Da L’Anima del Palio 13° novella LA MESCHINITÀ


LA MESCHINITÀ

Il 1973 convinse il Capitano Vincenzo Caproni a prendere provvedimenti di disciplina.

I Contradaioli erano allo sbando. Ognuno diceva la sua nel tentativo di rabberciare il destino avverso la formazione che sarebbe scesa in campo il giorno del Palio.

Chi suggeriva un rito scaramantico per allontanare il malocchio lanciato senza dubbi dalla Contrada di San Martino (chissà perché proprio quella), sul capo della Flora, chi denunciava voglie di manipolare la gara, chi si dichiarava esperto più del Capitano, che in effetti non era un granché riguardo ad intelligenza e perspicacia, chi contestava Cangiante il cavallo scelto e chi negava il valore di Gigi Raghin, fantino poeta che era stato ingaggiato con ogni onore e deferenza.

ll rito scaramantico venne escluso.

La fattura se era stata preparata, non trovando terreno fertile per essere ingravidato, si sarebbe rivoltata come un boomerang ritornando verso chi l’aveva buttata.

E’ strano voler deviare al soprannaturale luciferino la carenza umana che predispone alla sconfitta.

Che può l’astrologo, l’Antonio, il mago Merlino, la fata Morgana contro gli errori mortali?

Se davvero le capacità divinatorie, la telepatia, l’intuito magico assistessero in anticipo a vicende ancora da impastare, sarebbe la fine del sogno.

La spinta a proiettarsi al di là dei confini della depressione, verrebbe manovrata non dal nostro fare, ma dal nostro aspettare che si compia il miracolo.

Appoggiarsi alla carica particolare che determinate persone profetiche hanno e non ai cialtroni, è un surrogato della frequentazione dell’analista.

Poni fuori la tua macerazione e la svisceri confessandoti e confidandoti con una persona uguale, a te per nascita e fine, che con infinita pazienza può interrogare le stelle della sapienza e sorreggerti.

Certo, non indovinare che di lì a tre minuti una tegola in testa ti renderà più vulnerabile di quello che sei.

Un palliativo che il Capitano si rifiutò di approvare. Deviare la gara non sarebbe stato corretto per quanto Vincenzo Caproni fosse allettato, tanto stupido, viscido, ambiguo era.

Fu per fortuna consigliato a non esporsi dalla moglie Monica che si era presa carico e cura di quell’immaturo.

Lei avrebbe sempre affrontato il manipolo di soldati, pronta all’esecuzione capitale, mostrando il petto e non le terga.

Vincenzo Caproni non volle poi discutere né Cangiante né Giga Raghin.

Si fidava ciecamente della coppia. Aveva ragione, perché la scelta si rivelò azzeccata, mentre avrebbe dovuto diffidare di se stesso, ma aveva fatto orecchie da mercante a Monica che come al solito gli aveva punzecchiato la coscienza.

Vincenzo era venuto al mondo oppresso da una madre che continuava a cullarlo anche quando avrebbe dovuto realizzare che era diventato adulto.

Gli tagliava le unghie dei piedi ancora a trentatré anni, età in cui Monica, presa da raccapriccio, minacciò di andarsene di casa, appena scoperto l’obbrobrio.

Mancanza di rispetto della madre, deficiente che scambiava l’amore materno con la vocazione ai servilismo e mancanza di rispetto del figlio che abusava del suo ascendente per lasciare compiere una azione tanto ributtante.

Però quella situazione era la chiave di volta per capire quanto sconcio fosse Vincenzo nei suoi rapporti interpersonali.

Monica lo aveva lasciato dopo aver tentato per un tempo infinito di affinarlo e renderlo conscio della parte buona di sé.

Vincenzo si era rifiutato in tutto.

Di apprezzare Monica, di comprenderla, di andarle incontro, di amarla, di curarsi dei due figli, di imparare a lavarsi, di essere civile senza scoreggiarle in faccia, con la scusa che solo quella era vera intimità, di accollarsi le proprie responsabilità, di andare fino in fondo alle faccende, di farsi operare per una impotenza che durava già da otto anni precedenti la separazione.

Insomma Monica gli aveva chiesto, lo aveva implorato di diventare uomo e Vincenzo a cinquantuno anni era la caricatura di un ragazzino in piena attività foruncolosa.

Liberatosi dei figli e della moglie in un solo colpo, se ne lavò le mani, contando nelle loro capacità di cavarsela.

Le rare volte che cercava di occuparsi di loro, si presentava all’appuntamento con qualcuna delle sue donnine che dovevano accudire lui e i suoi figli. Altrimenti altro che intimità vera senza scoregge, alé fuori al ristorante con tutti, a tubare con la donnina di turno, ignorando i figli.

Addirittura sapendo di dover badare a loro in giorni prefissati, si dimenticava di aver preso quell’impegno, li lasciava da soli in casa o delegava al padre o ad un amico la loro custodia, perché lui doveva assolutamente andare fuori porta, a teatro o a prendere alla stazione l’illusa del momento.

Una superficialità devastante sulla psiche dei figli che avevano cominciato a giudicarlo.

Quando poi veniva piantato dalla pseudocompagna, Vincenzo pregava la moglie di perdonare i suoi gesti, di riunire la famiglia, di mediare coi figli.

Lui sapeva di aver sbagliato e lo ammetteva ma appena si riaccoppiava, tutto si dissolveva, vergogna e pentimento.

Una altalena che aveva quasi reso pazza Monica.

Non era lei ad aver bisogno di lui e definitivamente chiuse le braccia.

Quel gioco di illudere, di dare un futuro, forse torneremo insieme, professava lui quando era nella merda, di non decidersi o dentro o fuori, tenesse vivo lui con le sue masturbazioni mentali.

Non si era ancora operato, nonostante una sua compagna gli avesse fatto chiaramente capire che o si scopava oppure non se ne faceva niente.

Non provare il piacere della donazione e ricorrere a vibratori sostitutivi, non deve essere proprio una apoteosi.

A Vincenzo diventato abilissimo nel dare il piacere che proveniva dalle mani e non dal profondo di sé, bastava.

Troppo tormento, fatica ad accettare di essere mancante, di essere sbagliato. E reagire, costruendosi di nuovo.

Meglio ammettere a parole, non costano niente, che sì, forse qualcosa non andava, ma che il tempo stesso avrebbe posto rimedio.

Esibiva così le sue presunte conquiste, mentre non sentiva di sprofondare, sempre di più, nella palude della solitudine di sé, a Monica nel tentativo malsano di farle pagare il suo abbandono.

Monica avrebbe voluto reagire, urlargli in faccia la sua disistima.

Lei l’aveva veramente allevato a carota e bastone come aveva fatto con i figli, cioè con la massima disponibilità ma instillando l’adeguamento alle leggi etiche che sono imposte dai ruoli, spremendo il talento naturale e aggiustando la ribellione propria di tutte le persone che vogliono far crescere l’intelligenza.

Avrebbe dovuto reagire ferocemente senza inibizioni, ma non poteva.

Il legame del lungo matrimonio si era spezzato, ma non si era frantumato il senso di appartenenza a quella coppia.

Tornavano a galla le abitudini, i gesti, i ricordi felici quando la spensieratezza aveva reso Vincenzo disponibile ad amare.

Quei rari momenti che erano manette per la cattiveria di Monica.

La premeva tra i singhiozzi e la buttava via.

Che andasse a farsi fottere, una volta per tutte!

Monica lo cancellò dalla sua vita.

Riprese a lavorare, era disegnatrice grafica di un certo valore, confidò sulle sue forze con chiarezza e con orgoglio.

Vincenzo esaurito il dominio sulla sensibilità di Monica, si sentì vuoto, amputato.

Dentro di sé dovette capirlo e cominciò a bere, per allontanare quella punta di colpa che quando meno se lo aspettava, lo stritolava nel suo abbraccio.

Non era molto lucido il giorno del Palio.

Barcollava dopo aver tracannato di prima mattina due Negroni e dopo pranzo una serie di Glen Grant senza ghiaccio.

Monica era semplicemente deliziosa nell’abito primaverile di seta bianca a pois rossi, un cappello di paglia intonato alle scarpe beige.

I figli aggrappati alle sue mani e di fianco, un signore non dei posto, alto, slanciato molto protettivo nei loro confronti.

La famigliola fu notata subito: nei paesi i forestieri fanno colpo perché rappresentano oltre allo sconosciuto, la voglia del mondo che non si è in grado di visitare.

Vincenzo sentì la sua fine avvicinarsi.

La rabbia di non poter più considerare di sua proprietà Monica, un giocattolo da sventrare per rompere il meccanismo e distruggerlo, l’impotenza fisica e mentale di penetrare nell’essenza dell’anima, l’inadeguatezza a gustare l’amore, l’invidia di essere poco in confronto a quello che di Monica sapeva realizzato, scossero Vincenzo dall’ebbrezza e armarono la sua nullità.

Si avventò contro il forestiero, reputandolo un ladro, anche se era stato soltanto lui a dimenticare la sua roba incustodita, ma l’estraneo non si fece prendere alla sprovvista.

Vincenzo brandiva cono di una bottiglia spaccata, come arma d’offesa.

Avrebbe tagliato la gola a quell’intruso e avrebbe circuito nuovamente Monica.

Lo straniero, uomo posato, dai nervi d’acciaio e dalla sensibilità intensa, contrattaccò senza scomporsi.

Fu Vincenzo, mentre in lontananza si udiva la voce del Mossiere che richiamava Cangiante e Gigi Raghin all’ordine, a conficcarsi in gola vetro tagliente, non avendo previsto la reazione dell’avversario.

Il sangue dell’arteria lesa, zampillò fino a irrorare la seta a pois rossi dell’abito di Monica.

Rosso su rosso, vita su vita.

Monica singhiozzò cullata dai figli che si erano già abituati a considerarsi orfani da lungo tempo.

Così come non si deve avere pietà per la parte di noi stessi che ci si rivolta contro, così Monica non ebbe pietà per Vincenzo, la parte di sé che aveva dovuto tanto dolorosamente estirpare.

Il pianto, a poco a poco, divenne una nenia, l’unico lamento che si levò dalla terra per assolvere quel poveraccio di Vincenzo.


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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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Una risposta a Da L’Anima del Palio 13° novella LA MESCHINITÀ

  1. VASCO ha detto:

    Ottimo il racconto, un po’ ermetica la descrizione iniziale, un po’ forte il dialogo, leggibilita dopo la prima parte scorrevole e piacevole, sempre tragici i finali di queste novelle, molto sangue sparso, anche se a volte richiama dolci ricordi e come il rosso dei pois dell’abito di Monica.Ottima descrizione del marito, bambinone, ubriacone, egoista e sanguigno difensore di diritti persi. Brava Rosanna, è piacevole leggerTi, però, un po’ più di dolcezza e meno crudeltà, con i tempi che corrono sarebbe auspicabile. Ciao Vasco

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