Da L’Anima del Palio 11° novella LA SOLITUDINE


LA SOLITUDINE

Nel 1971 fece epoca la cena data dalla Flora prima del Palio.

Settecento invitati in un padiglione preparato per l’avvenimento, con uno sciorinare di pietanze e dolci da far impallidire Epulone nella sua leggenda. C’era anche il Supremo Magistrato con la sua compagna.

Non era più sposato da molto tempo e aveva trovato se stesso nelle braccia forti e fragili al contempo di Fabiola, una donna molto giovane, molto viva, molto saggia.

Ma non la saggezza come conclusione del tanto imparare, bensì la saggezza della paura di sbagliare.

Era questo il suo limite più segreto, giacché nel percorso di conoscenza di sé che aveva intrapreso, aveva privilegiato l’appoggiarsi alle circostanze, alle spalle di un uomo, piuttosto che riempirsi di solitudine prima di svuotarsi e ritrovarsi vera, inaffondabile come riesce soltanto a chi non si butta via, qualsiasi siano i bisogni profondi che debba appagare.

Il contrasto tra la vita che premeva dentro il petto di Fabiola e la sua ritrosia a lasciarsi andare, a bere fino in fondo il bicchiere col suo veleno, rappresentava l’attrazione magnetica che esercitava sugli agnelli, più mansueti e rassegnati di lei ma anche sui lupi, pronti a predare polpa fresca per succhiarne l’energia e il sangue.

Gianmaria, il Supremo Magistrato era un agnello.

Riuscito nella sua professione, avvocato, si era dato alla politica per poter vantare di aver aggiunto alla sua smania di apparire, anche il potere di decidere.

Non servo della sua fede, ma asservito al potere che era la sua fede.

Fabiola era teneramente rappresentativa: sempre giusta al posto giusto assegnatole dal compagno che lei d’altronde accettava così com’era senza indagare oltre la superficie.

Posizione agiata, ordine nelle giornate con il loro andamento lento, pacato senza sorprese.

Forse un domani sarebbero arrivati i figli e dopo il divorzio di Gianmaria, anche ovviamente, il matrimonio.

Fabiola aveva già osato tanto accettando la convivenza senza che la società sancisse legalmente il suo rapporto.

Fabiola odiava le cose sparse senza collocazione, metteva etichette ad ogni situazione, incasellava le emozioni, raggruppava le briciole di ansie, nascondendosi ai suoi interrogativi.

Alla cena della Flora, tra le settecento persone invitate, c’era anche chi potè far scattare la molla di quello scandalo che risvegliò maldicenze e pettegolezzi da tempo sopiti.

Fabiola fu messa, ahimè, non al posto giusto quella volta, dal compagno. Al tavolo d’onore sedette accanto ad Alessandro, il fantino su cui si puntava per il Palio.

Ben fatto anche se minuto, Alessandro era fantino per vocazione e non per emarginazione.

Colto, sensibile, si era isolato dal lavorare a forza per denaro e non per piacere, non avendo problemi di sussistenza.

La sua famiglia poteva mantenerlo senza dover fare conti che poi non tornavano. Alessandro si sentiva alto come un gigante perché prendeva solo la panna lasciando il caglio ai malati di vivere.

Sortì un interesse che si rese palese ai più ma che fu sottovalutato da Gianmaria, troppo occupato a recitare la sua parte autorevole, per soccorrere Fabiola. L’interesse si tramutò in idioma musicale, in armonia di visioni, in amicizia, in complicità, in passione nel giro delle due ore di convivio.

Alla fine Alessandro e Fabiola si appartenevano, essendosi riuniti consci del miracolo avvenuto e con la forza di aprire ogni porta che gli ostacoli avrebbero loro sbattuta in faccia.

Alessandro seppe subito che sarebbe stato un trauma parlare apertamente, per Fabiola, con Gianmaria.

Lo fece lui, da uomo a pagliaccio.

Gianmaria stentò a credere alle sue orecchie. Quel minuscolo uomo, quel nanerottolo voleva portargli via il suo giocattolo?

Non era possibile, era un equivoco.

Convocò Fabiola e la mise di fronte a quell’ inutile, secondo lui, rappresentazione.

Che dicesse a quel fantino quanto era sciocco.

Fabiola senza fissarlo negli occhi, direttamente abbagliata dall’amore per Alessandro, illuminata dalla sua vulnerabilità, finalmente consapevole, ammise invece il suo amore, confessandosi tutta d’un fiato, rincarando la dose, prima di azzittirsi.

Gianmaria urlò.

Alessandro corse ad abbracciare Fabiola. Gianmaria si avventò contro Fabiola. Alessandro la protesse, mentre Gianmaria si voltava per correre, d’un balzo, alla scrivania accanto al camino acceso.

La pistola, spuntata tra le mani di Gianmaria esplose cinque colpi prima di incepparsi.

Alessandro si piegò sopra Fabiola, le aveva fatto scudo col proprio corpo, mentre un filo di sangue gli rigava l’angolo sinistro della bocca.

Fabiola si girò giusto in tempo per tuffarsi su quella bocca e respirare con le sue labbra l’ultimo fiato della vita che Alessandro le aveva donato.

Gianmaria e Fabiola non si lasciarono mai più.

La Contrada perse il Palio ancora una volta senza risolvere i dubbi sulla uccisione di Alessandro, il cui corpo fu rinvenuto, dilaniato dai topi e dai cani selvatici, in una discarica dalle parti di Gallarate.


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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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