di genere_ – 24 –

Donne, giornalismo e giornaliste televisive_ – 33 –

CAPITOLO TERZO_ – 36 –

SOCIALMENTE LE DONNE E IL GIORNALISMO_ – 36 –

Seminario tenuto da Maria Pia Farinella su “Donne, Media e comunicazione. – 36 –

Donne e Media: “Global Media Monitoring Project: Who Makes The News?” (2005) – 38 –

Convegno: Più donne nelle redazioni, ma il potere resta maschile_ – 40 –

Milly Buonanno: “Visibilità senza potere. Le sorti progressive ma non magnifiche delle donne giornaliste” – 43 –

CAPITOLO QUARTO_ – 48 –

LE GIORNALISTE RACCONTANO LO SPORT_ – 48 –

La prima donna giornalista sportiva professionista: Rosanna Marani – 51 –

Parte della presentazione di Gianni Brera nel libro di Rosanna Marani “Una donna in campo” – 55 –

Primo articolo di Rosanna Marani nella “Gazzetta dello Sport” – 56 –

CAPITOLO QUINTO_ – 64 –

INTERVISTE A GIORNALISTE SPORTIVE TV RADIO E CARTA STAMPATA – 64 –

Intervista a Rosanna Marani: prima giornalista sportiva professionista_ – 64 –

Intervista a Simonetta Martellini: Radiocronista pallavolo per RadioRai – 71 –

Intervista a Donatella Scarnati: Inviata sportiva per il Tg1_ – 76 –

Intervista a Paola Ellisse: Telecronista e Account Basket per Sky – 81 –

Intervista a Giulia Zonca: Giornalista sportiva per “La Stampa” – 85 –

Intervista a Alessandra Bocci: Giornalista sportiva “Gazzetta dello sport” – 88 –

Intervista a Elvira Erbì: Giornalista sportiva “Tuttosport” – 92 –

CAPITOLO SESTO_ – 96 –

ANALISI INTERVISTE_ – 96 –

CONCLUSIONI – 102 –

BIBLIOGRAFIA_ – 105 –

SITOGRAFIA_ – 106 –

RINGRAZIAMENTI – 107 –

INTRODUZIONE

“La firma femminile nel mondo dell’informazione- analisi specifica delle giornaliste che raccontano lo sport in tv, radio e carta stampata”, questo è il titolo che ho scelto per la mia prova finale perché il mio sogno è quello di fare la giornalista e quindi mi è sembrato giusto rendere omaggio a un lavoro che fin dalle sue origini ha dovuto superare molti ostacoli, pregiudizi e costrizioni soprattutto nel mondo dell’informazione sportiva che per anni è sempre stato dominio del genere maschile.

Questa tesi non è un altro elaborato della “cultura del lamento”, ma rappresenta un’esplicita volontà di analizzare il mondo dell’informazione femminile dalle sue origini fino ad oggi, con una particolare attenzione al mondo del giornalismo sportivo.

Nel primo capitolo ho ripercorso la storia del giornalismo sportivo dalle sue origini ad oggi attraverso gli avvenimenti, gli uomini e le testate che hanno profondamente segnato questo ramo dell’informazione sottolineando anche la sua evoluzione da cronaca a retorica, la sua notiziabilità e le sue peculiarità.

Nel secondo capitolo ho raccontato l’evoluzione del giornalismo femminile attraverso le varie fasi storiche che lo hanno definito, poiché è stato grazie alla tenacia d’alcune donne come Oriana Fallaci, Eleonora Fonseca Pimtel o Rosanna Marani che si sono combattute, in epoche e campi differenti, per abbattere i pregiudizi che accompagnavano coloro che volevano intraprendere questo tipo di professione.

Nel terzo capitolo affronto il tema del giornalismo femminile analizzandolo socialmente attraverso convegni sull’argomento o tramite l’esperienza della sociologa Milly Buonanno che da anni si occupa di questa sfaccettatura dell’informazione di genere.

Il quarto capitolo è un omaggio al mio modello, alla persona che più stimo tra le giornaliste, nonché la prima giornalista sportiva italiana: Rosanna Marani

Il quinto capitolo è dedicato alle interviste da me realizzate a donne che raccontano lo sport in tv, radio e carta stampata.

Nella sesta parte analizzo queste interviste cercando di tracciare un modello di giornalismo sportivo, le differenze che vi sono tra i diversi mezzi di comunicazione nell’approccio ad un evento, le difficoltà che ognuna di loro ha avuto agli inizi della carriera e il loro rapporto con i colleghi maschi.

Con questa tesi mi sono voluta sentire un po’ giornalista e un po’ storica, ho cercato di mettere in risalto gli aspetti positivi di una professione che ammiro profondamente unita alla mia grandissima passione per lo sport.

……………………………….

CAPITOLO QUARTO

LE GIORNALISTE RACCONTANO LO SPORT

L’affermato giornalista Italo Cucci, che tutti conoscono come affermato direttore e opinionista televisivo, nell’articolo seguente descrive alcune giornaliste sportive che incontra e che scopre professionalmente come, per esempio, Rosanna Marani che è la prima donna a diventare giornalista professionista sportiva nel 1976 oppure Simonetta Martellini, radiocronista della pallavolo azzurra e figlia della Grande Voce del calcio Nando Martellini.

Tra le giornaliste sportive che stima nomina Donatella Scarnati ed Emanuela Audisio.

La prima viene apprezzata perché conosce il mestiere, è seria, affidabile, quindi ricercata: “a lei non si nega un’intervista che farà ricco il Tg e l’intervistato” scrive il giornalista Italo Cucci.

Mentre la seconda è riconosciuta come eccellente giornalista e al tempo stesso ottima scrittrice: “come del resto tutte le sue pagine sono quanto di meglio oggi si può leggere. Non solo di sport”.

DA “L’INDIPENDENTE” del 7 marzo 2007

“CHE DONNA QUEL CRONISTA”

Di ITALO CUCCI

“Aveva già fatto le prove con successo, ma domenica sera 4 marzo Tiziana Alla, redattrice sportiva di Rai International, ha fatto il grande balzo nella telecronaca di alto livello raccontando ai telespettatori della “Grande Giostra del Gol” (il programma sportivo più visto del mondo, in onda dal Canada all’Asia) la spettacolare vittoria della Juventus sul Piacenza, con tre-gol-tre del Divino Alex Del Piero, oggi il più amato dagli italiani. Era il passo che mancava alla Giornalista Sportiva già presente in tutti i media di settore, libri, giornali, radio, tivù, internet e affini. Come se l’è cavata? Bene.

Intanto – va chiarito subito – telecronaca asessuata: nessuno le ha chiesto – né lei ci sarebbe stata – di raccontare il calcio, prodotto maschilista per eccellenza, “al femminile”. E tuttavia ci ha messo del suo per far notare la differenza non aggiungendo – salvo una particolare gradevolezza della voce – molto togliendo alla narrazione abitudinaria dei telecronisti più affermati, i quali non possono fare a meno di abbondare in tecnicismi (quattrottrettre e via così, sull’onda del sacchismo) spesso inintelligibili ai più. La competenza – sicura – è stata esibita con leggerezza, là dove serviva quel tanto di spiegazione dei momenti di gioco; la competenza piace, ma non deve essere perentoria, assiomatica, deve, anzi suscitare la concorrenza del telespettatore spesso erudito in materia al punto di poter contestare «quel fortunato che può dir la sua alla tivù, alla radio o sui giornali».

Ho seguito quest’esordio con piacere non solo perché faccio parte anch’io della banda dei giostrai ma perché è toccato a me, nel 1973, mettere al mondo la prima cronista sportiva, Rosanna Marani, sulle pagine del Resto del Carlino.“- Pierino, quando guardi le stelle a cosa pensi?”: la domanda Rosanna la pose a Pierino Prati, già bomber del Milan e, in quella stagione, della Roma. E lui – che era soprannominato “Pierino la Peste”, restò fulminato.

Basito, avrebbe detto un’altra cronista sportiva di grande qualità, Licia Granello di Repubblica, presentatasi più tardi sulla scena pallonara con una forte competenza e un linguaggio nuovo, aggressivo, accattivante, tale da mettere in crisi i colleghi masculi: quando, più tardi, Licia capì l’aria che tirava, fuggì in altre pagine del giornale e oggi racconta saporite storie a sfondo gastronomico/enologico.

Anche Rosanna Marani fece presto a liberarsi del repertorio romantico molto femminile e finì addirittura a far domande negli spogliatoi del dopopartita, e si deve forse a lei se i pedatori illustri e meschini persero l’abitudine, un bel giorno, di porgersi ignudi e gocciolanti ai poveri cronisti costretti ad aggirarsi fra docce e lettini negli stanzoni fumanti dov’era già apparso – va detto – il tè così caro agli intervalli di Fabio Caressa.

La grande disponibilità di Rosanna (detto per inciso: una gran bella ragazza) le procurò anche i soliti fastidi: quando si trasferì con me al Guerin Sportivo, titolare di una rubrica a dir poco ammiccante (“Io li vedo nudi”) s’imbatté in un famoso presidente deciso a barattare un’intervista esclusiva con le sue grazie.

Il mio intervento – piuttosto duro – smontò la penosa vicenda e d’allora Rosanna fu sempre più sicura, come narra la sua biografia in Wikipedia: («E’ stata la prima donna a diventare giornalista professionista sportiva nel 1976, e per questo è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con la motivazione che si adatta bene alle pioniere, l’aver aperto una strada prettamente ed ottusamente maschile alle donne»).

Più tardi, continuando a cercare con il Guerino nuovi talenti e linguaggi, arruolai altre donne che riuscirono spesso a specializzarsi e a contribuire alla crescita di sport emergenti: così è stato con Simonetta Martellini, “voce” della pallavolo azzurra che anni fa ebbe la felicità di gridare il nome dell’Italvolley Campione del Mondo tre volte, com’era capitato nell’Ottantadue a suo padre Nando, la Grande Voce del calcio.

Oggi le giornaliste sportive sono numerose, quasi tutte omologate allo stile corrente che, come ho avuto modo di dire, ha perduto molto del “favoloso” presente nella narrazione tradizionale. Resistono impavide all’invasione di nuove “firme” ambosessi Donatella Scarnati e Emanuela Audisio. Donatella, voce e volto del Tg1, si è affermata per la capacità di proporre scoop che le riescono non solo perché conosce il mestiere ma perché è seria, affidabile, quindi ricercata: a lei non si nega un’intervista che farà ricco il Tg e l’intervistato.

Emanuela Audisio è a sua volta riuscita nell’impresa non facile di essere al tempo stesso eccellente giornalista e ottima scrittrice. Grande inviata alle Olimpiadi e ai Mondiali di calcio, autrice di reportage che rievocano il giornalismo d’inchiesta d’antan, ama raccontare soprattutto la boxe: le sue cronache dal ring e i ritratti di pugili – come del resto tutte le sue pagine – sono quanto di meglio oggi si può leggere.

Non solo di sport”.

La prima donna giornalista sportiva professionista: Rosanna Marani

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Rosanna Marani nasce ad Imola il 12 ottobre 1946, grazie a Gino Sansoni, editore di FORZA MILAN! approda a LA GAZZETTA DELLO SPORT, l’esordio avviene il 18 novembre 1973 (dopo quasi un secolo dalla nascita del quotidiano avvenuta nel 1896) con un’intervista a Gianni Rivera, da sei mesi in silenzio stampa, titolo a nove colonne: RIVERA E LE DONNE. In Rai collabora a GIORNI D’EUROPA e 7 GIORNI AL PARLAMENTO con Gianluca Di Schiena, collabora inoltre con AMICA, GRAZIA, IL GUERIN SPORTIVO, TEMPO, AGENZIA ASCA, MOMENTO SERA, MADAM CLASS, occupandosi di sport, cronaca nera, politica, costume, spettacoli. La sua collaborazione con le tv private inizia a Telenorditalia, Rosanna è la prima donna a condurre un talk-show sportivo, BAR SPORT. Quindi collabora con il tg di TeleSanterno, nel corso della sua carriera ha collaborato con diverse emittenti locali: oltre alle già citate Telenorditalia e TeleSanterno ricordiamo: Canale 21 (NUMBER ONE, NUMBER TWO), Telelombardia (NOVANTESIMO DONNA condotto da Eliana Jotta), Antenna 3 Lombardia (MARINASUMAGOL, CABRIOFLIPPER, NON SOLO BICI, ANTENNA TREDICI, VISTI A SAN SIRO, SPECIALI CRONACA E POLITICA), Telenova (FAX 13). Si può quindi scrivere che Rosanna Marani, oltre ad essere stata la prima donna a condurre un talk-show sportivo, è stata fra le prime ad andare in onda su emittenti di diverse regioni.   Nel 1979 il passaggio a Telemilano58 antenata di Canale5.  Quindi una variegata collaborazione con la Fininvest: è inviata di BUONGIORNO ITALIA, delle news, di W LE DONNE, RECORD, SUPERFLASH e de GLI SPECIALE: “Mike Bongiorno e Ludovico Peregrini” sono stati i miei maestri severe ma importantissimi, mi hanno insegnato il ritmo e il taglio televisivo.”.   Un breve periodo a Telemontecarlo con Luigi Colombo, la vede inviata di Sport Show, del Tg e di Mondocalcio, trasmissione in cui rivela tutta la sua vena ironica. Prendendo spunto dalla cronaca sportiva, traveste i calciatori, li fa recitare come possono e spazia su tutti i temi d’attualità, dal gioco maschio (memorabile l’intervista a Gigi Radice travestito da marine che parla del gergo guerresco, gattonando sul prato di Trigoria e quella a Franco Scoglio paragonato a Socrate che beve la cicuta inviatagli da Gianluca Vialli: insomma, precorre i tempi anticipando le monellerie del trio della Gialappas). E’ Rosanna Marani ad intervistare per Tmc Diego Armando Maradona in silenzio stampa: “ricordo che rispose alla mie domande solo a gesti, il servizio fotografico fu acquistato da Gigi Vesigna, direttore di TV SORRISI E CANZONI”. Chiamata da Roberto Tumbarello a Odeon Tv per FORZA ITALIA e nella sua rubrica I CAVOLI A MERENDA, ne combina di cotte e di crude: traveste Walter Zenga da Batman, Gianluca Pagliuca da cavernicolo, i calciatori della Roma da gladiatori, prende a torte in faccia Marcello Lippi nella trasmissione condotta da un giovanissimo ma bravissimo Fabio Fazio. Così Rosanna ricorda FORZA ITALIA, programma cult nella storia delle tv private italiane: “Condotta da Walter Zenga, Fabio Fazio e Roberta Termali, prodotta dall’indimenticato Carlo Tumbarello, nel cast c’erano anche Vittorio Feltri, Nicola Forcignano (uno degli autori di MARINASUMAGOL) e Cristina Parodi che curava la rubrica LA RAGAZZA CON LA VALIGIA, erano i suoi primi passi in tv.

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Quando si divertiva a colorare di ironia il calcio

“Io curavo CAVOLI A MERENDA, tre minuti di follia settimanale in cui i calciatori travestiti (questa volta il budget era appropriato, la regia era buona e il montaggio ottimo) chi da gladiatore (quelli della Roma), chi da tenente dei Marine (Gigi Radice) etc…, parlavano di calcio recitando come potevano. Il risultato era irresistibile, ricordo che Arrigo Sacchi, in canotta e in pantaloncini del pigiama, che si mise in testa la parrucca di Gullit…  Diego Armando Maradona si prestò gratuitamente vestito da Babbo Natale, fu il primo travestimento nella storia del calcio. Il calcio era cosa seria clip_image008allora, prettamente maschile, ingessato, impenetrabile. Ci fu chi si scandalizzò per le mie dissacrazioni continue (ho partecipato al Meeting di Ischia con un mio documentario titolato proprio I miei Travestiti, in cui da Lippi a Vialli ci stanno proprio tutti a divertirsi sapendo di divertire), ha poi sorriso e decretato il successo dei ragazzacci della Gialappas. Il muro era sbrecciato.”

Rosanna Marani ha collaborato anche con IL GIORNALE D’ITALIA, IL RESTO DEL CARLINO (sotto la guida di Gualtiero Vecchietti e di Italo Cucci) con TG3 TELESOGNI con Claudio Ferretti ed ha collaborato con numerose emittenti radiofoniche fra le quali ricordiamo: NovaRadio, Radio Montercarlo, Radio Milano International e RaiStereoUno. Rosanna è diventata oggetto di studio per le aspiranti giornaliste sportive ed è stata soggetto di alcune tesi di laurea come di Ilaria Macchia, di Silvia Dalla Costa e ora della mia; tutte allieve dell’Università Cattolica del Sacro Cuore del professor Giancarlo Padovan. Rosanna Marani ha scritto anche tre libri: UNA DONNA IN CAMPO, LA TESTA NEL PALLONE e L’UOMO DEL PALIO.  Rosanna ha pagato sulla sua pelle il fatto di essere una mosca bianca e la sola donna inviata sui campi di calcio a quell’epoca, ma essendo testarda, caparbia e appassionata del suo mestiere, ha finito con il farsi accettare e rispettare dai colleghi maschi. Amare?  “Beh è chiedere troppo a chi ti porta via gli scoop da sotto gli occhi, come l’unica intervista esistente fino ad oggi, andata in onda sul Tg1 delle 13, alla mamma di Silvio Berlusconi, signora Rosa Bossi”.

È la prima donna a diventare giornalista professionista sportiva nel 1976 e nel 1987, per questo, viene insignita dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con la motivazione di aver aperto una strada prettamente maschile alle donne.

Parte della presentazione di Gianni Brera nel libro di Rosanna Marani “Una donna in campo”

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Gianni Brera, uno dei giornalisti sportivi più importanti, cura la presentazione di “Una donna in campo” e scrive: “La Rosanna Marani è l’ultimo buon acquisto del giornalismo sportivo italiano. Viene dalle Romagne, che sono molte, ma la sua Romagna è diversa da tutte, precisamente come e quanto è diversa lei dalle romagnole, donne fiere ed estroverse, diciamo pure brulle per schiettezza di toni e robustezza di forme. Lei, la Rosanna, evoca a prima vista un titolo dell’Amalia Guglielminetti. I suoi occhi sono grandi e languidi. Il visino è delicato, d’un pallore che intriga a illazioni ingenue fino al sospetto. Ora, nessuna astuzia è raffinata come questa di apparire debole e indifesa. La Rosanna deve averlo capito dalla nascita. Il suo istinto è della gatta trepidante e schiva. Mentre ti chini a tentare una carezza, lei ti applica vampiretti metallici nei punti migliori, e ti sugge sangue e sentimento con impercettibili moti delle labbra, battiti di ciglia lunghe e molli, sorrisi così timidi da farti impettire nel medesimo istante in cui ti gioca. Non è, si badi, la donnetta che mena il torrone per gabola. È così squisitamente femmina che si lascia soltanto indovinare. E per intravedere la minima piega della sua anima, ti garbi o no, devi mettere a nudo tutto te stesso. Avrete notato che i campioni da lei intervistati le danno tutti del tu. Bene, questa è perfidia. Sotto la più comune battuta di dialogo è la sua vera invenzione. Eccomi inerme e docile a portata delle tue grinfie. Avanti, mettile fuori e di botto mi coglierai come un tenero uccellino. Tu esegui (jam dixi) e lei facilmente constata se queste famose sgrinfie le possiedi per davvero. Sembra nulla. È la prima offerta, magari accompagnata da teneri sospiri di donna tutta immersa nella professione che adora. Le è venuto il ticchio, un certo giorno, e ci s’è provata. Niente di sulfureo. Ritrattini innocenti, inviti a denudarsi come sentimento comanda (“se mettre à nu” era l’imperativo categorico e insieme la civetteria dei romantici veri): intanto la memoria annota secondo fantasia e imponenza di verità. Non una frase forzata fuor dalla comune concinnitas di un dialogo alla buona. Chi le resiste è un perverso, un frigido prevenuto, insomma, qualcosa che somiglia pochissimo a un uomo. Dio mio, si può mai rimanere indifferenti di fronte a così fragile creatura? Ha il registratore, questo è vero: ma lo porta con sé per non tradire le tue parole: avanti, fa’ che non girino a vuoto le rotelle dei nastri. Il sorriso è più timido che invitante. Proprio in questi attimi ella ti applica i vampiretti alle tempie, al costato, dovunque pulsi più celere e copioso il sangue. Non appena te ne accorgi, nonché ritrarti, abbassi le corna ad ariete. Non valgono sospetti, non ritrosie. Ti ha giocato, senti: e da che sei in ballo decidi di ballare. Così, non conosco uno solo che abbia saputo difendersi in decenza”.

Primo articolo di Rosanna Marani nella “Gazzetta dello Sport”

Intervista esclusiva a Gianni Rivera, capitano del Milan, in silenzio stampa da 6 mesi.

Dalla Gazzetta dello Sport di Domenica 18 Novembre 1973

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Primo articolo di Rosanna Marani

Il calciatore si è tappato la bocca, parla l’uomo

RIVERA, E LE DONNE?

Se vuol sapere dell’amore, anzi del mio amore nei confronti della donna, l’accontento subito. Adesso così come sto, mi sembra di stare bene. Anche perché quando si è innamorati si perde di lucidità.

Non ho problemi di convivenza con una compagna che per me potrebbe esistere o potrebbe anche non nascere mai.

Se penso alle donne in generale mi sento in uno stato di grazia. Mi piacciono e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo.

Chissà come sarei stato in un harem se fossi nato maomettano.

Non ho ancora sentito prepotente il desiderio di legarmi soltanto a una donna.

Non mi sono ritrovato né specchiato negli occhi di una partner.

Cosa aspetto? Forse aspetto soltanto di avere maggiore conoscenza delle mie esigenze e più tempo disponibile.

E’ decisamente insinuante. Non ti aggredisce, ma ti obbliga quasi a seguire le sue evoluzioni dialettiche. E di Gianni Rivera viene fuori quello che lui vuole lasciare uscire. E’ impossibile disorientarlo, fargli perdere il filo del discorso anche a costo di violentarlo. Lo sguardo fermo, che può confondere la voce pacata che delinea con volontà ferrea i limiti oltre i quali non si può andare. Un protagonista sospeso sul filo della sua intelligenza, umanità, sensibilità e forza.

Non sono un oracolo

“Non sono un oracolo. Sono stanco di sentire, anzi di leggere, dichiarazioni fraintese se non false del tutto. Ci sono cose molto più importanti e piacevoli da fare al mondo che utilizzare le mie affermazioni per accendere focolai. Come per esempio chiacchierare o instaurare un dialogo per conoscere meglio il nostro prossimo più prossimo. Siamo talmente egoisti che non ci accorgiamo nemmeno di quello che ci capita intorno. Purché non ci tocchi nel particolare, beninteso. E così ci limitiamo a vivere fra estranei che diciamo poi di conoscere, creiamo situazioni ipocrite che non ci soddisfano, ci offriamo un mucchio di formalità per ricevere in cambio una moneta simile. E alla fine ci lamentiamo perché non riusciamo a trovare il filo del discorso con noi stessi.”

“Ma per trovare questo filo, come ti comporti tu?”.

“Mi critico, mi ascolto, mi “guardo” vivere, mi accetto, e qualche volta mi fermo a sorridere. Di cosa? Ma di tutto, anche per sdrammatizzare problemi, polemiche, lotte sterili e fasulle che danneggiano il fegato e ti tolgono il gusto del giorno dopo. Non dimentico poi di darmi molto e poco allo stesso tempo, diciamo con la misura che di volta in volta mi suggerisco, a chi mi sta vicino o a chi voglio stare vicino. Insomma, scelgo e mi formo delle opinioni cercando di non rinnegare mai la mia esperienza. Cioè accettando a priori il dato di fatto che “errare è umano”, non mi dispero e non mi esalto.

Può anche darsi però che questa serenità raggiunta dopo il tempo delle crisi che capitano a tutti, mi tolga qualcosa. Non so, uno slancio maggiore, un entusiasmo più bruciante, una disperazione più cruda, quando va male. Ma mi offre poi come contropartita un’emozione più intensa, una sicurezza più equilibrata. E il conto torna. Diciamo che due più due fa sempre quattro, ma lascio un minimo di margine alla possibilità che possa fare anche cinque”.

“E’ la maturità che ti fa parlare così?”.

“Beh, a trent’anni l’uomo, o meglio il suo processo evolutivo, è quasi arrivato a metà del suo cammino. Se non mi sentissi maturo, per la mia concezione particolare (nel senso di personale) che ho della vita, sarei quasi un fallimento. Ed è vero che uscendo di casa prima, anche in senso mentale, si cresce con una maggiore rapidità. Sempre che si abbia la voglia di crescere. Perché in fondo formarsi ad una coerenza pratica e non teorica delle vicende che ci coinvolgono o che scegliamo per essere coinvolti, costa una grande fatica”.

Una sana speranza

“E’ un lavoro di ricerca, una volontà di cambiare la bandiera morale per la quale c’eravamo battuti con tutta la nostra idealità, appena ci accorgiamo che la bandiera è ridotta a brandelli o si è scolorita, un’evoluzione in tutti i sensi che ci toglie sempre qualche illusione, con dolore e non con rimpianto. Ma fino a quando c’è una sana speranza di non buttare via quello che viviamo, beh, la vita vale la pena di essere vissuta. Fino in fondo. Non è forse vero che abbiamo quello che ci siamo meritati? Non è forse vero che portiamo due sacche appresso, quella del bene e quella del male e che dobbiamo sapere elargire a turno questo e l’altro?”.

“Sei arido? Freddo? Oppure un buono che tira fuori le unghiette per difendere il suo posto al sole, quindi un buono con beneficio di inventario?”.

“Arido no, nella maniera più assoluta. Freddo neppure. Sono semplicemente un uomo in mezzo agli uomini. E credo anche di sapere dare. Certo è che do quello che voglio. Non sono un santo votato al bene dell’umanità. Se aiuto gli altri è perché il fatto aiuta me. Mi dona dimensioni mai statiche, mi porta un senso di soddisfazione che posso paragonare quasi all’innocenza di un bambino. Spontanea e disinteressata. Dio santo, se non ci ricreiamo uno spazio pulito dentro il quale vivere con tutta la nostra parte migliore al di sopra dei giochi diplomatici o strategici, beh, potremmo davvero chiuderci gli occhi, tapparci le orecchie e imbavagliarci la lingua”.

“Allora ammetti l’esistenza di uno stato di continua difesa da parte nostra nei confronti degli altri?”.

“Non posso offrire da buon samaritano l’altra guancia. Ma da buon cristiano posso evitare di pestare i piedi a qualcuno. Questa è la differenza fra un uomo e una carogna d’uomo. Si vive così poco, perché avvelenarsi il sangue con parole grosse, litigi inutili e cattiverie gratuite? E’ semplice andare d’accordo. Basta avere dentro di sé ben saldi i principi della dignità che può essere ferita e piegata fino ad un certo punto, ma mai calpestata e del rispetto che dobbiamo e che vogliamo. Una certa dose di comprensione e il gioco è fatto. Stare sempre in agguato per emergere a danno e discapito di un tuo simile è addirittura animalesco oltre che sporco. Non voglio dire che non ci si debba difendere, ma solo che si dovrebbe evitare di arrivare a questo”.

La scintilla dell’amore

“Che cosa ti manca per essere un Gianni al cento per cento?”.

“Poco, o forse tanto. Se vuoi sapere dell’amore, anzi del mio amore nei confronti della donna, ti accontento subito. Adesso così come sto, mi sembra di stare bene. Anche perché quando si è innamorati si perde la lucidità. E si dovrebbe invece essere sempre padroni di se stessi. Non ho problemi di convivenza con una compagna che per me potrebbe esistere o potrebbe anche non nascere mai. Cioè se penso alle donne in generale, mi sento in uno stato di grazia. Mi piacciono e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Chissà come sarei stato in un harem se fossi nato maomettano! Ma a parte il generale, io non ho ancora sentito prepotente il desiderio di fermarmi vicino ad una donna. Non mi sono ritrovato né specchiato negli occhi di una partner. La scintilla, se scoppierà, potrà scoppiare in un qualsiasi momento perché sono disponibile anche ad innamorarmi. Ma non è detto che il cambio di situazione mi faccia essere più completo o mi soddisfi maggiormente.

Mi spiego meglio. L’uomo, come binomio perfetto, deve avere la sua donna, metà o non metà che sia. Questa metà io non l’ho ancora trovata e nemmeno sto facendo qualcosa per cercarla. Non mi sento poi così vuoto o solo per desiderare di essere capito, aiutato o consigliato da una “lei” precisa. A volte penso di non avere nel cuore un posto ideale per una donna. Oppure potrebbe essere che il mio non tenda ad autoaffermarsi attraverso una famiglia, attraverso un amore di questo tipo. E poi è più importante dare o ricevere? Io penso che il dare sia molto bello, molto più entusiasmante che ricevere. A patto naturalmente di non aspettarsi nulla in cambio, neanche moralmente parlando. Perché non c’è alcun interesse sottinteso, nessun doppio senso che ti guida.

Posso desiderare di stare assieme ad una donna che abbia un nome che io conosco, posso darle dolcezza e sentimento o cosa diavolo lei si aspetta da un uomo come me, ma posso anche stare, e bene, per quindici giorni senza vedere quella donna. E non per questo mio modo di sentire il rapporto, io sminuisco o svilisco le qualità di quella persona. Forse dentro di me si agitano tali e tanti interessi che la mancanza di quello che si ritiene un rapporto fondamentale per il completamento di un uomo, cioè l’abdicazione dal singolo per diventare coppia o nucleo, non mi fa passare notti agitate o insonni”.

Dolcezza calcolata

“Caro mio, ho l’impressione che tu non ti voglia concedere e magari per paura di essere usato. Il tuo personaggio ti ha fatto perdere di vista questo fattore così importante. L’amore con la A maiuscola. Vero è che, come ammetti, non hai trovato ancora la scintilla giusta che ti ha fatto cadere l’armatura dentro la quale ti muovi e forse a disagio. Ma anche ammettendo che tu possa trovare una donna ad hoc, credo che tu ti comporteresti con lucidità e freddezza, anzi con dolcezza calcolata. E solo per abitudine. Il che è pure peggio. Insomma, ti verrebbe magari di chiedere, mentre un’emozione ti dovrebbe invece far perdere la bussola, se per caso lei ha un fondotinta che ti può sporcare la camicia fresca di bucato. Pensa al caso contrario, cioè se una donna in attesa del primo bacio dovesse chiedere all’uomo che le sta di fronte: “Caro, ma te li sei lavati i denti?”. Ecco, ti ci vorrebbe una donna tanto abile quanto furba, tanto fredda quanto calcolatrice. Allora forse attraverso una lotta pari potreste ritrovare il gusto dell’amore, ma a quale prezzo! Nega se puoi!”

“E’ vero che fino ad ora mi sono concesso più per volontà di farlo che per slancio, più per desiderio di provare ad essere innamorato che per trasporto autentico. Ma questo non significa che io sia la specie d’uomo che hai descritto. Non è colpa mia se l’amore non mi ha toccato fino in fondo. Posso anche io avere le mie paure, i miei dubbi. E’ tanto atroce?”.

“No. Perché tutto sommato le donne, e tu ne puoi “avere” a carrellate, magari ti avvicinano perché rimangono incantate dal mito che ti fa vivere nella leggenda. Ma a te sapere scegliere, a te sapere distinguere la donna interessata e la donna vera, a te saper discernere un interessamento per le grandezze del Rivera e uno slancio pulito per i limiti e la poesia (se ce l’hai) del Gianni. In fondo in ogni storia che lega due persone c’è sempre un briciolo di interesse. In ogni senso. Per cui eccoci arrivati a quello che ti manca: la volontà di regalare, quando ne vale la pena e solo tu lo puoi sapere, la tua tenerezza, la tua sensibilità e quel resto che ti fa essere quello che sai di essere, quando smetti le mutande bianche e la maglia rossonera e indossi i pantaloni lunghi da uomo. Giusto?”

“Analizzando una persona è possibile che venga a galla anche quello che la persona stessa sa, ma non vuole sapere. Comunque ripeto, non ho ancora evidentemente trovato la donna giusta e capace di misurare queste mie possibilità, diciamo romantiche, ammesso che le possieda. Se no a quest’ora invece di essere scapolo, avrei la fede al dito. E magari non solo al dito quella fede lì. Non sono assolutamente contrario al matrimonio e ai legami sentimentali. Credo anch’io alla validità di un “creare qualcosa insieme”, perché quando sopraggiunge l’età dei ricordi è magari meglio ripercorrere certe strade, rivivere certi affiati, risentire una particolare linfa scorrere dentro, evocare determinate sensazioni negli occhi di chi ti ha aiutato ad esternare qual groviglio di emozioni che formano la tua parte più vitale. Ma non è un delitto cacciarsi con volontà cieca in strade senza uscita, solo per volere una cosa a tutti i costi? Preferisco aspettare”.

Cosa? Di riconoscerla, la tua “lei” a prima vista? Che ti salti addosso la voglia di amare? Oppure che una donna ti scelga con ferrea premeditazione e che ti marchi stretto, da vicino?”.

“No. Niente di tutto questo. Forse aspetto soltanto di avere maggiore conoscenza delle mie esigenze, di avere più tempo a disposizione. E’ difficile, tra l’altro trovare una dimensione, uno spazio, il posto giusto per riuscire a far vivere e a far crescere un sentimento così fondamentale”.

“Il tuo lavoro ti assorbe fino a tale punto? E allora in quale dimensione normalmente e comunemente umana, ti ritrovi?”.

“Nell’amicizia. Nel senso di solidarietà, di scambio di vedute con persone che mi vogliono bene anche per i miei difetti. In questo campo sono stato molto fortunato. Ho trovato dei veri amici che non mi hanno mai tradito e che non tradirò mai”.

“Eccola la contraddizione. Il dare per dare è importante, ma lo vedi che è altrettanto importante il ricevere? Tu non li tradirai (o tradiresti) questi amici perché è una tua logica o perché loro, a loro volta non ti hanno mai tradito?”.

“In questo caso è difficile rispondere. Voglio bene ad un amico e mi comporto di conseguenza. D’accordo è un dare e avere. Per cui posso parlare solo di quello che ho vissuto fino ad ora. Ma è anche una mia logica, perché gli amici di cui parlo non hanno mai pensato, neppure per un attimo, di colpirmi alle spalle. E se dovesse capitare, non parlerei più di un amico, ma di uno che mi era tale”.

“Come vivi?”.

“Accettando il giorno anche dentro di me. Sentendo la differenza che c’è tra il momento in cui parlo e il secondo che ho appena vissuto. In continua evoluzione per provare fino in fondo la sensazione di crescere, cambiare, invecchiare. Per gustare fino al limite l’arricchimento della mia esperienza. Una tematica di base che mi porta alla coerenza del mio carattere ma che lascia aperto qualsiasi spiraglio a tutto ciò che ancora mi dovrà accadere”.

“Come reagisci alle delusioni?”

“Evitando di rimanere deluso fino in fondo. Scarto la parte negativa della faccenda ed incamero i ricordi positivi. Seppellisco i cocci sotto la sabbia, metto una croce con la data ben precisa nella mia memoria, cerco di capire i motivi che mi spingono a considerarmi deluso e finisco con l’accettare anche le mie responsabilità di parte. Cioè valuto le mie colpe. Poi faccio in modo che mi passi pensando che domani è pur sempre un altro giorno”.

Personalità magnetica

L’ora delle confidenze è già passata, ma la voglia di scavare dentro a quest’uomo dalla personalità così prepotentemente magnetica, dal modo di essere così dolcemente forte, non si è esaurita. Meglio però non abusare, anche per non avere sorprese. E’ difficile e faticoso, tutto sommato, chiacchierare con un Rivera e con un Gianni mescolati insieme, senza ritrovarsi sospesi in un’altalena di parole che spesso e volentieri ti mette con le spalle al muro. E a questo punto non riescono più ad aiutarmi né le mie risorse professionali, né tantomeno quelle prettamente femminili. Non è dunque più saggio alzarsi da tavola con un pò d’appetito?

CAPITOLO QUINTO

INTERVISTE A GIORNALISTE SPORTIVE TV RADIO E CARTA STAMPATA

Intervista a Rosanna Marani: prima giornalista sportiva professionista

– Come nasce la giornalista Rosanna Marani? Era un suo sogno fin da piccola?

Sì, credo che il giornalismo io lo abbia sempre avuto nel sangue anche perchè i miei genitori mi hanno sempre detto che io alla domanda “cosa vuoi diventare da grande?” rispondevo: la giornalista. Fin dalle elementari avevo una dote innata nello scrivere …i miei temi ad otto-dieci anni facevano il giro delle classi come modello da seguire, in particolare ricordo che un giorno la maestra spiegò che nei temi non bisognava fare molte ripetizioni perché non era grammaticalmente corretto, ma io nell’elaborato successivo a quella lezione ne feci molte e gli altri bambini della classe chiesero come mai non ero corretta e lei dovette spiegare, usando come modello il mio testo, che vi sono delle eccezioni per cui questa regola non doveva essere applicata alla lettera… pensi che in quegli anni vinsi anche un premio, il premio Orsini e il premiatore mi disse una frase che ricordo ancora: “Continua così che sarai l’orgoglio della tua famiglia”. Io crescevo e la passione per il giornalismo aumentava, però i miei genitori non avevano conoscenze per potermi aiutare nell’iniziare la carriera giornalistica e Imola era inoltre un ambiente molto chiuso, in cui era difficile emergere così capii che se volevo fare la giornalista l’unico modo era trasferirmi a Roma o a Milano, il destino volle che il mio cammino iniziasse proprio dalla capitale a diciotto anni. Svolsi la mia prima esperienza in un quotidiano nazionale a “Il Tempo”, dove Emidio Iattarelli, caporedattore, mi affidò il compito di occuparmi delle lettere sugli “ospiti” del canile di Porta Portese. Approdai poi a “Agenzia Italia”, “Paese Sera” e “Momento Sera”. L’incontro con Mino Doletti mi portò a specializzarmi nello spettacolo: la paga di quel tempo era piuttosto modesta, ma occuparmi di questo settore mi diede la possibilità di frequentare luoghi prestigiosi, come il Teatro delle Vittorie a Roma, e di fare la conoscenza di personaggi illustri, come la grande Mina. Continuando in questo settore, ebbi l’opportunità di lavorare per riviste femminili come “Sogno” e “Gioia”. Ritornai nella mia città natale e lì grazie all’incontro con Ezio Pirazzoli, un giornalista sportivo del “Resto del Carlino”, iniziai una collaborazione con il quotidiano, per il quale mi occupavo della cronaca di Imola. A quel tempo, il caporedattore dello sport era Italo Cucci, che mi diede il compito di tradurre le agenzie delle Olimpiadi. Questo è stato il primo contatto col mondo sportivo, anche se in famiglia avevo respirato l’atmosfera del tifo fin da piccolissima, poiché mia madre era un’appassionata di calcio. Quindi decisi di trasferirmi a Milano perché mi ero messa in testa che dovevo essere io la prima giornalista sportiva e lo volevo essere nel quotidiano più prestigioso del settore: La Gazzetta dello Sport. A Milano conobbi Gino Sansoni, l’editore di Diabolik; e quando gli confidai la mia ambizione, mi guardò perplesso e mi rispose: “Vuoi fare calcio? Ma non sarai matta? Non sarai matta? Non sarai… geniale?”. Probabilmente, lo intrigai molto, e per questo decise di presentarmi, durante Milan – Rapid Vienna a San Siro, a Giorgio Mottana, allora direttore de La Gazzetta e nonostante la sua freddezza riuscì a rimediare un appuntamento. Purtroppo quando mi presentai, aveva già cambiato idea perchè considerava assurda anche solo l’idea che una donna potesse scrivere di calcio…queste sue parole ferirono il mio orgoglio e gli risposi per le rime così decise, un po’ anche per disperazione, di concedermi una possibilità a condizione che gli portassi un’intervista a Gianni Rivera in silenzio stampa da sei mesi. L’impresa di incontrare Rivera si rivelò ardua fin dall’inizio, dal momento che il giocatore si negò più e più volte al telefono… Ma io non mi arresi nemmeno quella volta e lo raggiunsi di persona ad Ancona con la complicità di Sansoni e di Romeo Benetti. Lo incontrai nella hall di un albergo, e decisi di giocare tutte le mie carte, presentandomi come una donna separata con un figlio piccolo, la cui carriera di giornalista alla “Gazzetta” dipendeva da lui: se mi avesse concesso di intervistarlo, avrei potuto sperare in un lavoro. Usai tutte le armi a mia disposizione e alla fine raggiunsi il mio obiettivo…mi diede l’intervista! Portai l’articolo a Mottana che fu di parola: lo pubblicò il giorno seguente, il 18 novembre 1973, in terza pagina a nove colonne con persino la mia foto! Questo fu l’inizio della mia (ndr: brillante e ineguagliabile) carriera.

– Cosa significa per lei il giornalismo oggi?

Oggi bisognerebbe definire il giornalismo, markettismo, poiché è un asservimento al potere dei soldi, non si fa più attenzione ai fatti, ma a ciò che fa audience o a ciò che porta profitto. I quotidiani, ad esempio, servono più agli editori che ai lettori perché spesso sono più pubblicità che altro. La televisione, invece, sono convinta che sia morta, ma non ne è ancora consapevole, sta sparando le sue ultime cartucce; finite queste, si ritroverà in un abisso senza ritorno poiché è priva di contenuti, non è pedagogica: adesso ci sono più reality che programmi di informazione e non è nemmeno lo strumento di ribellione al sistema che era anni fa; ora rimbecillisce e basta! Ormai anche i giornalisti non hanno più la passione o la determinazione ad andare a fondo del problema senza preoccuparsi delle conseguenze…i veri giornalisti, oggi come oggi, sono coloro che fanno denuncia dalla malasanità, allo spreco di denaro pubblico per strutture fantasma o di quant’altro è motivo di disagio per la gente comune: questo è il giornalismo come lo intendo io perché è quello che va contro tutti e tutto in nome della libertà di parola ed espressione! Sono gli inviati delle Iene, quelli di Striscia la Notizia o la Milena Gabanelli e Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella a tenere alto il valore dell’informazione perché altrimenti sarebbe solo spettacolo peraltro mediocre, e niente più. Io la televisione non la guardo più e non leggo nemmeno i quotidiani se non in rari casi, poiché credo che una persona al giorno d’oggi per capire il perché o il per come di un evento deve andare on-line; solo in internet ormai c’è la libertà di poter esprimere ciò che si pensa o trovare notizie non censurate da direttive di potere.

– Che cosa rappresenta per lei essere stata e essere tutt’ora una giornalista di valore nazionale?

Per me rappresenta un grande orgoglio perché essere una donna che ha fatto qualcosa per le altre donne può essere soltanto motivo di grande soddisfazione, ma non mi sono mai fermata a considerare ciò che avevo fatto nel mio cammino professionale perché sono convinta che il mestiere del giornalista sia un’inclinazione in cui :‘ anche quando segni un gol, ma non devi mai fermarti …devi andare avanti, saranno poi gli altri a testimoniarti che hai segnato!’.

Ha riscontrato molte difficoltà in un mondo che si pensa, erroneamente, sia prettamente di competenza maschile?

Quando ho cominciato io, le giornaliste sportive erano una chimera…quindi, come può ben immaginare, ho riscontrato molte difficoltà anche perché questo era, e in parte lo è tutt’ora, un mondo maschilista e lo sport ne rappresentava l’ultimo baluardo. Negli anni settanta l’idea che una donna potesse scrivere di sport o entrare negli spogliatoi di una squadra di calcio era impensabile. Sono sempre stata testarda e determinata, e queste limitazioni sociali non le ho mai potute sopportare, nonostante abbia sempre rispettato il mio ruolo e quello di chi mi stava accanto. Quindi fin dall’inizio della mia carriera, non ho mai perso di vista il mio obiettivo che era quello di impormi come giornalista preparata e competente e di essere accettata come tale perché non valevo meno in confronto ai miei colleghi di sesso opposto. Mi domandavo frequentemente come facevo a conciliare un lavoro tanto impegnativo con i miei doveri di genitrice, ed io, senza spendere troppe parole, ogni volta rispondevo, rimbalzando loro la stessa domanda. I discorsi dei maschi, erano sempre molto volgari e per fermare il turpiloquio, iniziai anch’io a parlare come uno scaricatore di porto! Fu così che nel giro di poco tempo, smisero di prendermi di mira, ed iniziarono a vedermi come un essere umano. In quegli anni patii molto anche una sorta di violazione della mia intimità, della mia privacy, della mia femminilità e ovviamente non è stato facile perché sono una persona fortemente orgogliosa quindi quando mi veniva da piangere mi rifugiavo in bagno, di modo che nessuno mi vedesse, di modo che nessuno mi potesse additare come la “solita femminuccia”. Fui sola per molto, moltissimo tempo, nel senso che a lungo non mi sono sentita parte della redazione, mi sentivo sempre un’estranea fino a quando un mio collega Lodovico Maradei, non iniziò ad aiutarmi. Grazie a lui, alle mie capacità, alla mia faccia tosta e all’amore incondizionato verso il giornalismo sono riuscita a superare i pregiudizi e le difficoltà iniziali acquisendo il rispetto di tutti gli addetti del settore e non.

– Pensa che esistano ancora delle discriminazioni verso le donne giornaliste-sportive? Se sì quali?

La discriminazione è legata al sesso e all’apparenza. Questo accade soprattutto nel mondo dell’informazione sportiva televisiva dove spesso si guarda più all’aspetto esteriore che alle reali potenzialità dell’individuo; purtroppo se una persona ha notevoli capacità, ma non è esteticamente all’altezza del target, la si esclude a priori e questo è inconcepibile. Questa discriminazione vale anche per gli uomini anche se magari a loro, a posteriori, una possibilità viene data. Nel mondo della carta stampata, invece, contano molto di più il proprio valore, le proprie competenze e le proprie capacità.

– Secondo lei che valore aggiunto può dare una donna al giornalismo sportivo?

Il valore aggiunto è l’acutezza, la sensibilità dell’approcciarsi ad un evento senza risultare troppo fredda o invadente ed infine la maggiore capacità di indagine prettamente femminili. Non per altro si dice che la curiosità è donna e come tale una giornalista tende ad andare nel profondo cercando di scoprire quanto più c’è da scoprire di una persona o di un fatto.

– Secondo la sua esperienza e opinione vi sono molte differenze di stile, scrittura o approccio a un fatto tra un giornalista e una giornalista.

Dal mio modo di vedere lo stile e l’approccio sono personali, non dipendono dal sesso. Infatti, una persona si relaziona ad un fatto o una persona in base al proprio vissuto e quindi anche al suo modo di interpretare la realtà. Inoltre ritengo che la caratteristica principale di un giornalista, come ho detto prima, debba essere la capacità di andare a fondo delle cose, un giornalista non può mai accontentarsi, rimanere in superficie. Questo vale sia per i giornalisti che per le giornaliste.

– Basandosi sulla sua esperienza, che differenze ha riscontrato tra un evento raccontato in tv o sulla carta stampata?Come la gerarchia delle informazioni, lo stile, il linguaggio etc…

La tv rappresenta l’immagine mentre la carta il pensiero. Il linguaggio televisivo è creatività e capacità di riassunto, bisogna saper far coincidere il parlato con le immagini e bisogna anche non perdersi nel racconto di dettagli futili.

La carta stampata, invece, è atmosfera perché si ha il compito di prendere il lettore per mano e mostrargli tutte le sfumature di un evento. E’ importante saper attirare l’attenzione attraverso degli escamotage: io ad esempio, travestivo i giocatori nei più svariati modi e a Natale c’era sempre un mio Babbo Natale calciatore. C’è stato persino il primo Babbo Natale della storia nero… Gullit…, fece molto scalpore al tempo.

Per ritornare alla domanda, una differenza sta anche nel linguaggio poiché quello della carta stampata è più elastico, puoi prenderti la libertà di “ricamare” un pochino per permettere al lettore di vedere attraverso la tua penna. Quello della tv è essenziale, il lettore vede da solo e tu indichi, mentre è lui che può “ricamare” sulle emozioni indotte dalle immagini.

– Com’era il suo rapporto con i colleghi maschi?

Il mio rapporto con i colleghi maschi all’inizio è stato di sorpresa quindi avevo poca vita, ero oggetto di risate e mi trattavano con sufficienza; poi, quando hanno capito che valevo e che ero a tutti gli effetti una giornalista sportiva, la reazione è stata di subbuglio e anche di corteggiamento visto che non ero una brutta donna. In linea di massima non è mai stato paritario, soprattutto nei primi anni ho subito un forte mobbing, ma grazie alla mia tenacia, non mi sono mai arresa. Ho lottato perché quest’ambiente diventasse almeno un po’ meno maschilista e un po’ più rispettoso verso il “gentil sesso” (come per esempio il bagno femminile nella tribuna stampa di San Siro, una vittoria delle donne, non c’era quando sono arrivata io) e alla fine mi sono imposta, acquisendo la stima anche dai più refrattari all’idea di una donna giornalista sportiva.

– Lei è stata la prima giornalista sportiva professionista…cosa pensa sia cambiato da allora?

È cambiato essenzialmente il mondo, ora più nessuno si sorprende se una donna fa la giornalista sportiva, ma al potere ce ne sono poche come in tutti i settori, una delle poche direttrici di quotidiano in carica, è Sandra Bonsanti (direttrice del Tirreno dal 1996). Fino a quando lo status-quo non cambia, le donne dovranno continuare a lottare.

– La situazione del giornalismo in Italia non è sicuramente delle migliori…sia per i contratti che per le poche possibilità che ci sono se si vuole fare un certo tipo di giornalismo che non è da “salotto”…che consigli si sente di dare a chi vuole intraprendere comunque la carriera giornalistica?

In questo periodo è la società che è slabbrata, confusa, disorientata, vuota di contenuti, e il mondo del giornalismo ne fa parte, la rappresenta così come è. Comunque, credo che si sia all’inizio di una rivoluzione, c’è bisogno di pulizia e di rinascita. A prescindere da questo ritengo le “minori possibilità” offerte oggi ad un aspirante giornalista, siano solo un paradosso, poiché chi vuole intraprendere questa professione ha molte possibilità attraverso la rete, ognuno può essere il direttore di sé stesso. Per esempio ho un mio blog L’orto di Rosanna[1], dove scrivo di ciò che accade nel mondo e nel nostro paese, racconto me stessa e interagisco con i visitatori. Un piccolo giornale on line e reputo che oggi un giovane possa farsi conoscere attraverso il suo blog, farsi valere e fare carriera con le proprie capacità, senza per forza entrare in una grande testata. Ormai il mondo dell’informazione è sempre più orientato verso la rete perché permette d’essere visibile 24 ore su 24 ore, aggiornato in tempo reale e da tutte le parti del mondo, a basso costo. Non è detto quindi che un praticantato debba essere fatto solo in redazioni televisive o in quelle della carta ma anche nei blog…la nuova, vera insostituibile realtà informativa.

– E’ possibile coniugare, per una donna, il lavoro di giornalista e quello degli affetti e della famiglia?

È possibile ma costa molto poiché è la donna che tiene in mano le redini della famiglia e deve imparare ad arrampicarsi sugli specchi per far coincidere ogni aspetto della propria vita. Per quanto mi riguarda ho speso una fortuna in tate o governanti, però sono riuscita a crescere professionalmente e ad essere presente nella vita dei miei tre figli. Per loro ovviamente ho sacrificato parte della mia carriera. Sono soddisfatta delle scelte che ho operato perché gli affetti sono fondamentali nella scala delle priorità. Una donna per fare la mamma e la giornalista deve godere di tanta buona salute, di determinazione e di senso dell’organizzazione. In caso contrario non ce la farà mai. A volte, serve anche il coraggio di fermarsi perché in certi momenti la famiglia è più importante di un’intervista esclusiva o di un evento mondiale.

[1] http: //rosannamarani.spaces.live.com

…………….

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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