Da L’Anima del Palio 7° novella LE CORNA


LE CORNA

«Sia seme la virtù, vittoria il fiore».

Nel 1967 il motto della Contrada Flora suonava beffardo. Quanti semi erano già stati piantati per poter far sbocciare un fiore che avrebbe dovuto essere già raccolto.

Il Mangino, lo Scudiero, il Capitano, il Gran Priore, la Castellana, i Contradaioli, insomma tutti gli interpreti della recita sentivano il tempo dell’insuccesso, pesare come un macigno.

Ma che fare per mettere in moto la vittoria se non dare tutto per un ideale?

Il cavallo era il migliore, il Capitano il più esperto in maneggi, il fantino il più leggero.

Eppure era la prima volta che serpeggiava la sfiducia, la paura di essere di nuovo giocati dall’ardore delle altre Contrade che davano ormai ad un punteggio troppo alto il primo piazzamento della Flora.

Si sarebbe dovuta prendere la sfortuna per le corna e piegarla al volere di affermazione.

Una giornalista sportiva venne convocata per fare emergere, attraverso contatti con la stampa nazionale, il valore della Flora, nonostante tutto.

Marianna De Ligi prese a frequentare il Maniero tutte le settimane, per documentarsi e svolgere con impegno il suo lavoro.

Si appropriò dell’affezione del legnanese per il Palio che, sconosciuta agli altri, intrigava invece chi si avvicinava con entusiasmo e umiltà all’avvenimento.

Il Palio è cosa seria, vitale che si sbuccia in un giorno, si consuma in un minuto ma che si vive in un anno intero.

Le fu presentato il Capitano, un bell’uomo di quarant’anni, moro, massiccio e sgraziato nel corpo, ma con una voce che avrebbe incantato anche Ulisse al posto delle sirene.

La voce era il suo capitale, la sua esaltazione e la sua miseria.

Come quel talento grezzo che pare una benedizione e il passe-partout per un volo radente le alte vette della realizzazione di sé e che invece poco motivato dalla sensibilità, dalla grinta e dalla volontà dì accondiscendere l’arte innata, rimane né carne né pesce.

Si sa come si emerge, basta pagare il prezzo predisposto, passarsi sopra turandosi il naso e chiudendosi la bocca, oppure concedersi senza svendersi ad uno scopo soltanto.

Se si è ingordi di vita, non si può pagare più del dovuto per attraversare primi la linea di un solo traguardo.

Andrea Torti avrebbe voluto essere più di quello che era, ma soltanto la voce lo distingueva.

II resto era piatto come il velluto del latte freddo, versato nella tazza.

Gli guizzava il malcontento negli occhi, ma non avrebbe mai ammesso di non essere tagliato per diventare unico tra altri.

Marianna invece aveva vinto tutte le sfide che si erano infilate tra lei e la conoscenza di sé.

Pur considerandosi precaria e insoddisfatta, la vita è un libro pieno da leggere e soprattutto da scrivere, aveva un nome e cognome, una identità di persona dinamica e solida.

Era fatale che si innamorassero, quella voce dava coscienza ai sogni, poteva reggere le emozioni e dilatarle.

Bastava accontentarsi, lasciando al buio tutto il resto.

Andrea era sposato ad una sua simile: «voglio ma non posso», «meglio vivere cento giorni da pecora che uno da leoni».

Più facile dominare i fremiti, così non ci si spaventa, dimenticando che un orbo è il re, nel mondo dei ciechi.

Paola, questo il nome della moglie del Capitano, essendo molto limitata, lo teneva al guinzaglio, presupponendo che bastasse, per non essere fatta cornuta.

Che poi tradire è soltanto bere con avidità ciò che i piccoli di spirito vorrebbero negarsi, per farci morire assetati come loro.

Lo disprezzava in pubblico, figurarsi in privato. Lo marcava stretto e ciò nonostante Andrea si innamorò dei gabbiani di Marianna.

Sembrava un altro, quello che davvero avrebbe voluto essere.

Spiritoso, allegro, disponibile, sessualmente sulla corda a dar prove di sé per possedere la bellezza e la ribellione di Marianna, che nata trasgressiva, sapeva anche pagare offrendo il petto al plotone, ogni prezzo dovuto alla libertà di essere se stessi.

La bella e la bestia.

Marianna tutta emozioni, pronta a mettere e togliere ogni maschera del mondo interiore, era vera, una forza della natura.

Andrea stregato da quel sorriso giurò che l’avrebbe seguita, inventandosi stimoli che non potevano durare perché erano fittizi.

Si piaceva nella proiezione di sé che scopriva in Marianna.

Si ritrovava in una dimensione tanto rarefatta, da essere perfetta.

Paola perdeva terreno e aguzzava le povere orecchie.

Sentiva che veniva relegata a fantasma.

Acuì le difese e mise, con ripetute richieste sessuali, alle strette Andrea. Che fece cilecca dimostrando davvero, almeno quella volta, che l’atto d’amore è solo donazione fino allo stremo, di sogni e bisogni.

Mentre immaginava un progetto di vita con Marianna, che lo avrebbe senz’altro aiutato ad emergere nel lavoro, si sarebbe abbassata al suo livello per non ferirlo, non si accorse di essere spiato.

Lui aveva osato il massimo che un provinciale può: aveva portato Marianna nella sua casa pur di stare con lei, giacché nei motel bisogna dare i documenti, un atto di coraggio che non poteva comunque, la sua indole di vigliacco, sopportare, quando Paola si recò ad un convegno inerente alla sua professione di insegnante di aerobica.

Presente miserrimo di una carriera di ballerina di danza classica che aveva calcato i teatrini ruvidi di provincia non avendo trovato la vena della grande interprete di Tersicore.

Andrea e Marianna si amarono tutta la notte, dopo la telefonata ipocrita e rassicurante a Paola.

Si amarono con disperazione, con passione, con rabbia, con infinita dolcezza, entrarono l’uno nell’altra per rimanervi, scoccata la scintilla dell’appartenenza, tutta l’eternità.

Poi fu un crescendo di sensi dì colpa da parte di Andrea, che aveva violato la sua casa, la sua coscienza e quello che riteneva il rispetto verso una moglie, non una compagna ma una appendice della propria sopravvivenza.

Una immagine riflessa nello specchio del proprio vuoto vanamente riempito di cose e non di sentimento.

Il giorno del Palio rinvigorì le voglie.

Tutti si erano dati un gran daffare per nascondere quella storia.

Andrea ebbe l’impudenza di invitare a casa sua Marianna per depositare armi e bagagli al fine di rinfrescarsi.

La sua casa, l’idea di una casa dove cambiarsi gli abiti ma non la pelle.

Marianna portò l’abito da mattina, da pomeriggio, da sera.

Ma in valigia il destino le aveva messo anche l’abito da lutto senza che lei lo sapesse.

Recava sempre con sé l’agenda. Per un maleficio, la dimenticò sul divano di quella “tomba” dopo che aveva bevuto il caffè offertole da Paola.

Poi se ne era andata seguendo la sua ombra per lavorare, tutta la giornata fianco a fianco di Andrea.

L’agenda era la cassaforte di ogni palpito del suo intreccio carnale ed emotivo con Andrea.

Frasi lievissime, come lo sbatter d’ali delle farfalle, frasi durissime come i pugni nello stomaco quando il suonato è raggiunto senza avviso.

Paola lesse, spinta dalla furia e dalla percezione di avere di fronte la vera nemica della sua stabilità, lesse la sua condanna che la confinava alla pochezza, alla mediocrità.

Uscì avvampata, corse al campo, mentre il Capitano sfilava compiaciuto, quasi meno tozzo davanti a Marianna che vibrava solo per lui.

Paola affrontò Marianna, le urlò che era una puttana.

Andrea finì di sfilare e corse dalle due donne, tronfio per quel duello che aveva sempre sobillato e non si accorse del tagliacarte che Paola estraeva dalla tasca.

Fu colpita Marianna al cuore e senza un grido si accasciò al suolo mentre Andrea supplicava Paola di smetterla, gridandole che lui amava solo lei e che tra Marianna e lui non c’era stato niente, neanche l’evidenza.

Il gallo cantò tre volte per sottolineare lo spergiuro di Pietro.

Una cavallo morso dal nervoso frustino nitrì e Marianna incredula, per la sua morte inutile, si aggrappò per l’ultima volta alla sua fede di essere e di essere stata viva e morì per aver scambiato un pulcino per un’aquila.

La Contrada Flora ritirò il cavallo in segno di compassione verso Marianna, la giornalista che aveva ingaggiata per cantare gli epigoni di una vittoria ancora una volta rinviata.

Paola scontata la pena e Andrea, chiusi nella loro sordità, non sentirono mai più le risate dei bambini, giacché la loro innocenza fu svenduta, per potersi dichiarare sempre e comunque ancora marito e moglie.


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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Possiedo da spendere la sola moneta del mio sono. Ho investito il mio ero e non so se il mio sarò, potrà fruttarmi l'interesse ad essere.
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