Tesi di laurea di Ilaria Macchi 2


L’UNIVERSO FEMMINILE NEL MONDO DEL GIORNALISMO SPORTIVO

Tesi di laurea di Ilaria Macchi

Per quanto riguarda invece il panorama giornalistico attuale, due
testimonianze molto importanti sono quelle di Enrica Speroni, attualmente
vicecapo redattore della “Gazzetta dello Sport“, e di Alessandra Bocci, che
al quotidiano sportivo milanese si occupa ormai da diversi anni di seguire
soprattutto il Milan nei suoi vari impegni.

Testimonianza di Enrica Speroni:


Come mai ha scelto di occuparsi di sport, scelta non particolarmente usuale
per una donna?
” Io ho sempre amato molto lo sport, sia perché da ragazza l’ho praticato
(giocavo a pallavolo, anche se non a livello particolarmente elevato), ma ho
sempre giocato, fino in C1 e quindi occupavo in questo modo il mio tempo
libero, sia perché questa passione mi è stata trasmessa dalla mia famiglia.
Mio padre è sempre stato un grande appassionato di sport, anche nelle realtà
locali,era una persona molto attiva, si è sempre impegnato nella vita
pubblica ad Appiano Gentile, in provincia di Como, dove sono nata e
cresciuta, dove c’erano e ci sono tuttora due società sportive, una di
ciclismo e una di pallavolo; mio padre era il cassiere di entrambe le
società, essendo società piccole ovviamente fai di tutto e io l’ ho sempre
aiutato in questo ( la domenica sera ci occupavamo insieme dei libri
contabili, segnando, ad esempio, gli incassi delle partite per il calcio o
la preparazione delle corse per l’ Appianese). Mi sono così sempre portata
avanti questa passione ed era anche un modo di condividere delle cose, di
avere delle passioni in comune con mio padre. Non ricordo però da giovane di
avere pensato di fare questo mestiere e anche mentre studiavo non avevo
questa intenzione, non so però se questo sia venuto in modo casuale, anche
perché le cose in realtà sono sempre concatenate. Ho fatto le superiori,
delle supplenze alle scuole elementari e l’università in Cattolica, ero
iscritta a pedagogia con indirizzo filosofico. Durante il periodo dei miei
studi ho sempre cercato di lavorare per poter guadagnare qualcosa e cercare
di non pesare troppo sulla mia famiglia ( la mia famiglia è una famiglia
normalissima, di operai, quindi non con eccessive disponibilità economiche).
Poi a un certo punto, durante gli ultimi due anni di università avevo fatto
delle supplenze lunghe, anche annuali, così anche quando mi sono laureata
stavo facendo una supplenza per l’intero anno scolastico. Per me,
soprattutto per i primi mesi, quel periodo è stato una delizia, perché
insegnare mi piaceva ( insegnavo lettere ) e avevo tanto tempo libero come
non avevo mai avuto prima e la possibilità di dedicarmi alle cose che mi
piacevano. Dopo un po’ però mi sono accorta che se fossi andata avanti così
sarei peggiorata sempre di più, perché secondo me si arriva poi a un punto
in cui la pigrizia prevale e io non ero certa che avrei avuto sempre la
voglia di documentarmi, di fare cose nuove, senza una motivazione spicciola
e temevo poi di arrivare a sessant’ anni come una vecchia insegnante che
diceva sempre le stesse cose. Ho deciso allora di pensare a cosa avrei
potuto fare e come prima idea, non molto luminosa, ho deciso che avrei letto
Shakespeare, ma quest’ idea è abortita abbastanza in fretta perché ogni
giorno mi ritrovavo assorbita da impegni diversi. Ho visto così che in
Cattolica c’ era questa specializzazione post laurea in giornalismo e quindi
mi sono iscritta. Era però richiesta la frequenza pomeridiana, così in
quest’ anno, che era il secondo dopo la laurea ( il primo è passato come
anno sabbatico) mi ritrovavo la mattina impegnata ad insegnare con le
supplenze e il pomeriggio andavo in università a seguire le lezioni. E’
stato un anno molto intenso perché avevo veramente poco tempo libero per
fare altro, però mi piaceva e mi sentivo molto “vivace”. Alla fine del primo
anno ho scoperto che c’ era questa scuola dell’ ordine dei giornalisti a
Milano, l’ Ifg, e ho fatto domanda, ritrovandomi poi tra i quarantacinque
che erano stati selezionati, ma a quel punto dovevo dirlo a casa visto che
avevo fatto tutto di nascosto, non so nemmeno io il vero motivo. C’ erano
però delle differenze tra la scuola della Cattolica e l’ Ifg: l’ Ifg valeva
come praticantato, poi al termine si facevano direttamente gli esami per
entrare nell’ ordine dei giornalisti, mentre la scuola della Cattolica
allora era solo teorica. Così nel momento in cui mi sono trovata con la
certezza di essere stata presa l’ ho detto ai miei, facendo loro presente
che c’ era la frequenza obbligatoria, e ho mollato la scuola di
specializzazione, anche se avevo già fatto i sette esami del primo anno e ho
deciso di dedicarmi all’ Ifg. Durante la scuola di giornalismo è stato poi
il momento di scegliere lo stage ed ero un po’ indecisa. Lo sport mi è
sempre piaciuto molto e nel mio biennio c’ erano poche persone motivate in
questa direzione, fatto non trascurabile perché quando si deve decidere di
andare a fare il tirocinio è importante non essere in dieci nello stesso
giornale perché si corre il rischio di pestarsi i piedi. In quel periodo ”
Corriere della Sera ” e ” Gazzetta dello Sport ” erano in amministrazione
controllata per l’ occupazione politica ad opera della P2. Ci tenevo però a
fare lo stage in un posto dove mi piacesse e questo mi ha portato a
scegliere la “Gazzetta “.

Si può dire quindi che la frequentazione della scuola la abbia facilitato
molto nella sua carriera, visto che è arrivata alla Gazzetta tramite la
scuola
.
” Si, infatti proprio al termine del biennio della scuola di giornalismo mi è
stata data la possibilità di scegliere dove avrei voluto fare lo stage, che
si sarebbe svolto durante l’ estate. Allora la possibilità di compiere
questa scelta veniva data solo alla fine del biennio, oggi già dopo il primo
anno. Dopo avere fatto questa segnalazione la scuola chiedeva se c’ era la
disponibilità al giornale, e se c’ era la possibilità si faceva l’ estate,
tenendo comunque presente che la scuola cercava di fare in modo di non
rimanere in troppi nello stesso giornale. In questo senso sono stata
fortunata perché allora in ” Gazzetta ” avevo fatto domanda solo io, così
sono stata presa, ho fatto l’ estate e visto che quest’ esperienza è andata
bene sono rimasta.”

Che tipo di ambiente ha trovato al suo arrivo in “Gazzetta”?
” Devo dire che ho trovato una grande collaborazione in tutti quando sono
arrivata qui, soprattutto anche voglia di insegnarmi, perché io dal punto di
vista pratico non avevo mai fatto niente e non avevo nemmeno mai visto un
giornale. Non avevo mai avuto tempo per le collaborazioni classiche, non
avevo passato gli anni precendenti a fare gavetta, collaboravo negli anni
della scuola, avevo fatto qualcosa,a livello regionale, magari la pagina del
costume, ma non poteva considerarsi una vera e propria esperienza di tipo
giornalistico. Invece è andata bene, poi ho fatto l’ esame di stato, ho
continuato a collaborare perché in ” Gazzetta ” si era in amministrazione
controllata e perciò non c’erano margini per una vera e propria assunzione.
A un certo punto però si è aperta una possibilità e sono stata assunta con
il 1° ottobre dell’ ’84 “,

Ha trascorso tutta la sua carriera nello stesso giornale. Non le è mai
venuta voglia di cambiare?
” Dopo la mia assunzione definitiva sono rimasta in ” Gazzetta” perché mi
piaceva lavorare qui e mi piace tuttora quello che faccio. Devo dire che è
stata anche piuttosto gratificante come tipo di carriera. Oggi infatti sono
vicecapo redattore, lavoro all’ ufficio centrale e mi piace. Ho fatto tante
cose, anche diverse in una realtà anche stimolante, perché quando sono
arrivata io a Milano non c’ erano altre donne, c’ era soltanto una collega
che c’ è tuttora alla redazione di Roma che lavorava all’ ” Occhio ” e
quando ha chiuso l’ “Occhio ” è stata assunta alla ” Gazzetta “. Rosanna
Marani apparteneva a un’ esperienza precedente e non c’ era già più. Posso
dire quindi di essere stata la prima donna ad essere assunta per scelta da
un direttore. E’ stato abbastanza faticoso all’ inizio, più che altro perchè
non hai termini di paragone e non hai la possibilità di confrontarti e
quindi devi capire da sola come muoverti “.

Non ha trovato discriminazione da parte dei colleghi maschi? Non è mai stata
guardata con sospetto?”
” E’ difficile da spiegare. Sono convinta che dipende anche molto dal
proprio tipo di atteggiamento mentale. Io sapevo di essere l’ unica donna
qui, sapevo anche di non avere esperienza e che l’ animale strano ero io,
mentre gli altri erano tutti molto più omogenei. L’ atteggiamento medio è
stato molto buono nei miei confronti, di grande disponibilità, non c’ è
dubbio. Qualche problemino c’è stato, ma anche in questo caso dipende da
come lo vivi. Penso che la percentuale di persone che si comportano male ci
sia un po’ dappertutto, nel giornalismo come c’ è in altri lavori. Questa
comunque non è l’ isola felice, ne il mondo del giornalismo, ne la ”
Gazzetta “, però la ” Gazzetta ” mediamente è un buon posto a livello anche
di rapporti umani, non solo perché è un giornale prestigioso in cui
lavorare. Quindi c’è stato qualche episodio, che però è stato facilmente
superato, grazie anche al fatto che la maggioranza delle persone era di
tutt’ altro genere. Si fa finta di non sentire e si va avanti. Se qualcosa
capitava quando c’ erano altri colleghi in zona, ma anche gli stessi
tipografi ,la persona in questione veniva arginata senza particolari problemi
“.

Lei di cosa si è occupata da quando è qui?
” Ho fatto un po’ di tutto. Quando sono stata assunta, nell’ ’84, sono stata
al Triveneto, che erano le pagine regionali, che si occupavano dello sport
in Veneto, Friuli, e questo per circa un anno, e in quell’ anno ho fatto
ovviamente soprattutto lavori interni, però mi sono occupata anche di alcune
prove di Coppa del Mondo di scherma, delle Universiadi. Poi sono passata al
calcio anche qui per un annetto. Poi nell’ ’86 è nata la pagina televisiva
che si occupava di sport e televisione, sia a livello proprio di
programmazione, ma anche a livello di tematiche. Io ho cominciato a
lavorarci dal primo numero e sono rimasta alla pagina della televisione come
responsabile fino al ’97. Devo dire che ho avuto anche grande autonomia
perché quando mi occupavo della pagina della televisione gli argomenti e l’
impostazione da dare li sceglievo io. E’ stato difficile perché comunque
erano argomenti di rimbalzo, non era mai lo sport direttamente, ma era
sempre filtrato. Quindi diventava molto complicato anche trovare temi da
sviluppare perché non si aveva l’ evento in sé, come la partita, la gara di
sci, si doveva sempre trovare qualcosa, si trattava sempre di un fatto
legato a qualcos’ altro. Questo però mi ha abituato molto a pensare delle
cose, a farmi venire delle idee, e poi comunque a non spaventarmi se ”
cadeva qualche servizio ” e questo è stato bello. Comunque in quegli anni ho
avuto modo anche di fare dell’ altro, e in particolare dal ‘ 93 quando
Fininvest, oggi Mediaset, ha preso i diritti del Giro d’ Italia ( già l’
anno prima avevo fatto qualche tappa del giro in chiave televisiva ) ho
fatto sopralluoghi in alcune tappe e poi da allora fino al ’97, ho sempre
fatto il Giro d’ Italia come inviato, ero una delle squadre del Giro della ”
Gazzetta “: Ho fatto così sette Giri d’ Italia, di cui quattro interi, e
altri tre, i primi, in cui magari seguivo alcune tappe, poi tornavo a Milano
per qualche giorno, e poi ripartivo, specialmente in occasione delle tappe
di montagna. E’ stato davvero bello, il Giro è una bellissima esperienza. Ho
avuto anche il vantaggio, soprattutto nei primi, trattandoli anche in chiave
televisiva, di sperimentare delle cose un po’ diverse, come la tappa sull’
elicottero con la telecamera, la tappa sulla macchina del direttore di
corsa, la tappa sulla moto, cioè un modo diverso di vedere l’ evento. Dal
’97 poi il direttore mi ha chiamata all’ Ufficio centrale, quindi ho
cambiato di nuovo, e oggi mi occupo dell’ organizzazione generale del
giornale, mantenendo però anche altri sfoghi, come interviste a vari
personaggi. Adesso sono fondamentalmente in redazione perché l’ Ufficio
centrale è l’ ufficio di coordinamento di tutto il giornale, quello da cui
passa tutto. Per come è visto l’ ufficio centrale c’è anche uno sfogo sia di
scrittura in prima pagina, ma anche di realizzare interviste extrasportive
“.

Per come aveva pensato lei all’ inizio la sua carriera si ritiene
soddisfatta? O magari avrebbe voluto sperimentare altre realtà visto che ha
lavorato solo alla ” Gazzetta “?
” Devo dire che per come sono fatta io non ho iniziato a fare questo
mestiere pensando un piano ben preciso, con l’ obiettivo magari di diventare
una grande inviata, ma l’ ho fatto pensando di imparare una cosa che mi
interessava e quindi cercare di farla il meglio possibile. Poi man mano le
cose sono venute e quindi se oggi mi volto indietro sono contenta della mia
vita, intanto perché ritengo, forse immodestamente, comunque di aver
aiutato, anche qui in ” Gazzetta “, altre ragazze a fare questo mestiere
perché il fatto che io mi sia trovata bene in questo mondo e il fatto che i
miei colleghi abbiano apprezzato il mio modo di lavorare e anche il modo di
comportarmi ha consentito di superare quella che poteva essere magari una
diffidenza data dalla disabitudine a lavorare con una donna. Oggi in ”
Gazzetta ” non siamo tantissime, una ventina, ma nel momento in cui si
decide di assumere una persona la differenza la fa la persona, non il fatto
che sia un uomo o una donna e questo secondo me è importante. Non mi
acquisisco comunque un merito totale in questo, perché senza l’ intelligenza
dei miei colleghi e dei direttori che hanno fatto le assunzioni questo non
sarebbe stato possibile, ma ritengo di non essere stata non negativa e quindi
di aver fatto capire che avere una donna in redazione non era una cosa così
” tragica “. Quindi da questo punto di vista sono contenta, così come sono
contenta di fare un lavoro che mi piace perché ancora oggi mi capita anche
quando sono fuori per lavoro ( per esempio, l’ anno scorso sono andata a
fare un servizio a Napoli da Marinella, il famoso cravattaio, e poi ero
libera, perché avevo l’ aereo al pomeriggio, così sono andata a fare un giro
a Palazzo Reale, Piazza del Plebiscito e Castel Dell’ Ovo e ho pensato: ” Io
sto vedendo e imparando delle cose, sono pagata per farlo, sto lavorando e
sto facendo una cosa per cui sarei io a pagare per poterlo fare). Più volte
nella mia vita ho pensato di essere fortunata perché faccio una cosa che mi
piace. Questo chiaramente capita più facilmente quando sei fuori perché è
uno scambio, hai la possibilità di vedere cose, ma quando sei dentro ti
rendi conto che la tua giornata, per quanto possa essere stressante, perché
è faticoso, ti costringe a delle rinunce, ti porta ad essere continuamente
informata e aggiornata e informata su quello che accade nel mondo e ancora
oggi, dopo vent’ anni, questo mi dà gioia. Come in tutti i lavori ci sono
dei lati positivi e negativi, perché si resta penalizzati dal punto di vista
della socialità, dato che si finisce spesso la sera tardi, ma lo si sa in
partenza e non si può pretendere di fare una vita senza alcun sacrificio.
Sacrifici ne ho fatti sicuramente, ma sono contenta proprio perché
quotidianamente faccio una cosa che mi piace e quindi non mi pesa “.

Ha mai avuto problemi a livello familiare per gli orari un po’ difficili a
cui è costretta per lavoro?
” Problemi a livello familiare un po’ ce ne sono, intanto perché si devono
conciliare gli orari con la famiglia. Io sono sposata e per fare questo devi
avere un marito molto intelligente. Non ho figli, ma mio marito è al secondo
matrimonio e aveva dal primo matrimonio due figli, che sono grandi, ora sono
sposati e quindi, pur senza avere figli, sono diciamo ” plurinonna “. Ho un
buon rapporto nel complesso con la mia ” famiglia allargata “. Ci vuole un
marito molto intelligente e una persona che abbia una sua vita piena, che
abbia propri interessi. Io, infatti, da vent’ anni la domenica lavoro e se a
casa la persona con cui vivi ha come unico interesse il suo lavoro e te il
rapporto non può continuare a lungo perché poi sorgono inevitabilmente dei
conflitti”.

E’ molto diffusa l’ opinione secondo cui è meglio che un giornalista sposi
un altro giornalista perché solo così possono capire a vicenda lo stress e
gli orari a cui sono sottoposti. Lei è di quest’ idea?
” Io penso che un giornalista non debba mia sposarsi con un altro
giornalista. Come in tutte le cose ci sono opinioni diverse, ma io ritengo
che il mostro sia un mestiere in cui c’ è mediamente un buon tasso di
competitività e di vanità e ci sono meccanismi che nascono che poi stancano.
Persone che fanno due lavori diversi possono scambiarsi tanto senza la
conflittualità data dal lavoro. E’ chiaro che nel momento in cui ho deciso
di sposarmi sapevo, senza che mio marito me lo chiedesse, anche se poi
dipende anche da quello che chiede il giornale e da quello che chiede il
direttore, che non avrei fatto l’ inviato. Se fosse stato per me prioritario
fare quello, non mi sarei sposata perché in un matrimonio non si può
decidere in partenza di non dare punti di riferimento. Mio marito ha
comunque pochi punti di riferimento, nel senso che può capitare che a volte
capitino degli impegni imprevisti di lavoro, ma naturalmente questo non può
capitare sempre, ci vuole la disponibilità dall’ altra parte, ma anche la
mia, non può diventare un vezzo far saltare all’ improvviso impegni presi
con lui anche solo per andare a cena fuori. Io penso che se uno vede nell’
altro la voglia di venirsi incontro, anche quando non è possibile, ci si può
arrabbiare sul momento ma poi si capisce. Ormai mio marito sa che la
domenica non sono a casa e si è costruito la domenica indipendentemente
dalla mia presenza, ma nel caso in cui avessi a casa una specie di
“pachiderma” che vive aspettandomi rimanendo seduto sulla poltrona, non solo
avrei dei forti sensi di colpa, ma tutto questo non sarebbe possibile “.

Rosanna Marani ha affermato che quando lavorava in “Gazzetta” le era
impedito di rispondere al telefono perché quello era concepito come un luogo
dove lavorassero solo maschie questo avveniva sia quando cercassero lei sia
i suoi colleghi. A lei questo non è mai capitato?
” Io non ho mai avuto problemi di questo tipo, ho sempre risposto al
telefono, ci mancherebbe altro… A me magari è capitato, ancora oggi, che
mi chiamino e mi dicano: ” Cercavo il dottor Speroni” e che poi siano
stupiti che sia una donna perché spesso partono con in partenza con l’ idea
di parlare con un uomo. Altrimenti è capitato che quando dico che faccio la
giornalista mi chiedano dove e quando dico che lavoro alla ” Gazzetta ” mi
guardino come increduli e mi dicano: ” Una donna? “, ma ormai tutto questo è
superato e non ci faccio più caso. Certamente quando ho fatto il Giro d’
Italia, benché ci fosse stata Anna Maria Ortese per l’ “Europeo” decenni
prima, i primi anni io ero l’ unica donna e i corridori in un primo momento
non erano abituati a una presenza femminile, ma poi pian piano le cose sono
migliorate “.

Rosanna Marani ha segnalato le difficoltà che lei ha incontrato per poter
entrare negli spogliatoi. Problemi di questo tipo lei non ne ha mai avuti,
specie quando seguiva il Giro d’ Italia?
” Questo è abbastanza normale, perché si deve pensare che quando tu sei il ”
diverso” , devi anche pensare che le regole medie sono fatte per altro
diverso da te. Se però i primi anni in cui lavoravo alla ” Gazzetta ” fossi
venuta in redazione vestita in modo particolarmente appariscente e scollato
Palumbo e Cannavò mi avrebbero guardata male, e così, soprattutto i primi
anni, stavo molto attenta a come mi vestivo, a come mi comportavo perché ero
consapevole che gli altri non erano abituati alla mia presenza. Una battuta
oggi per una gonna più corta perciò può essere consentita perché dopo vent’
anni di quotidianità in cui si sta insieme si sa che i ruoli sono ben
definiti, ma negli anni ’80, quando ho cominciato io, sarei stata molto
presuntuosa a pretendere di fare come volessi io perché avrei fatto un danno
sia a me che agli altri. Ci si abitua reciprocamente, così come io mi sono
abituata a lavorare con cento uomini, loro si sono abituati a lavorare con
una donna. Probabilmente il linguaggio in parte è stato modificato da
entrambe le parti. A volte quando i colleghi fanno discorsi con un
linguaggio da “uomini” posso segnalare la mia presenza, altre volte fingo di
non sentire; queste sono le regole della convivenza. Quando sono fuori mi
devo controllare nel linguaggio, perché all’ interno di un giornale c’ è un
linguaggio non eccessivamente volgare, ma franco nei modi. Quando stai con
cento uomini hai una confidenza che fuori mediamente non hai e quindi anche
con le altre persone ti capita di avere un cameratismo che può venire male
interpretato. Una volta in mensa mi è stato detto: ” Ti trattiamo come un
fratello, perciò non ti lamentare”, io allora ci sono sul momento rimasta un
po’ male, ma poi mi sono accorta che avevo sbagliato io perché in certi
momenti lo sfogo che può essere magari anche un po’ crudo in realtà è un
segno di confidenza, naturalmente se non si superano certi limiti. Questo io
lo considero un arricchimento, mi piace molto dove lavoro, il tipo di
rapporto che si è instaurato e l’ ambiente “.

Oltre all’ attività giornalistica lei ha avuto modo anche di scrivere un
libro sulla vita di Giampiero Boniperti, a lungo dirigente della Juventus.
” Si, ho avuto questa fortuna ed è stata una grande soddisfazione, anche
perché lui è sempre stato un uomo con un rapporto piuttosto difficile con i
giornalisti. Ho avuto modo, dopo un inseguimento durato anni, di fare un’
intervista con lui e dopo quel fatto è nata l’ idea del libro. Un’ altra
grande soddisfazione è il fatto che un uomo come lui, che mediamente è
inseguito da tutti i giornalisti, non lascia passare più di tre giorni per
farmi una telefonata e chiedere come sto, senza comunque essere stata troppo
accondiscendente con lui “.

L’ idea di diventare giornalista le è nata perchè da piccola era tifosa di
qualche squadra?
” Io sono juventina, ho sempre seguito il calcio,.il Giro d’ Italia e lo
sport in genere in televisione, ma poi è venuto tutto perché sono state
messe insieme una serie di cose, ma probabilmente le coincidenze, come mi ha
detto qualcuno, quando diventano troppe, non sono più coincidenze, perché se
ti capita quattro, cinque volte di fila di essere nel posto giusto nella
vita ti capita anche perché ti sei messa nelle condizioni di esserlo. Però
sono anche molto contenta di quello che sono riuscita a fare perché a mia
famiglia è una famiglia normalissima, di operai, non ho parenti giornalisti,
ma sono riuscita ad arrivare fin qui anche per la collaborazione delle
persone che ho incontrato, Ringrazierò per sempre la ” Gazzetta ” e chi mi
ha aiutato all’ inizio, nel periodo in cui ho fatto lo stage “.

Testimonianza di Alessandra Bocci

Alessandra Bocci, attualmente inviata della ” Gazzetta dello Sport”,
rappresenta una testimonianza importante perché ci permette di confrontare
la sua esperienza con quella di Rosanna Marani, visto che entrambe hanno
dedicato gran parte della loro carriera a seguire il Milan e quindi di
osservare quanto siano cambiate le cose.

Rosanna Marani ha dichiarato di avere incontrato grosse difficoltà perchè,
in quanto donna, le era impedito l’ accesso agli spogliatoi. Anche a lei è
capitato?
” Io non ricordo molto di quel periodo, visto che ancora non facevo la
giornalista, non so se si entrasse ancora negli spogliatoi dopo la partita,
ma adesso questo non succede più da tanto tempo e non c’è quindi nessun
problema di tipo ” logistico “. Ormai problemi di questo tipo non nascono più
proprio perché di donne ce ne sono tantissime, sono la maggioranza, anche se
a vario titolo e non sempre con il fine di parlare di calcio vero e proprio.
Soprattutto in televisione ci sono tantissime donne e quindi anche un
giocatore nel momento in cui si trova di fronte una ragazza non la vive più
come una stravaganza. Problemi con i dirigenti direi di non averne avuti sia
ora che sto seguendo il Milan, sia precedentemente quando mi occupavo di
squadre più piccole. Io posso giudicare però solo per quanto riguarda la mia
esperienza, visto che sono stata pochissimo a seguire altre società. Gli
unici problemi che posso nascere riguardano i rapporti, visto che è chiaro
che una donna non può avere con i giocatori lo stesso tipo di rapporti che
loro hanno con un collega maschio, oppure ci sono problemi di credibilità,
nel senso gli allenatori vecchio stile vedono ancora in modo strano una
donna che parla di calcio, ma questo può accadere anche con i miei colleghi.
Mi è capitato recentemente un battibecco un po’ scherzoso, ma al quale ormai
sono abituata, con un mio collega di ” Repubblica ” che mi ha detto che è
inutile parlare di tattica con le donne, visto che non hanno mai giocato e
quindi non se ne intendono. Problemi con i giocatori nei rapporti invece non
ne ho mai avuti, anche se mi rendo conto che un mio collega maschio può
avere con Ancelotti un grado di confidenza diverso perchè ti può raccontare
delle cose che a me ovviamente non racconterebbe, ma problemi veri e propri
non ne ho mai incontrati, anzi molto spesso capita con alcuni giocatori,
soprattutto quelli molto giovani, che nel parlare con una donna si sentano
un po’ ” protetti “. Probabilmente non è giusto nemmeno questo tipo di
rapporto, non è un buon sintomo nemmeno questo, non dico che sia un buon
sintomo nemmeno questo, però magari un giocatore sente che nel parlare con
una donna trovera più ” clemenza”, cioè che magari la donna è meno incline a
fare le polemiche, a scatenare i polveroni. Questo nel loro atteggiamento si
sente, si sentono comunque più ” tranquilli “. Sono però capitati in alcune
occasioni problemi con i colleghi, nel senso che ho trovato più ostacoli
nell’ ambiente di lavoro che nell’ ambiente del Milan, ma si deve anche
calcolare che io sono arrivata dopo Sacchi, e secondo me Sacchi, non solo ha
operato una grande rivoluzione a livello calcistico, ma è anche una persona
che con le giornaliste donne ha sempre mantenuto dei rapporti molto buoni.
Nel suo personaggio di allenatore innovatore perciò le giornaliste donne
sono sempre state viste in modo positivo. E’ evidente però che alcuni
giocatori con i colleghi uomini instaurano dei rapporti come di cameratismo
che con me non riescono a instaurare, per evitare anche di far nascere
possibili fraintendimenti o voci di tipo diverso e questo accade più
facilmente soprattutto con le giornaliste più esuberanti da cui si tengono
volutamente alla larga o instaurano rapporti su un altro piano. Questa è
quindi la differenza sostanziale dovuta al fatto di essere un calciatore e
di essere un giornalista. “

Nella sua carriera si è occupata soltanto del Milan?
” No, quando ho cominciato in ” Gazzetta ” ho fatto tanto desk. Non avevo in
partenza l’ ambizione di arrivare ad occuparmi del Milan, è venuto tutto per
caso, anzi all’ inizio pensavo di non essere nemmeno molto tagliata per fare
il lavoro di campo, l’ho fatto e mi sono un po’ adattata. MI piacerebbe
magari anche poter cambiare, ma in un giornale come la ” Gazzetta ” è difficile sapere
cosa si può fare. Lo farei più che altro per poter variare un po’ perché
alla lunga finisce per essere un lavoro piuttosto ripetitivo “.

Lei come è arrivata alla ” Gazzetta “?
” Assolutamente per caso. Ho cominciato a lavorare a Livorno, dove sono nata
in un giornale locale mentre studiavo, poi sono andata al ” Corriere della
Sera” e, grazie a un collega della redazione sportiva sono finita alla ”
Gazzetta “.

Già da piccola aveva l’ aspirazione di fare la giornalista?
” No, quando ero una bambina all’ inizio volevo fare l’ archeologa, poi ho
iniziato a pensare di fare la giornalista, ma non sportiva, e così all’
università ho studiato Scienze politiche, che allora era lo sbocco migliore
per questa professione. In quel periodo ero innamorata di Giampaolo Pansa,
che lavorava alla ” Repubblica”. Mi piaceva il suo modo di scrivere, proprio
perché la ” Repubblica”, rispetto al ” Corriere della Sera “, era quel
giornale che andava a colpire la corazzata con maggiore dignità, anche nei
pezzi, nel modo di porsi, e io in quel periodo avrei voluto fare pezzi di
quel genere. Oggi comunque non tornerei indietro, ho pensato infatti che se
mi offrissero un posto in un altro giornale per occuparmi della cronaca non
accetterei “.

Trova un po’ stressante il fatto di fare l’ inviata, l’ essere sempre in
giro e avere orari difficili?
” A volte può essere un po’ pesante, soprattutto perché a volte mi porta a
perdere il corso di danza che frequento. Io infatti nella vita ho due
passioni: il corso di danza e la lettura, ma per quanto riguarda la lettura
ho la possibilità di leggere mentre sono in aereo. E’ vero che dopo un pò
viaggiare ed essere sempre in giro può stancare, ma io sono in una fase in
cui ancora mi diverto molto, mi piace molto fare le trasferte. Bisogna
comunque distinguere tra due tipi di trasferte: ci sono quelle impostante
secondo lo stile ” villaggio turistico “, in cui tutto è stabilito, con
orari rigidi da rispettare e in cui si ha la presenza di una guida per il
posto, o quelle in cui si è liberi e si viaggia da soli ed è in quel caso
che secondo me si impara veramente qualcosa. Mi è capitato, ad esempio,
quando era via per una trasferta in Europa che la sera, al termine della
partita, mentre stavo scrivendo il mio pezzo, mi chiamassero per dirmi che
il giorno dopo avrei avuto un aereo per Copenaghen e poi la coincidenza per
la Lettonia. Io a quel punto non ci ho dato molto peso e pensavo
scherzassero, ma in realtà era vero… In quelle situazioni può capitare di
sentirti un po’ ” sballottato “, perché ti ritrovi in un paese straniero,
da sola, dove non conosci nessuno, non sai parlare la lingua e ti chiedono
di realizzare un reportage in un giorno, quando normalmente ad altri
giornalisti viene data una settimana di tempo. In questi casi diventa
difficile anche trovare qualcosa di interessante che valga la pena di essere
letto “.

C’è un’esperienza nella sua carriera che ricorda con particolare piacere?
” Quando ho seguito gli Europei la scorsa estate. Io in Portogallo ho fatto
un percorso un po’ diverso dagli altri colleghi, ma mi sono molto divertita,
ho seguito l’ Olanda, che si trovava ad Oporto. Sono stata solo due notti a
dormire a Lisbona e ho fatto anche 5 – 6.000 km in macchina. Devo comunque
riconoscere che un incarico di questo tipo mi è stato affidato proprio
grazie all’ esperienza accumulata seguendo il Milan “.

Ha mai avuto problemi con il suo fidanzato a causa degli orari e della
lontananza?
” Adesso no. E’ un problema grosso secondo me far conciliare l’ idea della
famiglia con gli orari e il fatto di essere spesso in giro, non a caso è
difficile trovare mie colleghe tra i trenta e i quarant’ anni che abbiano
figli. Una mia collega, Monica Colombo, si è sposata e ha un bambino di un
anno, ma ha degli orari diversi, non fa le notti e comunque ha un contratto
con il ” Corriere della Sera ” da esterna, non è regolarmente assunta e
secondo me difficilmente lo sarà. Bisogna comunque tenere presente che in
ogni tipo di lavoro si fa fatica ad assumere donne con bambini o in età
fertile. Alla ” Gazzetta “, ad esempio, da pochi mesi c’è una mia collega,
Fabiana Della Valle, che è sposata con un nostro collega e il direttore
Pietro Calabrese, nel momento in cui l’ ha assunta si è dimostrato secondo
me un uomo di ” larghe vedute ” perché chi ha l’ idea della famiglia non so
se l’ assumono volentieri “.

Il suo fidanzato fa il giornalista. Enrica Speroni è dell’ idea che sia
meglio non avere un compagno che fa lo stesso mestiere perché i giornalisti
hanno una certa dose di competitività. Lei è di quest’ idea?
” Secondo me dipende molto dal tipo di giornalista. Avere una persona che fa
il giornalista come in tutte le cose porta vantaggi e svantaggi. Porta
svantaggi perché è un lavoro che causa una serie di stress che poi in una
coppia si moltiplicano perché ognuno porta i propri, ma porta anche
vantaggi, perché ad esempio non si fa fatica nel capire se non si fa la
vacanza comandata a Natale, ma in un altro periodo dell’ anno “.

Specialmente da quando si occupa di seguire il Milan ha visto passare
diversi giocatori e allenatori. C’è qualcuno che ricorda con maggiore
piacere?
” Devo riconoscere che Ancelotti è davvero una persona fantastica, molto
disponibile in ogni occasione, che lascia anche maggiore libertà ai
giocatori e ci sono così meno problemi nella concessione delle interviste “.

Con l’ avvento di Milan channel, nel dicembre del 1999, ha riscontrato
problemi o difficoltà nel poter avere a disposizione i giocatori per le
interviste perché magari con loro avevano delle esclusive particolari?
” Problemi a volte ce ne sono perché alla fine della partita può capitare
che un giocatore abbia meno voglia di parlare e quindi non rilasci
dichiarazioni, mentre con loro parlano sempre. Allo stesso tempo ci può
essere il vantaggio che quando non riesci ad ottenere l’ intervista puoi
attingere al sito o al canale per avere le dichiarazioni, ma questo è utile
soprattutto per giornali più piccoli che possono mandare meno inviati, e
comunque le dichiarazioni che ritrovi nascono da domande fatte da altri, non
quelle che avresti voluto fare”.

Alessandra Bocci ha avuto modo, oltre alla sua attività giornalistica, di
scrivere anche un libro “Milanisti”, uscito nel 2003 e che rappresenta come
una sorta di agenda di viaggio delle sue trasferte, dove cerca di tracciare
un ritratto delle persone che hanno una forte passione per il Milan e che
lei ha avuto modo di conoscere.
Si legge nell’ introduzione del libro:

” Questo non è un libro sui successi del Milan. Non è un libro sulla storia
del MIlan. Non è, come ha scritto qualche autorevole critico, la guida
MIchelin del Milan, anche se così è cominciato tutto, pochi giorni dopo Old
Trafford, con un giro nei luoghi di Milano dove i calciatori vivevano la
loro vita quotidiana. E questi restano infatti appunti di viaggio, parole su
vicende e persone che circondano la squadra, anche quando è fuori dal campo
e che lì rimangono quando non ci sono molte vittorie da raccontare. Questa è
l’ agenda di una che segue il Milan da un po’ di anni, ma è disordinata e
distratta e lascia sempre qualcosa nella penna”.

Queste tre testimonianze sono di tipo molto diverso, perché rappresentano l’ esperienza di tre giornaliste con compiti diversi all’ interno della redazione, e tra le tre è stata sicuramente Rosanna Marani quella che ha dovuto lottare di più, visto che proprio lei è stata la prima a intraprendere questo genere di esperienza. Ha dimostrato in questo senso molto coraggio, perché non si è mai data per vinta e ha continuato sulla sua strada, spinta dalla forte volontà di fare questo mestiere e non ascoltando le malelingue che inevitabilmente nascevano sul suo conto. Nonostante questo, ha capito quando era venuto il momento di privilegiare la famiglia e di occuparsi più da vicino dei suoi figli, sapendo rinunciare più volte ad avanzamenti di carriera senza poi pentirsi di questa scelta. Il riconoscimento ottenuto da Cossiga è una cosa di cui può essere fiera perché è la testimonianza che quello che lei ha dovuto sopportare è servito a qualcosa, e infatti oggi le giornaliste sportive sono ormai moltissime, soprattutto in televisione.

Anche Enrica Speroni è consapevole che per poter svolgere un lavoro di questo tipo si devono sopportare molte rinunce e proprio in nome della famiglia non ha mai pensato di fare l’ inviata, attività poco conciliabile per chi ha un marito, e ancor meno con i figli.

Alessandra Bocci ha invece compiuto una scelta di tipo diverso, visto che facendo l’ inviata si ritrova spesso in giro per lavoro, ma allo stesso tempo questo non le pesa particolarmente dato che le piace quello che fa e si diverte molto.

Tra le giornaliste spesso è diffusa l’ idea che, essendo questo un mestiere stancante, sia meglio avere un marito che fa lo stesso mestiere perché maggiormente in grado di capire le pressioni a cui si è sottoposti e di sopportare orari e lontananze. In questo senso Enrica Speroni e Alessandra Bocci hanno opinioni contrastanti, ma entrambe concordano sul fatto che sia importante avere al proprio fianco una persona comprensiva e con propri interessi.

Da tutte e tre le testimonianze è emerso che è difficile conciliare i figli con una carriera di questo tipo: infatti, Rosanna Marani si è dimessa dalla ” Gazzetta ” proprio per questo, mentre sia Enrica Speroni che Alessandra Bocci non hanno figli. In ogni lavoro è difficile per una donna con figli o in un’ età in cui li può avere trovare lavoro, e questo vale ancora di più per il mondo del giornalismo.

Questo porta ad osservare che fare la giornalista sportiva non è un mestiere facile, ma è sicuramente affascinante e appassionante.

 

 

 

Si ringraziano per la collaborazione e la disponibilità

Rosanna Marani, Enrica Speroni e Alessandra Bocci

 

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Informazioni su Rosanna Marani

@RosannaMarani Per sapere chi sono stata http://it.wikipedia.org/wiki/Rosanna_Marani http://www.storiaradiotv.it/ROSANNA MARANI.htm Per sapere chi sono...chiedimelo Il mio motto Voglio essere ieri fino a quando non saprò chi sarò domani, mentre imparo chi sono oggi!
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